Il commento

Oltre a dover affrontare l’emergenza sanitaria causata da una diffusione rapida, estesa e grave del coronavirus e a piangere il più alto numero di morti di tutto il paese, il cantone Ticino nell’ultima settimana ha dovuto sprecare energie per difendersi da inqualificabili attacchi provenienti da Oltralpe e per giustificare le misure restrittive adottate allo scopo di frenare la crescita dei contagi e dei decessi. La decisione del Consiglio di Stato, caldeggiata da medici ed epidemiologi e sostenuta da datori di lavoro e sindacati, di chiudere tutti i cantieri e tutte le attività produttive non essenziali ha mandato su tutte le furie i vertici nazionali delle organizzazioni padronali. Evidentemente più interessati a riaffermare il primato dell’economia su tutto, costi quello che costi, anche per la salute dei lavoratori e della popolazione tutta.


Non lo speriamo ma temiamo che nelle prossime settimane anche altre regioni della Svizzera saranno confrontate con una situazione di emergenza come quella che vive il Ticino. Sarebbe dunque saggio estendere da subito a tutto il paese il blocco delle attività non essenziali. Perché nelle fabbriche e sui cantieri è oggettivamente impossibile rispettare le norme d’igiene e di distanza sociale. Sono queste le misure che oggi s’impongono e che rallentano la progressione della malattia: ce lo dicono gli esperti e le esperienze della Cina e dell’Italia.


Lo sa anche il Consiglio federale, che però insiste sulla sua linea filo-padronale: «Bisogna continuare a lavorare. Non si deve rompere la catena produttiva. C’è bisogno di fiducia, pazienza e solidarietà», ha detto il ministro dell’economia Guy Parmelin. Anche in Svizzera insomma si tergiversa e non s’impara dalle esperienze altrui.


Dopo giorni di polemiche sulla legalità delle misure ticinesi che hanno aggiunto dolore al dolore tra i Ticinesi, il Consiglio federale oggi 27 marzo ha finalmente adottato una modifica d’ordinanza che introduce la possibilità per i Cantoni di chiedere al governo federale l’autorizzazione per ordinare «la limitazione o la cessazione delle attività di determinati settori dell’economia». Ha insomma riconosciuto «la situazione straordinaria in cui si trova il Ticino», dove l’incidenza della malattia è il triplo della media nazionale (470 contro 145 casi ogni 100.000 abitanti), ma al tempo stesso ha posto condizioni molto restrittive perché altri Cantoni possano adottare le stesse misure del Ticino. Sarebbe questa l’unica soluzione intelligente, ma i tempi non sembrano maturi. Invece di prevenire, si preferisce intervenire solo quando la situazione precipita.


Chi non avesse ancora capito cosa sta rischiando la Svizzera intera e che non c’è tempo da perdere, venga a farsi un giro in un ospedale ticinese!

Pubblicato il 

27.03.20..
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