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Quel piccolo Tell che c’è in noi

di

Gianfranco Helbling
Il documentarista di Zugo Erich Langjaahr è una figura molto particolare del nostro cinema. Lui concepisce il mestiere come un artigiano: fa tutto lui, a bottega, con l'attenzione e la cura tipiche di chi ama il suo mestiere, coinvolgendo nel lavoro l'intera famiglia. E l'occhio della sua macchina da presa (rigorosamente 35 mm) è da oltre vent'anni attento a chi con lui condivide uno stesso modo di affrontare il proprio mestiere, in particolare i contadini. Con una trilogia di film che combinano al meglio qualità estetiche e valore documentario ("Sennenballade", "Bauernkrieg" e "Hirtenreise ins dritte Jahrtausend") ha descritto il divenire del ceto agricolo svizzero a cavallo del millennio, riscuotendo molto successo anche all'estero. Il suo lavoro più recente, "Alpine Saga – Das Erbe der Bergler", è attualmente in distribuzione in Ticino, dopo esser stato lo scorso anno al Festival di Locarno nella Settimana della critica. In esso Langjahr pone la sua attenzione sulla tradizione dei falciatori di fieno selvatico nel Muotatal, una valle del canton Svitto (cfr. riquadrato). Gli abbiamo chiesto di spiegarci perché.

