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Quella paura del salario minimo

Tentativi di eludere la legge anche nel terziario. L’economista: “La misura è temuta da quelle aziende che per decenni hanno sfruttato la forza-lavoro disponibile all’inverosimile"

di

Raffaella Brignoni

 

Dal secondario al terziario: si segnalano tentativi anche in questo settore di eludere il minimo salariale in Ticino. La succursale luganese di compagnia leader di assicurazioni avrebbe chiesto di far valere la territorialità del cantone dove ha sede la casa madre. Da Zurigo però i vertici negano: «Non siamo a conoscenza di una tale richiesta relativa al salario minimo: questa non è emersa nemmeno in colloqui personali con agenti generali». I mezzi per reagire esistono. Sergio Rossi, professore di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friborgo li indica: «Agevolazioni fiscali per le imprese virtuose, introdurre regole e limiti, sanzionando in modo dissuasivo le ditte che non rispettano i vincoli di ordine socioeconomico». 

 

«Tu hai mai calcato le scene, Altezza?».

«No.» dice il re.

«È facilissimo!».

«Bene. Cominciamo subito. Ma se Giulietta è una ragazza così giovane, duca, come facciamo con la mia testa pelata e le basette bianche?».

«Non ti preoccupare; questi bifolchi di campagna non ci fanno caso» da “Le avventure di Huckleberry Finn”, prima edizione 1884.  

È un libro amorale quello di Mark Twain, mica certo un romanzo di formazione. Un inganno e una beffa che si ripropongono con la farsa messa in piedi dalla Lega dei ticinesi, che manda avanti un vecchio ex sindacalista con la testa pelata e le basette bianche come la volpe di Pinocchio al grido di Tisin.  Un’iconografia che, ricordando le fogne londinesi da rivoluzione postindustriale, è stata trasferita nel 2021 in Ticino, il cantone più a sud e povero della Svizzera.

 

Se tre industrie del Mendrisiotto hanno già sottoscritto un accordo con Tisin per tentare di non pagare il minimo salariale, che è appunto considerato un minimo per vivere, segnali di allarme giungono anche dal settore terziario. A Zurigo la direzione di una grande assicurazione, secondo nostre fonti,  sarebbe stata contattata dal proprio responsabile di agenzia a Lugano, che stava pensando “se magari...”, “ma guarda un po’...”, “come si potrebbe fare per eludere la legge che entrerà in vigore il prossimo 1° dicembre”?


Professor Rossi, il settore terziario in Ticino negli ultimi 60 anni ha avuto un ruolo centrale nell’economia e le professioni a esso legate hanno rappresentato per decenni lo sbocco naturale per molti residenti, che trovavano buone condizioni di lavoro e di salario in linea con il costo della vita. Che cosa è cambiato?

Lo scoppio della crisi finanziaria globale nell’autunno 2008 ha devastato la piazza finanziaria ticinese, che è stata colta impreparata a un cambio di paradigma dopo la caduta del segreto bancario per le persone domiciliate all’estero. Questa crisi ha aggravato la situazione nell’economia ticinese, che già era confrontata con le conseguenze negative della globalizzazione e della libera circolazione delle persone provenienti dai paesi membri dell’Unione europea. Inoltre, vi era sottotraccia la crescente mentalità di gestire lo Stato come se fosse un’azienda privata, secondo i dettami del “New public management”, impedendo di fatto l’attuazione di una politica economica anticiclica, che comporta un aumento del debito pubblico quando l’economia rallenta notevolmente o è in crisi.

 

Quanto fa paura l’introduzione del salario minimo in Ticino? Le società, e non solo le industrie, si sentono davvero minacciate da una misura che non è per nulla radicale?

