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Quel cemento che disgrega

di

Fabrizio Poretti
Da Gerusalemme Nella città di al-Khalil/Hebron come sempre regna il caos, ma le bancarelle sono ancora stipate di merce invenduta anche dopo l’“Aid” (la festività del ringraziamento che ha luogo circa un mese dopo la fine del Ramadan). Ormai gli unici prodotti abbordabili per i palestinesi sono i prodotti cinesi: bamboline per le bambine e pistole di plastica per i bambini la fanno da padrone. «Le cose vanno male, peggio dell’anno scorso e di quello prima ancora» – afferma un commerciante di frutta. «Dove è la pace promessa, noi accettiamo di vivere con gli israeliani ma loro no» – dice il commerciante vicino. Intanto cerco i pulmini diretti a Gerusalemme . Ce ne sono di vario tipo, quelli che seguono il percorso via Betlemme per chi non ha permessi, quelli via Wadi Nar per chi possiede dei permessi temporanei e quelli “duhri” (cioè diretti) per chi invece possiede i documenti di Gerusalemme, documenti israeliani (il 22 per cento della popolazione israeliana è composta da palestinesi rimasti nel 1948 dopo la creazione dello Stato di Israele), o passaporti europei o americani. I pulmini “duhri” hanno targhe gialle e sono stati immatricolati a Gerusalemme Est o direttamente in Israele, gli altri hanno targhe bianche con scritte verdi e sono stati immatricolati nei Territori occupati. I veicoli con targhe gialle possono circolare anche sulle strade adibite ai coloni, gli altri possono percorrere determinati tragitti solo con permessi speciali e su decisione dei militari. Queste strade possono essere bloccate in ogni momento a tempo indeterminato per «ragioni di sicurezza». In caso di attentati o tentativi di attentato vengono bloccati gli accessi e le uscite delle città palestinesi. La radio palestinese annuncia l’attentato avvenuto a Gerusalemme e comunica la lista dei luoghi, ponti e passaggi bloccati dall’esercito israeliano; ma basta un giro di telefonate per scoprire i varchi incontrollati. «I blocchi non sono sistematici, ci sono sempre dei luoghi dove si può passare» – commenta l’autista. Ciò comporta però un tragitto spesso molto più lungo, sinuoso e con la probabilità di ripercorrere due volte la stessa strada. Appena il minibus è al completo si parte. All’“ajnabi” (allo straniero) vengono poste domande dai passeggeri tendenti a investigare. I passeggeri rimangono piuttosto diffidenti, lo straniero potrebbe essere un ebreo o una spia. Percorriamo per circa quattro chilometri una strada parallela a quella dei coloni. In seguito troviamo una pista che sembra non porti da nessuna parte; ci ritroviamo invece come per miracolo sulla super strada dei coloni e sfrecciamo di nuovo verso al-Khalil. Al ponte di Halhul – effettivamente bloccato –, una folla attraversa la strada sotto il ponte: famiglie con bambini, vecchie che faticano a scendere e a risalire dall’altra parte, ragazzini che ci guardano con disprezzo, asinelli carichi all’inverosimile. Proseguendo, al primo posto di blocco fuori dalla città ci lasciano passare. Non è così per tutti: parte dei veicoli e dei pedoni probabilmente diretti a Sair o a ash-Shuyukh che si trovano a pochi chilometri dall’altra parte della strada vengono bloccati. Sfrecciamo verso Betlemme, attraversando villaggi arabi e passando davanti a gruppi di persone bloccate dai soldati ai margini della strada. In alcuni punti qualche palestinese si azzarda comunque ad attraversare velocemente la strada. Passiamo un altro posto di blocco (Gush Etsyon) e lì appaiono in tutta la loro ampiezza gli insediamenti di Efrata, Rosh Zurim, Alon Shvut e Neve Daniel. Dall’ultima mia visita nel 1999 è raddoppiata la loro superficie. Attualmente circondano Betlemme ed isolano i villaggi palestinesi che si trovano alla sua periferia. «Vede signore, ci stanno prendendo la nostra terra e ci