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Quel che resta del giorno

di

Maria Pirisi
Stefano Guerra
Fu il Corriere del Ticino il primo quotidiano ticinese a dare la notizia. Nell’edizione pomeridiana del mercoledì 16 febbraio 1966, a operazioni di salvataggio ancora in corso, il cronista concludeva così il suo pezzo in terza pagina dedicato alla più grave sciagura sul lavoro mai capitata in Ticino: «Ancora una volta le esigenze del progresso hanno voluto i loro morti. Ancora una volta sono gli operai a pagare il durissimo prezzo del lavoro in alta montagna». Ancora una volta. Sì, perché sei mesi prima a Mattmark, in Vallese, ottantotto operai persero la vita travolti da una massa di due milioni di metri cubi staccatasi dal ghiacciaio dell’Allalin. Robiei-Stabiascio come Mattmark: le grandi opere idroelettriche, i lavoratori stranieri (italiani soprattutto), le incognite sui fatti, i dubbi mai del tutto fugati sulle effettive responsabilità. Tra il pomeriggio del 15 e la notte del 16 febbraio 1966 in una galleria tra la Valle Bedretto e la Bavona perirono 15 operai italiani e due pompieri di Locarno. Quarant’anni dopo ritorniamo a Stabiascio con la teleferica dell’Ofima. Ad All’Acqua, il bancone dei comandi è lo stesso che nel 1963 Luigi Tinetti, allora capo-macchine dell’Ofima, oggi in pensione, progettò. Quella teleferica – una volta di legno – era “l’ascensore” per il cantiere. Lassù non ci sono più le baracche: restano i cunicoli, laddove passavano le storie di chi vi lavorava, «gente che viveva in quei cantieri affrontando la solitudine: dormivano, si alzavano, mangiavano un boccone, in galleria, uscivano, mangiavano un boccone, in galleria: ritornavano sfiniti, stanchi da far paura, un boccone e andavano a dormire. Sette giorni su sette». Così descriveva le loro fatiche alla Tsi nel ‘91 don Dino Ferrando, il prete italiano (morto 5 anni fa) che conosceva uno per uno gli operai del cantiere. Storie a cui non avremmo potuto accedere se testimoni, parenti, amici, dipendenti ed ex-dipendenti non ci avessero aiutato con le loro verità incrociate, ricordi, squarci di vite. È grazie a loro se oggi quei panorami umani del passato riprendono a vivere. Eppure tutto pareva filare liscio sotto la montagna tra la Valle Bavona e la Valle Bedretto: tre anni di lavori per scavare la galleria d’adduzione Robiei-Stabiascio-Gries e nessun incidente di rilievo; l’ultimo diaframma era caduto da poco più di sei mesi, le operazioni di rifinitura non presentavano problemi di sorta; si procedeva rispettando la tabella di marcia. Alcuni operai avevano sì accusato dei malesseri addentrandosi in galleria qualche tempo prima della sciagura. Ma si «trattava di un fenomeno ricorrente e non allarmante per chi a quei tempi lavorava in galleria in condizioni certamente meno ottimali di quelle attuali: tutti erano allora propensi a credere che si trattasse del solito “Pojan”, tanto fastidioso quanto familiare per i minatori di allora che lo prendevano sotto gamba», dice oggi ad area l’ingegner Gino Boffa che in qualità di direttore dei lavori per l’Ofima venne condannato al processo celebrato a fine ’72 (vedi box). Tutto liscio, o almeno così sembrava. Fino a quel maledetto martedì 15 febbraio, data prescelta per l’apertura della saracinesca di scarico incorporata – assieme a una porta stagna – in una parete in calcestruzzo (vedi foto) che chiudeva interamente la sezione della galleria a 3’200 metri dal portale di Robiei. La paratia, in funzione dal 28 maggio ’65, fungeva da sbarramento consentendo agli operai impegnati a valle di lavorare all’asciutto, al riparo dalle acque di infiltrazione che defluivano da nord verso sud e che si erano accumulate durante mesi a monte della parete stagna. Nei mesi precedenti la sciagura, man mano che gli operai procedevano nei lavori di rifinitura a valle arretrando verso Robiei, il tubo della ventilazione che garantiva il ricambio dell’aria veniva accorciato. Per ridurre il volume d’aria da ricambiare fu poi costruita una paratia in legno a 700 metri da quella in cemento armato. È proprio qui, tra i due manufatti, che si creò la zona d’aria viziata (poi progressivamente estesasi verso sud) all’origine della doppia disgrazia. L’operazione saracinesca fu affidata a due pompieri di Locarno, Gianfranco Rima e Renato Roncoroni, e al capo-officina Aldo Falconi. Alle 16 di martedì 15 febbraio i tre, assieme ad altri tre operai, salgono sul trenino e si addentrano nel tunnel raggiungendo quota 1’700 metri. Da lì proseguono a piedi per altri 150 metri, fino al limite di sicurezza, dove una candela che hanno con sé si spegne. Alle 16.50 Rima, Roncoroni e Falconi si mettono le maschere antigas e si avviano verso la