L’introduzione di un salario minimo fa paura a molte aziende in Ticino, perché queste per diversi decenni hanno sfruttato la forza-lavoro disponibile, senza alcun riguardo al fatto che le lavoratrici e i lavoratori residenti nel cantone fossero anche dei consumatori: consumatori che spendono nel mercato dei prodotti quanto guadagnano nel mercato del lavoro. A seguito dell’accordo di libera circolazione delle persone e dell’abbandono da parte dello Stato dell’obiettivo del pieno impiego, il mercato del lavoro ticinese è peggiorato per livelli salariali e condizioni di impiego. Se da un lato ciò ha consentito a varie imprese di sopravvivere, esercitando una pressione al ribasso sugli stipendi di numerose categorie professionali, dall’altro lato ha frenato la capacità di investire per innovare tanto i prodotti quanto i processi produttivi. Ora molti datori di lavoro sono in evidente difficoltà per versare il salario minimo legale, perché erano stati abituati a “fare impresa” sfruttando fino all’inverosimile una parte della loro forza-lavoro, trascurando, se non ignorando, l’importanza del progresso tecnico e di una corretta remunerazione di tutti i loro collaboratori.

 

A giugno 2021 i frontalieri in Ticino erano più di 71 mila, attivi non solo nell’industria e nell’edilizia, ma soprattutto in attività legate al terziario. La concorrenza è forte e il pericolo di distorsioni salariali elevato. A che cosa bisognerebbe prestar attenzione affinché la situazione non degeneri irrimediabilmente?

Per cercare di porre rimedio a questa situazione nel mercato del lavoro si dovrebbe, per iniziare, imporre che qualsiasi dipendente aziendale fosse remunerato come se abitasse in Ticino, anziché permettere alle imprese di discriminare gli stipendi in base al luogo di residenza dei lavoratori, al di qua o al di là della frontiera italo-svizzera. Lo Stato non ha però grandi margini di manovra, soprattutto perché nel Gran Consiglio ticinese la maggioranza politica non intende intervenire in questo campo. Si potrebbe in realtà introdurre un’agevolazione fiscale per le imprese che occupano una quota minima di lavoratori residenti in Svizzera, soprattutto nelle attività dove si nota attualmente una presenza sovrabbondante di frontalieri a discapito dell’occupazione di persone residenti in Ticino.

 

La responsabilità sociale che aziende come Posta, banche e assicurazioni sembravano avere, garantendo un determinato numero di posti di lavoro a buone condizioni salariali e di prestazioni, è venuta a cadere. Il settore pubblico sembra non essere da meno. Tornare indietro è possibile?

Si tratta di un problema globale, perché nel settore dei servizi come in quello industriale si può ormai dislocare da una parte all’altra del globo una parte crescente delle attività e dunque dei posti di lavoro, sfruttando l’esistenza ovunque di una elevata percentuale di persone disoccupate o sottoccupate disponibili a lavorare per uno stipendio inferiore al livello cui erano remunerati i predecessori, ovunque esse si trovino. Il telelavoro rende ancora più facile questo processo nel campo dei servizi di ogni tipo. Non si può tornare indietro, ma si possono introdurre delle regole e dei limiti da rispettare, sanzionando in modo dissuasivo le imprese che non rispettano questi vincoli di ordine socioeconomico.

 

Che tipo di interventi andrebbero attuati? Stato, sindacati, associazioni di categoria, cittadini: chi deve muoversi e come?

Lo Stato dovrebbe intervenire per obbligare tutte le ditte a versare stipendi corretti, che permettano di vivere degnamente nel territorio dove si trova l’impresa, controllando e sanzionando duramente le società che non rispettano il salario minimo legale, il quale va differenziato in base al tipo di attività economica e adattato annualmente all’evoluzione del costo della vita. I sindacati dovrebbero far capire ai datori di lavoro l’importanza – per l’insieme dei portatori di interesse – di remunerare correttamente tutte le persone che lavorano, indipendentemente dal loro luogo di residenza. Così facendo, i profitti delle imprese sarebbero massimizzati all’interno di un circuito economico in grado di creare sia occupazione sia le risorse fiscali necessarie per svolgere i compiti dello Stato. Non si deve considerare lo Stato come un antagonista del “libero mercato”, perché quando il settore pubblico spende maggiormente, le imprese aumentano la loro cifra d’affari e i loro profitti.

 

Pubblicato

Mercoledì 27 Ottobre 2021

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