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Quattro storie, un destino

di

Gianfranco Helbling
Dallo scorso week end è nelle sale di Lugano e Bellinzona, da domani si potrà vederlo anche a Locarno e Mendrisio. "Sinestesia", quasi interamente girato nel Bellinzonese, è il primo, convincente film del giovane ticinese Erik Bernasconi. Lo abbiamo intervistato.

"Sinestesia" è ambientato quasi interamente a Bellinzona e dintorni. Erik Bernasconi, come ha lavorato su luoghi che le appartengono intimamente in quanto ci è cresciuto?
Abbiamo scelto, con lo scenografo Fabrizio Nicora e il direttore della fotografia Pietro Zürcher, due tipi di location. Innanzitutto dei luoghi che appartengono alla mia geografia emotiva. Poi ci sono luoghi che segnano un distacco dal Ticino: essi servono ad indicare più un'idea di Svizzera che volevo dare con questo film. Il come filmare è dipeso innanzitutto dalla struttura del film, che è diviso in quattro capitoli che tendono ad avvicinarsi ognuno ad un genere cinematografico diverso: per ogni capitolo abbiamo cercato di capire cosa il luogo ci potesse dare rispetto al genere e rispetto al momento della storia in cui ci si trovava. Così la stazione di Bellinzona, che appare quando sta per cominciare il capitolo più thriller centrato attorno al personaggio di Giorgia Wurth, è filmata con una prospettiva profonda e netta, tipica del genere, che mette in rilievo il ferro e il sasso presenti sul luogo.
Viceversa Bellinzona appare con colori forti, quasi fosse una città mediterranea e non prealpina.
Perché è così che io sento la città, ma anche perché nel capitolo dedicato a Igor, che si muove nella città, siamo nella parte più vicina alla commedia. Di Bellinzona spesso ci sono i tetti, visti dai castelli. Mentre mostrare i castelli di Bellinzona non mi interessava perché non interessava alla storia. Il castello che si vede semmai è un altro, sono le rovine di quello di Serravalle. D'altra parte anche la montagna è molto presente nel film: ci tenevo a mostrare che siamo fra le montagne, ma non volevo i panorami da cartolina, che pure fanno parte dell'iconografia tradizionale del cinema svizzero. In "Sinestesia" c'è la montagna come la vivo io, che mi piace camminarci ma ci vado quattro volte all'anno perché sono pigro.
In "Sinestesia" ci sono numerose tracce della sua biografia personale. Sotto questo profilo il film è quasi un divertissement.
Mi sono divertito, sì, assolutamente. Volevo raccontare una storia che non pretendeva di essere più interessante di altre, ma che potevo inserire tutta in un personaggio, ed era in sostanza la mia storia: ognuno dei personaggi è ispirato da una persona reale, e una di queste persone sono io, nel personaggio di Igor. Quindi inevitabilmente c'è molto di me nel film.
La storia è raccontata per quattro episodi, ognuno dal punto di vista di uno dei protagonisti. Ne risulta una struttura piuttosto complessa, con diverse cesure temporali. Come ci è arrivato?
La struttura mi ha aiutato molto, anche perché è nata quasi in parrallelo all'idea di raccontare questa storia. Lo spunto iniziale è stato un breve trafiletto di giornale su un fatto di cronaca avvenuto nella Svizzera tedesca. E questo trafiletto è rimasto con me a lungo: mi dicevo che era una storia che volevo raccontare, ma inventando, non ricostruendo documentaristicamente il fatto. Poi a poco a poco si sono affacciate altre storie che avevano una certa affinità con la prima, e si sono unite in maniera naturale. La struttura è complessa soprattutto perché non è lineare come la maggior parte dei film, ma corrisponde all'intreccio delle storie così come mi si sono presentate.
Sul piano dei contenuti emerge il tema dell'ineluttabilità del destino. E qui "Sinestesia" sembra richiamarsi, anche se stilisticamente percorre una strada più leggera, alla cinematografia di Krzysztof Kieslowski.
Sì, l'ineluttabilità del destino è uno dei temi centrali di "Sinestesia", e non posso fare mistero che Kieslowski è uno dei miei cineasti di riferimento. Ma in "Sinestesia" ci sono anche altre tematiche come la disabilità, l'amicizia, l'amore. Tutte queste tematiche, è vero, si uniscono e sono trattate con una certa leggerezza perché fanno parte della vita come la conosco io.
Realizzando un film così personale è stato difficile al montaggio rinunciare a scene alle quali era molto legato emotivamente?
Per questo è stato fondamentale il lavoro di un montatore bravo ed esterno come Claudio Cormio. Faccio un esempio. C'era una scena, l'unica che aveva strappato un applauso a scena aperta a tutta la troupe perché era venuta benissimo: essa era la mia preferita perché in sostanza ci raccontavo me. Ebbene, dopo un primo montaggio Claudio mi propose di tagliarla. In un primo momento gli dissi di no. Poi lui insistette e allora accettai che in una seconda versione la tagliasse. Lì ebbi un attacco di tachicardia, giuro. Ma il peggio fu quando con rabbia mi accorsi che senza quella scena il film per una questione di ritmo funzionava meglio. È stato un momento doloroso. Ma proficuo per il film.
Come si è trovato a lavorare in Ticino, una terra in cui un'industria del cinema è ancora in gran parte da inventare?
Benissimo. Perché ero felice, dopo vent'anni che lo dicevo, di poter fare il mio primo film e mi ci sentivo benissimo. E perché i mezzi che avevamo erano esattamente quelli che pensavamo di poter avere. Fin dalla scrittura abbiamo calibrato il film su quel budget. Ad aiutare molto c'è poi stata la grande passione di tutte le persone coinvolte nel progetto, dai tecnici agli attori. C'era un ambiente famigliare, dato in gran parte dall'atteggiamento della produzione e dal fatto che per le riprese fossimo basati a Bellinzona: questo ha aiutato anche la componente italiana del cast ad integrarsi nella troupe e a sentirsi a proprio agio. Alessio Boni per esempio era felice di poter venire a lavorare in bicicletta senza essere continuamente fermato per strada. E la sera dopo il lavoro ci ritrovavamo ancora tutti assieme. Tutto ciò ha fatto sì che ognuno lavorasse con voglia, con piacere, e questo ogni giorno lo sentivo.