rinchiudono come ratti» – dice improvvisamente la mia vicina. Non sono solo gli insediamenti infatti a impressionare ma la rete fitta di strade riservata solo ai coloni che a volte divide in due i villaggi o li separa dalle risorse idriche e dai campi. Le scene si ripetono lungo il percorso: palestinesi carichi di bagagli (merce da portare al proprio villaggio o al mercato) attendono ai bordi di poter attraversare la strada controllata dall’esercito israeliano. Al segnale di un militare decine di persone attraversano il più velocemente possibile, presto forse non si potrà più utilizzare questo passaggio. Le vie e i nodi cruciali di accesso da “un’isola palestinese” all’altra sono stati pianificati dal governo israeliano a partire dai trattati di Oslo. C’è chi arriva ad affermare che questo piano cerca di negare l’esistenza dei palestinesi, frammentandoli e isolandoli sul loro stesso territorio. Organizzazioni umanitarie come il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr) hanno aumentato i loro interventi soprattutto nei villaggi isolati da mesi di coprifuoco collettivo. Ai posti di blocco israeliani i delegati del Cicr lottano giornalmente per permettere il passaggio alle ambulanze. Secondo dati palestinesi sono più di 200 le persone morte in quanto non sono riuscite a raggiungere l’ospedale in tempo (BTselem, un’organizzazione israeliana, sta indagando in merito ad alcuni di questi casi). Sono pure parecchie le donne che hanno partorito ai posti di blocco israeliani. I passeggeri sono di nuovo silenziosi e tesi. Ci stiamo avvicinando all’ultimo posto di blocco prima delle gallerie e dell’entrata a Gerusalemme. «Vede, là stanno costruendo il muro, non so dove andremo a finire, questa è la cosa che mi fa più paura» – continua la mia vicina. Intanto l’autista chiede nuovamente e per l’ennesima volta se tutti hanno i documenti in regola. In caso contrario anche l’autista verrebbe arrestato e dovrebbe pagare una multa salatissima. Riusciamo a passare anche l’ultimo posto di blocco con un sospiro di sollievo e un accorato «al-hamdu lillah» (ringraziamo Dio). Il posto di blocco era intasato di palestinesi e veicoli fermi o ancora da controllare. Gerusalemme Est occupata rimane sempre però più isolata a causa dell’espansione degli insediamenti strategici israeliani e della costruzione di strade che hanno diviso in due grandi blocchi la Cisgiordania. Ora però l’autista è più disteso e alza il volume della radio che diffonde l’ultima produzione di Amr Diab. In meno di dieci minuti arriviamo alla porta di Damasco. «Mister do you like it?» "Sono illegale in casa mia" Così si convive con il muro" «Ho perso – in un paio di mesi – 50 studenti. Prima il pulmino raccoglieva i miei studenti a Silwan e a Ras Amoud, adesso con il muro ed il blocco delle strade non è più possibile raggiungere la scuola. Non so dove andremo a parare…». Così si esprime Mariam, la direttrice di una scuola privata di Abu Dis alle porte di Gerusalemme. «All’inizio l’esercito israeliano ha costruito un posto di blocco con degli elementi in plastica, poi con dei blocchi di cemento hanno cominciato a dividere la strada. Contemporaneamente hanno iniziato vicino ad un albergo, ormai occupato dall’esercito, ad ammassare enormi lastre di cemento. Alla fine hanno dichiarato il nostro quartiere zona militare e ci hanno impedito di lasciare le nostre abitazioni», prosegue il marito di Mariam. «Dodici giorni di inferno, durante i quali abbiamo dovuto lottare giornalmente contro l’esercito per poterci recare al lavoro, mandare le mie figlie a scuola, andare a fare la spesa, portare i vicini all’ospedale. Vivevamo in mezzo a uomini della sicurezza, esercito, controllori, operai, jeep, ruspe» – dice ancora Mariam. Grazie all’aiuto di alcune associazioni israeliane la famiglia e gli abitanti del quartiere (circa 60 case inglobate de facto nella grande