parete stagna che dista circa 1’400 metri dal campo base. Mezz’ora più tardi gli operai rimasti indietro intravedono le luci delle lampade dei tre. Ma subito dopo le luci si spengono. Rima, Roncoroni e Falconi, dopo aver aperto la saracinesca e fatto defluire l’acqua, sono morti asfissiati sulla via del ritorno. I corpi verranno recuperati a 200 metri l’uno dall’altro solo dopo la mezzanotte. Le maschere erano state strappate, l’ossigeno nelle bombole esaurito. I tre sono morti asfissiati: «in conseguenza di carenza di ossigeno e non per effetto di gas velenosi: era stata sopravvalutata l’autonomia dei respiratori e sottovalutato il tempo necessario per l’azione», dirà il perito Max Frey-Sulzer. Ma è solo il primo atto della tragedia. Tra le 23.20 e le 23.30 viene notata una corrente d’aria fredda in galleria. L’ingegner Luigi Martini (vedi a pagina 8) a quell’ora si trovava nei pressi del portale di Robiei. Ricorda che stava fumando una sigaretta quando «ad un tratto osservai che il fumo veniva risucchiato all’interno del cunicolo, da una corrente d’aria che andava verso Stabiascio. Trovai strano il tutto perché sapevo che la porta del “tampone” era chiusa». Invece no. La porta blindata era stata aperta. Notando l’abbassamento del livello dell’acqua a monte della paratia, il caposciolta Valerio Chenet decide di varcare il “tampone”. Come apre la porta blindata, un soffio d’aria mortale lo investe. Gli uomini della sua squadra, rimasti indietro a saldare dei tubi, non hanno scampo: Giancarlo Butti, Luigi Nordera e Domenico Caputo muoiono verso la mezzanotte. L’unico a salvarsi è Michele Cianci: avvertiva nausea, aveva disturbi allo stomaco e attorno alle 23.30 era tornato fuori. Non scampano invece alla morte Silvio Maglia e gli operai della sua sciolta (Enrico Barilani, Antonio Bilabini, Angelo Casanova, Giovanni Domenighini, Bruno Lazzarotto, Giovanni Pasinetti, Luigi Ranza, Elpidio Vettori), entrati in galleria alle 19 e impegnati in lavori di rifinitura nel cunicolo verso Cruina. L’aria mortale che risale implacabile la galleria verso la val Bedretto li investe in pieno mentre si trovano sul trenino diretto a Stabiascio, dove avrebbero mangiato un boccone prima di tornare dentro. Intanto, l’“allarme” al cantiere Stabiascio era già scattato. Alle 23.10 una telefonata informa che Rima, Roncoroni e Falconi non sono ancora rientrati. Due operai, Piero Bonetti e Angelo Da Dalto (vedi anche alle pagine 6 e 7), entrano in galleria verso le 23.30 e si mettono sulle loro tracce. A 600-650 metri dall’imbocco Piero Bonetti cade a terra, si rialza, poi cade di nuovo. Angelo Da Dalto sviene, ma si riprende dopo un’ora: vede che Bonetti è morto, vede il faro del trenino della sciolta del Maglia. E capisce che l’unica cosa da fare a quel punto è riguadagnare l’uscita: strisciando, sfruttando l’acqua della rigola, arriva fuori e dà l’allarme. Anche il secondo atto della tragedia si è consumato. box Lunga 12,8 chilometri, a un’altezza di circa 2’300 metri sul livello del mare, la galleria d’adduzione Gries-Bedretto-Robiei venne scavata tra il 1963 e la tarda primavera/estate del ’65 per convogliare le acque dal bacino artificiale del Gries, in Vallese, a quello valmaggese di Robiei, captando nel passaggio quelle dei riali della Valle Bedretto. Il tunnel – in leggera discesa verso Robiei – era diviso in tre tronconi: Stabiascio-Cruina, Cruina-Alstafel e Robiei-Stabiascio. Dopo un primo tratto, il cunicolo scavato dal portale (detto anche “finestra”) di Stabiascio si ramificava in due direzioni: una verso Cruina, l’altra verso Robiei. I lavori erano stati appaltati nel 1962 ai consorzi Scanera (imprese Pedretti, Dotti, Ceresa) e Cruina (imprese Grignoli, Galfetti, Giorgetti, Guscetti, Bettelini). Il primo scavò dal portale di Robiei fino alla progressiva 3’206 (lotto 3), il secondo a nord della progressiva 3’206, attaccando dalla “finestra” di Stabiascio e da Cruina (lotto 4). Il Consorzio Cruina portò a termine gli scavi nel maggio del ’65. L’ultimo diaframma della galleria cadde il 30 luglio 1965 quando il Consorzio Scanera concluse i lavori di perforazione. Nell’inverno del ’66, al momento della tragedia, erano in corso i lavori di rifinitura. La galleria d’adduzione Gries-Bedretto-Robiei rientrava nel progetto di completamento degli impianti idroelettrici realizzati dalle Officine idroelettriche della Maggia Sa (Ofima). Dopo la prima tappa iniziatasi negli anni ’50 con la costruzione degli impianti “Maggia 1” (Sambuco, Peccia, Cavergno e Verbano), negli anni ’60 l’Ofima realizzò gli impianti “Maggia 2”: Cavagnoli-Naret e, appunto, Robiei e Bavona.

Pubblicato

Venerdì 17 Febbraio 2006

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