Da Bellinzona... sulle tracce di Kieslowski

È da qualche giorno in distribuzione in Ticino "Sinestesia", opera prima del regista bellinzonese Erik Bernasconi. Il film, prodotto dalla Imagofilm di Villi Hermann, segue le vicissitudini di quattro personaggi sulla trentina in due momenti della loro vita, a ridosso di due episodi drammatici che segnano un tornante nella vita di ognuno di loro. La vicenda è raccontata per episodi dai quattro punti di vista diversi che ognuno di loro ha sui fatti. Per ogni episodio Bernasconi ha scelto un genere cinematografico cui riferirsi stilisticamente, dalla commedia al thriller psicologico. Quasi tutto si svolge in Ticino, in particolare nel Bellinzonese. I quattro attori principali sono Melanie Winiger (a cui finalmente è stata data una parte in un film in italiano), Leonardo Nigro (attore italiano già molto noto nella Svizzera tedesca, qui vero e proprio alter ego di Bernasconi), la "star" Alessio Boni e Giorgia Wurth. Un cast che appare abbastanza omogeneo e di sicura resa interpretativa per un dramma tutto giocato nell'intimità, pur con qualche caduta nelle parti minori. La regia di Bernasconi è svelta ed essenziale: anche se la tentazione poteva essere forte in un film che è molto autobiografico e cita diversi generi, essa non è ridondante e non indulge nel compiacimento formale. Costruito su una sceneggiatura coraggiosa ma chiara, "Sinestesia" cerca di cogliere quel mistero della vita che inesorabilemente ci lega ad un destino superiore, pur lasciandoci l'illusione di poterci autodeterminare. A tratti ci riesce, benché la profondità dei personaggi, delle trame e delle atmosfere tipiche del cinema di Kieslowski a cui "Sinestesia" si riferisce appaia ancora inarrivabile. Ma qui è anche una questione di età, dunque di tempo. E Bernasconi sembra aver imboccato una buona strada.

Pubblicato

Venerdì 2 Aprile 2010

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