L’uscita nelle sale di un film di Villi Hermann, uno dei più rappresentativi autori del nuovo cinema svizzero impostosi all’attenzione internazionale negli anni ’70, è un piccolo evento. Lo è a maggior ragione se il film in questione non è stato specificamente pensato per il cinema. È il caso di “Mussolini Churchill e cartoline”, il film (girato in digitale, 66 minuti) che Hermann, dopo oltre tre anni di ricerche, dedica al fotografo luganese di origini grigionesi Christian Schiefer. Il lavoro svolto da Hermann su Schiefer in realtà non è soltanto cinematografico. Perché è grazie al regista ticinese se è finalmente venuto un forte impulso alla ricerca sistematica e alla valorizzazione del suo lascito. Già nel corso dell’estate si sono avute due mostre (una sulla seconda guerra mondiale vista da Schiefer accompagnata da un catalogo, l’altra, più tipica dell’insieme della sua opera, dedicata alla documentazione quasi antropologica della vita quotidiana in valle di Blenio; cfr. area n. 23 del 6 giugno 2003). Ora con il film Hermann può finalmente darci la sua visione del fotografo Schiefer. “Mussolini Churchill e cartoline” è centrato sulle immagini più famose realizzate da Schiefer, quelle dei cadaveri di Benito Mussolini e di Claretta Petacci appesi per i piedi a Milano, piazzale Loreto, il 28 aprile 1945, giorno della liberazione della città. Da lì i fili del film vanno in mille direzioni, a riscoprire attraverso le foto di Schiefer sia una Lugano e un Ticino dimenticati e sorprendenti, sia un nostro passato di forti ammiccamenti al nazi-fascismo rimosso e imbarazzante. Raccontato dal bel testo di Alberto Nessi e contrappuntato dalle accattivanti note della colonna sonora originale di Paul Giger e Ivano Torre, il film di Hermann è molto fresco e disinvolto nell’approccio all’immagine fotografica. Istruttivo e piacevole. “Mussolini Churchill e cartoline” è in cartellone al cinema Lux di Massagno. Proiezioni: oggi e domani alle 18.30 e alle 19.45; domencia alle 16 e alle 17.15; da lunedì ogni giorno alle 18.30. Villi Hermann, può descrivere il lavoro di ricerca che ha preceduto le riprese del film? La lavorazione del film è stata preceduta da una ricerca durata circa tre anni. Ho iniziato catalogando sistematicamente il fondo Schiefer depositato all’Archivio di Stato di Bellinzona. Da qui numerose piste mi hanno portato verso altri fondi (Canevascini, Lepori, militari, Fondazione svizzera della fotografia), verso altri archivi (come quello federale a Berna e diversi archivi comunali) e verso numerosi privati, in particolare collezionisti di cartoline. Poi con i miei collaboratori ho spulciato sistematicamente i quotidiani e le riveste con cui sapevamo che Schiefer aveva lavorato, in particolare l’Illustrazione Ticinese, la Rivista di Lugano, la Schweizer Illustrierte, L’illustré, la Zürcher Illustrierte e così via. Ad un certo punto il materiale raccolto e digitalizzato, oltre 10 mila scatti, si è rivelato così importante che ho messo da parte il film per allestire prima una mostra, vista durante l’estate all’Archivio di Stato a Bellinzona. Questo mi ha permesso di lavorare sui materiali raccolti in funzione del film con più calma. Allora il film che vediamo oggi è quello che immaginava tre anni fa? No. Quando ho cominciato a lavorare su Schiefer non sapevo assolutamente nulla di lui. È questo in fondo il motivo per cui ho fatto il film: perché mi incuriosiva. Tre anni fa ho potuto fare soltanto una scaletta, non una sceneggiatura, sulla base di ciò che allora comunemente si sapeva. Quello che oggi c’è nel film è una selezione totalmente mia, personale, di ciò che mi sarebbe piaciuto dire di Schiefer. Ho volutamente tralasciato un’analisi critica e stilistica delle sue fotografie perché non sopporto la prepotenza di