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Quella pacchia del concerto all'aperto

di

Cristina Foglia
Concerti all’aperto, che passione! L’estate è bella anche perché, finalmente, si può andare a sentire musica senza l’obbligo di stare composti e attenti, col vicino che ti guarda storto se ti viene uno starnuto o un colpo di tosse. Eh sì, non a caso hanno tanto successo gli Estival Jazz, il festival di musica irlandese i Piazza Blues e gli open-air in genere. Ma la pacchia sta per finire. Ultime battute, ultimi concertini. Meno gente e tutti col golfino sulle spalle e la K-way nello zainetto perché con la breva che tira nelle sere settembrine non si sa mai. Fra poco si torna dentro. Ma la sala da concerto è un luogo severo, con sedie generalmente scomode. Senza contare che dopo un’ora col di dietro incollato su un quadratino di 40 per 40, magari con in grembo il cappotto appallottolato e la borsa (lo zaino lo si ficca sotto il sedile) voglio vedere chi non si sente un po’ a disagio. Vuoi mettere quindi la gioia di andare in giro con la birretta in mano, in maglietta e bragoni larghi; due passi di qui, tre di là, un salutino a un amico, una chiacchierata con i vicini che in quel tripudio di note gioiose ti sembrano anche più simpatici, un abbraccio a un socione che non vedevi da tempo, toh c’è anche la vecchia compagna di classe delle elementari, anche lei qui, a sentire la musica dal vivo. La musica dal vivo, anzi Live. Ce la sognavamo quando, adolescenti, guardavamo i film di Woodstock e dell’isola di Wight, con tremenda invidia per i nostri coetanei anglo-parlanti che potevano andare a infradiciarsi sotto quegli storici acquazzoni e anche capire le parole delle canzoni! Poi sono arrivati anche da noi i grossi nomi e le piazze ticinesi sono diventate bellissime arene pullulanti di gente che saltella a ritmo e che si illuminano alla fiammella degli accendini. E però c’è concerto e concerto. Quelli che ti chiedono fino a 80 franchi di entrata e quelli gratis, anzi “a gratis” (ormai si dice così, e anche i linguisti si piegano all’errore quando diventa globalizzato). Nei concerti a pagamento c’è molta attenzione, e molta trepidazione. Si capisce, l’aspettativa è grande. La domanda “ma la suoneranno davvero come nel disco?” martella in testa. Orecchie dritte, sguardo al palco, solo qualche occhiata sporadica al telefonino. Quelli “a gratis”, di concerti, sono un’altra cosa. È tutto un pirlare in giro, i telefonini sono incandescenti di sms. Qualcuno balla ma soprattutto si parla, anzi si urla. Per forza, il volume della musica è alto! “Tee l’hai visto il tipo con la tipa?” I ragazzi si rincorrono a insulti, ogni tanto qualcuno che se le dà, nel clima di generale allegria. Una pacchia insomma. “Ti è piaciuto ieri sera?” “Sììì mega, bellissimo.” “Anche la musica era forte eh? Bravissimi i tipi, com’è che si chiamavano?” “Ma chi?” “Quelli che suonavano già!” Ah perché, suonavano?”

Pubblicato

Venerdì 24 Settembre 2004

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