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Quelli che picchiavano duro

di

Renato Simoni
Nel 1913, Giulio Barni e Guglielmo Canevascini pubblicavano L'industria del granito e lo sviluppo economico del Cantone Ticino, un'opera di ben 400 pagine 1). Essa sottolineava l'importanza della lavorazione della pietra nel fragile sviluppo economico generato nel Cantone dalla ferrovia del Gottardo e il peso dell'organizzazione degli scalpellini per il nascente movimento operaio in Ticino. Seguiremo questa vicenda sull'arco del trentennio compreso tra l'apertura del traforo alpino e la vigilia della Grande guerra.
Il numero delle cave aperte nel Ticino e nel Canton Uri sale da 17 a 90 tra il 1884 e il 1905. La quantità di gneiss trasportata nella Svizzera interna passa da 103 mila 524 quintali nel 1884 a un milione 246 mila 915 nel 1899, per ridursi a 202 mila 171 nel 1905 e a circa 67 mila cinque anni più tardi. Una crescita stimolata dallo slancio edilizio delle città svizzero-tedesche e assicurata inizialmente da piccole imprese di carattere artigianale, ticinesi o italiane, a ridotto capitale, che approfittano delle concessioni dei patriziati per moltiplicarsi lungo la Riviera e la Leventina.
All'inizio del '900 una crisi di sovrapproduzione, legata alla concorrenza di prodotti edilizi sostitutivi, provoca il crollo dei prezzi. Un declino che nemmeno il temporaneo consorziamento delle ditte e la nascita di un trust confederato come l'Ag Schweizerische Granitwerke (1904) riescono a frenare. Il decennio prebellico è infatti contrassegnato da un declino che si concluderà con il fallimento della Granitwerke (1913). Tra il 1900 e il 1913 si passa da 3 mila a mille scalpellini, per l'80 per cento stagionali provenienti dall'Italia settentrionale. Una stabilizzazione della produzione si avrà solo negli anni Trenta.
Nell'ultimo scorcio dell'Ottocento gli scalpellini faticano, da marzo a novembre, 13-14 ore al giorno sotto le intemperie o in fumose forge, povere di aria e acqua potabile, dove s'impiegano pure giovani a partire dagli otto anni. Carenza di idonei strumenti di lavoro e smottamenti provocano frequenti incidenti, cui si aggiungono silicosi e tubercolosi. La retribuzione è a cottimo e le tariffe sono fissate a discrezione dei padroni, a lavorazione conclusa. Il versamento è mensile, ma spesso giunge in ritardo ed è alleggerito dalle trattenute per vitto e alloggio (Truck-system). La divisione tra lavoratori ticinesi (per i quali la cava non è la sola fonte di guadagno) e stagionali italiani, con maggiore coscienza politica e sindacale, non facilita l'affermazione di un fronte comune. Ciononostante, fino al 1906, gli scalpellini sono la punta avanzata del nascente movimento operaio ticinese. Tra di loro sorgono società di mutuo soccorso, cooperative e organismi sindacali come la Federazione degli Scalpellini del Ticino ed Uri. Al suo primo congresso (1899) essa raggruppa un migliaio di affiliati, il 40 per cento della manodopera.
Nel 1900 iniziano le lotte per una valutazione oggettiva del lavoro, il pagamento quindicinale dei salari e le 11 ore giornaliere. Gli operai ottengono anche l'appoggio del Consiglio di Stato, ma si scontrano con la Federazione tra i Padroni di Cave di Granito del Cantone Ticino. Il compromesso che ne esce prevede le 11 ore, la paga mensile, ma non la tariffa sul cottimo, che rimarrà l'oggetto del contendere negli anni successivi.
Al secondo congresso (1900) l'associazione degli scalpellini decide l'adesione alla Federazione Operaia Ticinese, la creazione di un segretariato e la pubblicazione di un settimanale – "Lo Scalpellino" – che avrà due anni di vita. Con l'adesione (non definitiva) alla Federazione Svizzera dei lavoratori della pietra, la direzione della lotta è assunta dal segretariato di quest'ultima e, successivamente, dalla Camera del lavoro, in cui gli scalpellini rappresentano circa la metà dei membri nei suoi primi anni di vita (1902-1906). L'applicazione della legge federale del 26 giugno 1902, che parifica gli operai delle cave agli addetti delle altre imprese industriali, è al centro delle agitazioni.
A partire dal 1905 lo scontro sulle retribuzioni e l'orario di lavoro (le 10 ore) si radicalizza e diventa permanente. Se nell'immediato la vittoria sembra arridere agli operai, con la sottoscrizione di un contratto (10 marzo 1906), il mutamento di congiuntura economica gioca alla lunga a loro sfavore: entro la fine dell'anno una ristrutturazione del trust provoca il licenziamento di un terzo dei dipendenti. È in quest'ambito che ha luogo il lungo sciopero di 6 mesi, conclusosi il 27 aprile 1907 con l'abolizione del cottimo alla Granitwerke (a meno che l'operaio la richieda, in base a una tariffa prestabilita), ma non nelle altre ditte come la Schulthess di Lavorgo, dove la lotta continua, ricorrendo al boicottaggio. Gli scalpellini della Riviera approfittano della lunga inattività lavorativa per costruire la Casa del Popolo-Circolo Operaio a Claro, la prima in Ticino.
La difficile congiuntura per il granito e un logoramento delle energie, aggravato dalle divergenze tra lavoratori svizzeri ed italiani, fa però perdere intensità al movimento. Ciò facilita, nel 1912, una controffensiva padronale, che impone l'abolizione della retribuzione alla giornata e la riduzione dei salari (da un quinto ad un terzo). E di fronte al rifiuto operaio si passa alla serrata e ai licenziamenti. Lo sciopero proclamato il 1° maggio 1912 ottiene solo una vittoria parziale: l'anno successivo la Granitwerke chiude i battenti, imputando alle lotte operaie il suo fallimento.


1) Barni Giulio, Canevascini Guglielmo, "L'industria del granito e lo sviluppo economico del Canton Ticino", Lugano, Nuova Biblioteca Rossa, 1913. Questo studio fondamentale, oggi quasi introvabile, sarà ristampato prossimamente dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini e dalla Fondazione Miranda e Guglielmo Canevascini.

Pubblicato

Venerdì 22 Dicembre 2006

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