Gerusalemme), sono riusciti ad ottenere dei lasciapassare per potersi spostare. Nel frattempo il muro è stato costruito e divide ormai il quartiere da Abu Dis. All’interno del quartiere la maggior parte delle persone non possiede documenti comprovanti la cittadinanza di Gerusalemme e quindi è in continuo pericolo: potrebbe essere arrestata ed essere rispedita dall’altra parte del muro. I vicini di Mariam per esempio abitano nella casa dei propri nonni, nessuno ha i documenti di Gerusalemme e quindi da quando è stato costruito il muro sono illegali nella propria casa. La loro dimora potrebbe essere confiscata e loro potrebbero essere mandati via. Anche il marito di Mariam, che è di Abu Dis e quindi non possiede i documenti richiesti da Israele, dopo le sette di sera non potrebbe più rimanere in casa con la moglie e le due figlie. Inoltre, aggiunge una vicina arrivata in quel momento «chi è dall’altra parte non avrà più accesso ai servizi ospedalieri; promettono due cancelli che immagino apriranno a loro piacimento. Se le guardie vorranno potranno andare all’ospedale altrimenti no, e poi vi meravigliate che a volte qualcuno disperato si suicida…». «È un carnevale, un circo, un cabaret surreale: improvvisamente arrivano soldati, pacifisti israeliani, uomini della sicurezza, ingegneri, troupe televisive, associazioni ed organizzazioni internazionali, curiosi, giornalisti; siamo stanchi di tutto questo, noi vogliamo vivere in pace, prima qui era una delle zone più tranquille e serene di Abu Dis. Vorrei potermi recare al lavoro senza dover fare un giro di due ore (prima ci mettevo 5 minuti), vorrei poter passeggiare con le mie figlie senza aver paura, senza essere illegale nella mia propria terra e nella mia propria casa» – afferma il marito di Mariam. «Se però un giorno vorranno confiscarmi la casa e farmi vivere a 20 metri da essa allora vorrei una equa ricompensa», dice il marito. Purtroppo lo Stato israeliano ingloba territori e case, le rivende senza versare uno shekel ai proprietari palestinesi. Si sta già pianificando la costruzione di un nuovo insediamento israeliano su una collina a 40 metri dalla casa, si tratta di terreni espropriati ai palestinesi. Secondo Moshe Behar dell’“Alternative information centre” (http://www.alternativenews.org) – l’unica organizzazione che lavora assieme e allo stesso livello con la controparte palestinese a Beit Sahur – la sezione del muro attorno alla zona di Gerusalemme costringerà migliaia di palestinesi muniti di documenti d’identità di Gerusalemme dall’altra parte della struttura. Dentro la città santa si inglobano territori e quartieri poco popolati da palestinesi escludendo le zone con un’alta densità di popolazione. Non si tratta di un vero muro di sicurezza, questo muro divide ancora di più i palestinesi e ingloba espropriandoli territori ben al di fuori dell’armistizio del 1949 (la cosiddetta linea verde in genere accettata come confine dalla comunità internazionale). Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, il muro ha conseguenze molto serie soprattutto economiche e sociali per più di 200 mila palestinesi in città e villaggi situati nelle vicinanze di Gerusalemme. Il giornalista Danny Rubinstein di “Haaretz” definisce il muro come «la barriera della disoccupazione». Infatti molti palestinesi rimasti dall’altra parte del muro di Abu Dis, avendo perso il lavoro, non riescono più a pagare le rate della scuola di Mariam e mettono i loro figli nelle scuole pubbliche. Secondo suo marito «ogni giorno al caffè di là dal muro ci sono sempre più facce nuove. Sono uomini che hanno perso il lavoro, persone della classe media che non hanno più uno stipendio. Forse – ed è magari un bene – non vogliamo ancora rendercene conto ma questa è una seconda catastrofe per i palestinesi».

Pubblicato

Venerdì 5 Marzo 2004

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