molti cineasti che devono sempre giudicare il loro soggetto. Ne è risultata una panoramica sulla vita di una persona che, e questo mi piace molto, più modesta di così non si sarebbe potuto immaginare: sapeva di essere solo un fotografo regionale, un bravo artigiano, capitato però in un periodo storico eccezionale. Al centro del suo film c’è appunto Milano, piazzale Loreto e il cadavere di Mussolini appeso per i piedi. Perché insistere su questo che è comunque un episodio marginale nella vita di un umile fotografo regionale? Perché se Schiefer non avesse scattato quelle foto a piazzale Loreto oggi più nessuno si ricorderebbe di lui. Certo, quelle sono immagini dure, ma si dimentica che Schiefer ha fotografato tutta la liberazione di Milano, restituendocene la straordinaria atmosfera di coralità e di festa, pur avendo un numero limitato di scatti a disposizione. Lui stesso diceva di aver sofferto nel fare quelle foto perché non era un reporter, ma di esserne fiero: e a ragione, perché aveva lavorato anche molto bene sull’inquadratura, sulle luci, sui contrasti. Non solo: se a piazzale Lorato ha dapprima accuratamente fotografato i cadaveri, poi s’è occupato delle folla presente. Sono fotografie con un elevato senso della composizione malgrado la concitazione e le emozioni del momento. La mia tesi è che il suo senso della composizione sia stato influenzato dai quadri dei pittori fiamminghi che aveva avuto occasione di fotografare con molta cura a villa Favorita dai Thyssen. Ma lei su piazzale Loreto ci arriva (faticosamente, cercando la luce nei tunnel della metropolitana) anche per non dimenticare il fascismo. Perché ho l’impressione che in molti ormai abbiamo rimosso. Ogni generazione, ogni paese ha qualcosa da nascondere. Il mio è solo un contributo, molto personale, per riportare alla luce la memoria di quei fatti. E questo mi sembra importante visto quanto accade non solo in Italia, ma anche in Svizzera. Sul periodo della guerra gli storici sanno già tutto, non svelo nulla di nuovo. Però ci sono episodi che con le fotografie di Schiefer possono riapparire sotto una luce nuova o particolare: la corona con la croce uncinata offerta dall’ambasciata tedesca e portata da due soldati svizzeri al funerale di un pilota dell’esercito svizzero nel 1940 ad esempio è molto illuminante circa l’atteggiamento accomodante delle autorità elvetiche verso il regime di Hitler. Non solo, il fatto che la corona sia stata esibita ad una folla molto vasta senza suscitare proteste dimostra che in fondo la popolazione condivideva in linee generali l’attitudine del Consiglio federale: la Germania nazista all’epoca era vincente in tutto il mondo e anche nella testa di molti svizzeri. “Mussolini, Churchill e cartoline” si caratterizza per un approccio insolito, vivace, all’immagine fotografica. La prima idea era di girare il film con un approccio all’immagine simile a quello di chi visita una mostra: prima guarda il quadro da lontano, poi si avvicina, poi indietreggia, quindi nota un dettaglio, e così via. Ad un certo punto però ho avuto paura di fare violenza alle composizioni di Schiefer. La paura l’ho superata rendendomi conto che sui giornali e sulle riviste dove pubblicava le sue foto già all’epoca venivano tagliate, ricomposte, sovrapposte ad altre e così via. Questo approccio molto disinvolto dei giornali alle fotografie di Schiefer mi ha quindi suggerito il modo di presentarle a mia volta, aggiornando le tecniche. Tre anni fa certi interventi sulle immagini che ho fatto in questo film non avrei osato farli. Forse questa libertà di intervento sulle sue fotografie Schiefer non la condivideva, ma visto il suo rapporto con il giornalismo certamente l’accettava.

Pubblicato il 

31.10.03

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