La mano invisibile

Se c’è qualcuno che capisca qualcosa di preciso della situazione del cosiddetto mercato del lavoro (brutta espressione) in base a quel che trova o legge, anche su documenti ufficiali, deve essere uno che ha pazienza statistica-matematica oppure dev’esser abituato, vada come vada, a sentir cantar gloria per chi governa.


La disoccupazione in Ticino sembra ferma al 7,2 per cento, ci si dice. Secondo metodo Ilo o secondo Seco? Alcuni corifei la dicono in calo. Aumentano i posti di lavoro (+3,5 per cento in un anno), più a tempo parziale (+6,1) che a tempo pieno (+2,1), ma diminuisce il tasso di attività (cioè il rapporto tra popolazione attiva e popolazione in età lavorativa) o, in altre parole, aumentano gli inattivi (stimabili attorno alle 133mila unità). Aumentano ancora i lavoratori frontalieri (+3,4 per cento o 2.500), mentre gli occupati residenti sono in calo dell’1,5 per cento, anche a causa dell’invecchiamento, si dice. Già in tutto questo c’è stridor di dati.


C’è però altro da aggiungere: aumentano i giovani in formazione (+3,3 per cento su base annua). Dato che ha doppia rilevanza: positiva, perché sempre più giovani si formano; meno positiva, perché sempre più giovani posticipano (o devono posticipare) l’entrata nella carriera professionale. C’è però di peggio (lo rileviamo da un’intervista a Eric Stephani, dell’Ufficio di statistica, apparsa su laRegione): c’è un fenomeno che ci sembra analogo a quello rilevato su larga scala in Italia in un interessante studio dell’economista Luca Ricolfi (il quale dà spiegazioni di tipo culturale o persino familiare-patrimoniale assai intriganti e forse applicabili anche dalle nostre parti): ci sono persone, perlopiù giovani, che non lavorano, non studiano, non seguono formazione professionale (i cosiddetti Neet, Not in Education, Employment or Training). Sarebbero circa 5mila unità. Cifra di non poco conto, aggiungiamo noi, poiché tutti rimarranno in famiglia, o incidendo sul bilancio dell’economia domestica o come candidati alla depressione.


Si danno spiegazioni tecniche (modi di rilevamento diversi) o di provvedimenti politici mutati (periodo per il diritto alle indennità di disoccupazione) per lo stridore di questi dati. Almeno quattro realtà dovrebbero comunque preoccupare.


1) Non è vero che la disoccupazione risulti in calo, come si è sbandierato da qualche Istituto o da qualche corifeo. 2) Se un posto su tre è occupato da un frontaliero mentre diminuisce il tasso di attività cantonale, il più basso a livello svizzero, qualche problema ci deve essere: o in termini di retribuzione del lavoro, o in termini di tipologia o qualità della struttura economica, di investimenti, di produttività e quindi di valore aggiunto. 3) Se c’è una presenza così rilevante di inattivi o Neet, è un segno innegabile di estrema fragilità di tutto il tessuto economico ticinese o delle carenze della sua “cultura economica-imprenditoriale”, che ne addossa poi i costi sociali allo Stato (e non è casuale o ambientale se il Ticino è tra i cantoni che deve distribuire maggiori sussidi). 4) Se c’è una discrepanza significativa tra formazione (con innegabili sforzi da parte del cantone), livello di formazione, possibilità occupazionale e giovani ticinesi formati che rischiano di diventare i frontalieri dei cantoni industriali d’oltre  Gottardo, non c’è solo perdita umana, impoverimento demografico, spreco finanziario, ma evidente mancata corrispondenza tra una risorsa fondamentale, una delle poche del Ticino, e la potenzialità economica-sociale esistente, poco aperta e innovativa o troppo ancorata a politiche e monoculture tradizionali.

Pubblicato il 

29.09.22
 
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