Società

Quella malsana moda delle casse automatiche

Essere umano, o macchina? Un grande dilemma del nostro tempo si è fatto lampante in una delle più banali attività della vita quotidiana: la spesa al supermercato. Con il solito anglicismo, si chiama “self scanning” e “self check out”. Sono io consumatrice, infatti, a scannerizzare le merci accumulate nel carrello e dopo una processione di click, sono ancora io a provvedere al pagamento infilando nell’apparecchio una carta oppure dei contanti. Spesso a pochi metri c’è una persona che indossa la divisa del supermercato in questione, o quella di una società di vigilanza. È lì per osservare il mio comportamento.

 

Sostengono molti studi realizzati sulla materia, infatti, che le casse automatiche farebbero aumentare la quota di furti. Alcuni inconsapevoli, ovvero fondati su un genuino errore commesso per distrazione da chi acquista. Molti, però, sarebbero dovuti al fatto che mettere in mano a un essere umano il potere di farsi da solo il conto, porterebbe con sé la tentazione di risparmiare.
Confesso che salvo situazioni di emergenza ˗ quei giorni che non ho un minuto di tempo, all’uscita c’è una fila incredibile e io ho nel cestino solo due articoli ˗ preferisco evitare le casse automatiche. Anzitutto per quella sensazione che manderanno in forzato pensionamento competenti persone in carne e ossa che di un lavoro hanno bisogno, e non desidero essere complice di cotanta involuzione. Trovo inoltre irritante che potenti imprese scarichino su me consumatrice una parte del lavoro senza corrispondermi un salario, né riconoscermi uno sconto sulle merci per le quali mi occupo della conta e del pagamento. Perché non credo serva un genio della matematica per intuire che laddove si tagli sul personale, ma non sul prezzo al dettaglio, il margine di guadagno aumenti.


Se dalle nostre parti la moda delle casse automatiche è ancora nella prima infanzia, nei Paesi anglosassoni è diffusa da anni. Di recente la BBC ha pubblicato un articolo che tenta di tirare le somme sui risultati constatati da chi nella grande distribuzione, nel Regno Unito come in alcuni Stati americani, ha introdotto queste macchine in tempi non sospetti. Il titolo la mette giù dura: “Non hanno rispettato le promesse. Lo spettacolare fallimento delle casse automatiche”. Argomenta il giornalista, fra dati e interviste a chi del settore si occupa per mestiere, che i consumatori ci contavano per risparmiare sui tempi di attesa e gli imprenditori si fregavano le mani per la prospettiva di poter tagliare posti di lavoro.
Ma proprio gli imprenditori sarebbero particolarmente delusi: a quanto pare, noi tapini abbiamo continuamente bisogno di supporto, fatto che obbliga i supermercati ad affiancare alle macchine impiegati pronti a darci una mano. La maggiore quota di furti, poi, rappresenterebbe una perdita secca. Risultato? Grandi nomi della distribuzione starebbero facendo marcia indietro, limitando tipo e numero di prodotti che si possono acquistare con una cassa automatica, o tout court rimuovendo dalle loro filiali queste moderne diavolerie.
Ai posteri l’ardua sentenza, e nel frattempo la Svizzera va nella direzione opposta: sempre più self check out. Su area ne abbiamo parlato qualche anno fa, con un’intervista ancora attuale. Per approfondire, in particolare sulle potenziali conseguenze per il personale, c’è invece uno studio dell’Università di Berna commissionato da Unia e pubblicato nel 2018 (vai sllo studio).

Pubblicato il

01.02.2024 16:25
Serena Tinari
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