Erich Langjahr, il suo film "Alpine Saga – Das Erbe der Bergler" racconta di usi e tradizioni ormai desueti ma che risvegliano in noi profonde nostalgie. E queste nostalgie sono spesso usate in maniera strumentale nell'odierno dibattito politico. Come si è rapportato a questo complesso di temi girando il film?
Già in un mio film precedente, "Sennenballade", avevo tematizzato in particolare la mitizzazione di elementi romantici della cultura alpina. Per esempio avevo ricostruito lo sfruttamento commerciale dei pantaloni gialli tipici dei contadini appenzellesi, fino a mostrare il loro uso in una campagna pubblicitaria olandese. Dietro questa mercificazione della tradizione contadina c'è una verità che ci interroga tutti sulla nostra identità, dal momento che di contadini appenzellesi ce n'è sempre di meno. È una riflessione che s'impone anche in "Das Erbe der Bergler". Nella piazza centrale di Altdorf c'è un grande monumento di Guglielmo Tell realizzato da Richard Kissling. Ebbene, questa statua indossa esattamente gli stessi zoccoli di legno e lo stesso copricapo tradizionali dei falciatori del Muotatal. La domanda allora s'impone: quali sono gli elementi della tradizione che ancora oggi sono davvero vivi? Si tratta di riflessioni che non sono legate ad un territorio specifico. Un film su temi simili lo potrei fare certamente anche in Ticino.
Non è un lusso mantenere in vita simili tradizioni? Falciare in alta montagna con degli zoccoli di legno ai piedi oltre che economicamente insensato è anche molto pericoloso…
La domanda è legittima. I falciatori del Muotatal non se la pongono perché per loro gran parte della loro identità è fondata su questa attività. Tuttavia è vero che ciò che ancora una generazione fa era elementare ed esistenziale, oggi è vissuto come tradizione identitaria in un contesto in cui si è sempre più scollegati dalla civiltà rurale. E di questo anacronismo i diretti protagonisti sono ovviamente ben coscienti.
Lei gioca anche coscientemente con le nostalgie del pubblico, con il piccolo Guglielmo Tell che si nasconde in ognuno di noi…
Sì, è vero, il film risponde anche ad un nostro bisogno che sentiamo molto. Ma non voglio indurre al romanticismo. Piuttosto voglio interrogare i miti romantici di oggi per giungere alle domande essenziali che essi nascondono. Questo si riferisce anche alla nostalgia che tutti noi proviamo per la vita semplice, in una misura tanto maggiore quanto più complessa è la nostra vita quotidiana: è una nostalgia che cresce quanto più ci sembra di perdere il contatto con il terreno sotto i nostri piedi (una figura retorica questa che in "Das Erbe der Bergler", forse non a caso, è mostrata in tutta la sua concretezza con i falciatori in precario equilibrio sui loro zoccoli di legno a strapiombo sui dirupi).
D'altro canto anche la modernità che ci mostra nel Muotatal non è entusiasmante: le casette nuove prefabbricate sono uguali a quelle che si vedono ovunque…
Non è una regione ricca. E vive di forti contraddizioni. Da un lato si conservano le tradizioni, dall'altro c'è la modernità: dopo aver falciato i prati con le zoccole di legno ai piedi si può benissimo fare un giretto con i pattini inline o in mountainbike. Si tratta di persone molto comuni, e in questo senso riportano alla realtà gli alpigiani, che oggi in Svizzera si tende ad idealizzare, a trasfigurare.
Lei da oltre 20 anni si occupa cinematograficamente della Svizzera rurale. La Svizzera urbana non la interessa?
Credo che oggi rurale ed urbano non si possono più distinguere geograficamente. Si può fare spesso in Svizzera l'esperienza che in città si pensa con categorie tipicamente rurali mentre in campagna si ha un atteggiamento mentale decisamente urbano. Io stesso sento forti nella mia vita questi due poli contrastanti. Città e campagna sono dunque entrambi componenti essenziali della nostra coscienza. Faccio un esempio: quando si fa la spesa in realtà non cerchiamo prodotti davvero naturali e contadini, ma prodotti che corrispondono all'idea che ci siamo fatti di quel che è la vita contadina. Questo naturalmente ci apre a numerosi conflitti. È a questa dialettica città-campagna che cerco di dare un volto con i miei film.
Il suo interesse principale è però per il mondo contadino.
Sì, assolutamente. La vita contadina mi interessava fin da bambino. Oggi mi interessano i processi di industrializzazione e di apertura al mercato del mondo agricolo, processi che non sono affatto conclusi. Penso che le implicazioni di queste trasformazioni non siano ancora ben chiare nelle coscienze di chi non appartiene al ceto contadino, anche se si sta diffondendo una coscienza ecologica. Quel che ci aspetta è la totale industrializzazione dell'agricoltura. I piccoli contadini spariranno completamente. Eppure nel nostro intimo siamo tutti dei piccoli contadini. Ed è il piccolo contadino che mi interessa, con le sue ragioni e le sue esigenze in netta contraddizione con lo spirito dei tempi.
"Alpine Saga – Das Erbe der Bergler" spiega poco della tradizione: lei si limita ad osservare, a cogliere fatiche, sguardi e parole stando quasi a margine della scena. Perché questa scelta?
Non mi interessa spiegare tutto nel dettaglio come in un reportage giornalistico. Perché a quel punto si annulla la partecipazione dello spettatore. Mi interessa invece avere uno spettatore vivo, attento, partecipe nella costruzione del racconto. Lo spettatore dev'essere uno dei tre vertici del triangolo che fanno del film un'opera compiuta. Agli altri due vertici c'è da un lato la realtà che documento e, dall'altro, la sua elaborazione poetica in forma di film. Affinché questa idea di film possa attuarsi è però necessario che lo spettatore si impossessi del film, lo faccia suo. Ogni singolo spettatore nel buio della sala è una persona sensibile. Nessuna forma d'arte come il cinema riesce a creare delle condizioni così ideali di fruizione. Nel collettivo invece lo spettatore diventa subito massa. E questo non gli rende più giustizia.
Lei oggi fa più fatica a trovare il suo pubblico?
No, direi al contrario che mi sta diventando sempre più facile. Non so se dipenda dal fatto che ormai mi si conosce e quindi c'è un rapporto di fiducia fra me e gli spettatori oppure se è perché con i miei film colgo sempre meglio i bisogni del pubblico. Più probabilmente in entrambe le ipotesi c'è un po' di verità. D'altro canto l'attenzione ricevuta da "Alpine Saga – Das Erbe der Bergler" mi dimostra che riflessioni sulla propria identità, nelle quali ognuno possa confrontarsi con i suoi pensieri e le sue emozioni, hanno un loro posto al cinema
Ed è diventato più difficile finanziare i suoi film?
Non sono la persona giusta per dirlo perché avendo ottenuto un certo riscontro con i miei lavori precedenti oggi ho accesso anche ai finanziamenti automatici. Se invece fossi un giovane regista e dovessi basarmi esclusivamente sugli aiuti selettivi farei probabilmente l'esperienza che sì, avrei più soldi di quanti non ne avrei potuti avere vent'anni fa, ma che questi soldi sarebbero in qualche modo vincolati a concezioni formali piuttosto convenzionali. Quindi farei l'esperienza di una libertà tutto sommato minore. Ma questa libertà la potrei recuperare grazie alla tecnica, diventata più semplice e soprattutto meno cara. Io però preferisco lavorare ancora con il 35 mm. Fino a quando con i materiali la Kodak continuerà a fare progressi, preferirò la chimica all'elettronica. L'immagine analogica è ancora oggi molto migliore, più plastica, più viva.

Pubblicato

Venerdì 5 Ottobre 2007

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