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Querela per la Confederazione

di

Silvano De Pietro
Nove persone particolarmente penalizzate dall'inquinamento dell'aria hanno deciso di adire le vie legali contro le autorità svizzere, affinché venga affermato il diritto di tutti all'aria pulita. L'iniziativa, promossa e sostenuta dall'organizzazione ambientalista Greenpeace, è stata resa nota contemporaneamente al dibattito in Consiglio nazionale per l'introduzione della tassa sul consumo di combustibili fossili che producono CO2 (biossido di carbonio, o anidride carbonica). I querelanti si rivolgeranno dapprima alle autorità elvetiche, ma se non troveranno soddisfazione sono determinati ad arrivare sino alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo.

Certo, l'iniziativa di Greenpeace può sembrare una mossa più spettacolare che sostanziale, destinata soprattutto ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla gravità del problema. Ma in realtà l'organizzazione mette il dito nella piaga. Sono ormai 20 anni – denuncia infatti Greenpeace – che l'ordinanza federale sulla protezione dell'aria esiste e che i limiti d'inquinamento da essa fissati non vengono rispettati, mentre l'Ufficio federale dell'ambiente considera che i superamenti dei valori limite di ozono, di polveri fini e di diossidi di azoto saranno la regola anche nei prossimi 15 anni, se non verranno prese misure efficaci.
È evidente che le misure finora adottate (i programmi Energia 2000 e Suisse Energie, le autolimitazioni spontanee dell'economia, gli sforzi dei cantoni nell'ambito dell'edilizia e la tassa sul traffico pesante) non sono servite a raggiungere gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto (cfr. riquadrato). Nell'economia, per dirne una, sono appena un migliaio le imprese che hanno fatto seri investimenti al fine di ottenere un reale e costante abbassamento delle loro emissioni di Co2. È vero che il Protocollo di Kyoto prevede la diminuzione di altri cinque gas a effetto serra: il metano (Ch4), il monossido di diazoto (N2O), gli idrofluorocarburi (Hfc), gli idrocarburiperfluorati (Pfc) e l'esafluoruro di zolfo (Sf6). Ma è anche vero che il Co2 rappresentava, nel 2003, l'85 per cento del totale delle emissioni inquinanti in Svizzera.
Di conseguenza, un po' per questa realtà, un po' per le pressioni delle 47 organizzazioni ambientaliste riunite nell'Alleanza per una politica climatica ragionevole, e forte dei risultati di una procedura di consultazione, il Consiglio federale decideva nel marzo dell'anno scorso di introdurre una tassa sul Co2 applicata ai combustibili fossili nella misura di 35 franchi a tonnellata. Ma decideva anche di lasciare una chance al "centesimo climatico" prelevato dall'economia privata sui carburanti fino alla fine del 2007. Con la riserva che questo centesimo (al litro) sarebbe stato sostituito dalla tassa sul Co2, se alla fine del 2007 sarebbe apparso chiaro che non avrebbe potuto conseguire gli obiettivi previsti per il periodo 2008-2012.
La differenza tra la prima e la seconda forma di tassazione è che l'ammontare della tassa sul Co2 dev'essere deciso dal parlamento, mentre per il centesimo climatico, essendo questo una misura volontaria dell'economia privata, la Confederazione non può deciderne né l'ammontare, né la destinazione del gettito, né la data d'introduzione. Ambedue, però, non sono strumenti di natura fiscale, ma d'incentivazione alla riduzione dei consumi. Per cui, i 650 milioni di franchi stimati quale ricavo annuale della tassa sul Co2, vanno restituiti alla popolazione mediante l'assicurazione malattie, ed alle imprese mediante la cassa di compensazione Avs (in base alla massa salariale).
Il dibattito al Consiglio nazionale sull'ammontare della tassa sul Co2 ha visto confermata una sostanziale alleanza tra verdi, socialisti e Ppd. È stata accettata l'introduzione in tre tappe di una tassa progressiva, di 12, 24 o 36 franchi a tonnellata (equivalente a 3, 6 o 9 centesimi al litro di olio da riscaldamento), a seconda della percentuale di emissioni di Co2 rispetto al livello del 1990. Il Nazionale ha anche respinto il tentativo dei radicali di far dipendere l'introduzione della tassa dalla diminuzione del prezzo del petrolio, come pure la proposta dell'Udc di non prevedere alcuna tassa dal momento che l'elevato prezzo del petrolio basterebbe da solo a risolvere il problema del Co2.
Certo, la soluzione non piace né ai rappresentanti dell'economia, né agli ecologisti. Quest'ultimi giudicano insufficiente l'ammontare della tassa e la sua articolazione rispetto allo scaglionamento degli obiettivi. Ma la decisione non è definitiva ed il confronto si ripeterà, con toni ed esiti forse forse diversi, al Consiglio degli Stati, notoriamente più attento alle ragioni dell'economia, e dove i socialisti sono pochi e i verdi sono totalmente assenti.

Pubblicato

Venerdì 7 Luglio 2006

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