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Quelli che le imprese...

di

Giuseppe Dunghi
«L'impresa non è un inferno!». L'aria nella sala del Gran Consiglio vibra ancora per il punto esclamativo. Intervenendo nel dibattito parlamentare sul salario minimo garantito svoltosi il 20 febbraio scorso, il deputato contrario alla proposta sosteneva che il problema dei working poors non può essere risolto obbligando le aziende a pagare ai dipendenti un determinato salario: le imprese sono creatrici di ricchezza e vanno sostenute, non caricate di oneri.
Nella notte fra il 29 e il 30 marzo 2007 la Guardia di Finanza di Como ha fermato nei pressi di Casale Monferrato un comasco di 72 anni residente a Capolago che viaggiava in compagnia della moglie, una ticinese di 65 anni. Nel doppiofondo della loro auto vi erano 35 chili di oro di contrabbando, che stavano per consegnare a un orafo di Valenza Po: quest'ultimo aveva pronti 500 mila euro e 100 mila dollari in contanti. Lo stesso quantitativo di oro, 35 chili, e pressappoco la stessa cifra di pagamento, 700 mila euro, erano stati sequestrati a Vicenza nel novembre 2006, sempre dalla Guardia di Finanza di Como. Il quantitativo identico è da mettere in relazione con l'ampiezza del vano segreto, come si spiega nella cronaca. Ma fa pensare piuttosto a operazioni su scala industriale. Il contrabbando d'oro dal Ticino ai luoghi di lavorazione di Valenza Po, Vicenza e Arezzo è fiorente. Gli orafi, prosegue il cronista, con un'autocertificazione evitano di pagare l'Iva, ma devono dimostrare l'avvenuta produzione di gioielli, sui quali si pagano poi le tasse. Ma se la materia prima non viene notificata e la lavorazione viene effettuata in nero, non si pagano tasse. Insomma, il contrabbando alimenta il lavoro nero e a sua volta il lavoro nero ha bisogno di materia prima illegale.
L'oro, come si sa, non si acquista nei negozi di confine. Sono tre le aziende ticinesi che raffinano l'oro grezzo, lo trasformano in lingotti e lo commercializzano; non a caso tutte situate nel Mendrisiotto: la Valcambi di Balerna, la Pamp (Produits Artistiques Métaux Précieux) di Castel San Pietro e la Argor-Heraeus di Mendrisio. Sono proprietà, in tempi diversi e con partecipazioni incrociate, del Credito Svizzero, dell'Unione di Banche Svizzere, di Commerzbank International, della Banca nazionale austriaca e altri finanzieri. Nel consiglio d'amministrazione di una di esse siede l'ex consigliere federale Adolf Ogi.
Alcune informazioni però non si trovano nei dépliant patinati e nei siti internet di queste ditte. Il 20 febbraio 2007, in seguito all'esplosione di un forno di fusione alla Pamp, l'operaio Bruno De Valentin è rimasto gravemente ustionato al volto. Sempre alla Pamp, il 27 febbraio 2001 un operaio di Solbiate Comasco, Aldo Baretti, venne rinvenuto agonizzante per aver respirato ossido di azoto. Morì dopo due settimane. Il 24 marzo 2007 alla Argor un serbatoio contenente idrogeno è esploso, danneggiando parte dello stabilimento e le case circostanti, per fortuna in un momento in cui non erano presenti i lavoratori. La Argor-Heraeus è accusata in un rapporto Onu di essere implicata in un traffico illegale di oro proveniente dal Congo, i cui proventi servono a finanziare la guerriglia in quel paese. Ne ha scritto la NZZ am Sonntag nel febbraio 2006.
A causa di questo oro molti minatori muoiono nei cunicoli sottoterra in Sudafrica e in Congo, a causa di questo oro dei frontalieri perdono la vita nelle fonderie in Ticino. Per rispetto delle vittime, per rispetto di chi lavora pagando le tasse e, perché no?, degli ignari turisti che comprano gioielli in Italia credendo di dare un contributo all'economia del paese che ammirano, la frase citata all'inizio si sarebbe dovuta pronunciare a voce bassa e senza punto esclamativo.

Pubblicato

Venerdì 4 Maggio 2007

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