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Quattro obiettivi per la politica migratoria

di

Silvano De Pietro
"Per una politica migratoria globale e coerente". Così s'intitola il documento di 74 pagine sul quale il Partito socialista svizzero (Pss) ha deciso di lanciare una vasta consultazione nelle sue sezioni cantonali, in vista del congresso che si terrà l'8 e il 9 settembre a Lugano.

Presentato dal Partito socialista svizzero (Pss) all'inizio del mese, "Per una politica migratoria globale e coerente" è un documento di lavoro che potrà essere anche profondamente cambiato nel corso del dibattito interno, e che parte dalla constatazione che la Svizzera è e continuerà ad essere terra d'immigrazione. Una condizione, questa, che comporta dei vantaggi ma anche dei rischi per il nostro Paese.
La tesi iniziale è che, con una politica fiscale favorevole, la Svizzera attira le imprese straniere pur non potendo mettere a loro disposizione sufficiente manodopera qualificata. La conseguente importazione del personale necessario produce pressione sui salari e sul mercato dell'alloggio, e va ad aggravare i problemi di regioni economiche già surriscaldate. Per questa ragione gran parte della popolazione percepisce la libera circolazione delle persone come una minaccia e teme un abbassamento della qualità della vita.
La risposta non può che essere l'introduzione di misure d'accompagnamento supplementari ed efficaci che agiscano sul mercato del lavoro e dell'alloggio e sulla formazione. Per quanto riguarda l'asilo, il Pss ammette che i richiedenti ai quali non viene riconosciuta protezione debbano lasciare la Svizzera, ma a condizione che abbiano beneficiato di una procedura equa il cui esito sia controllabile giudiziariamente. E per i sans-papiers viene auspicata una maggiore generosità nel decidere la loro regolarizzazione caso per caso.
In sintesi, i principali obiettivi di politica migratoria che il Pss pone in questo documento sono essenzialmente quattro: un impegno maggiore nella formazione per ridurre la dipendenza dall'estero in fatto di manodopera qualificata; l'economia, che trae vantaggio dall'immigrazione, deve farsi carico di parte dei costi politici, finanziari e culturali dell'integrazione; vanno introdotte misure d'accompagnamento supplementari per abbassare la pressione sui salari e sostenere la qualità della vita; superare il modello "dei due cerchi" (Europa e resto del mondo) e promuovere i diritti democratici di partecipazione alla vita politica, senza i quali non ci può essere nessuna integrazione duratura.
Le prime critiche interne al documento – che è già stato oggetto di un convegno a Berna il 14 aprile e sarà discusso dalla sezione ticinese del Partito socialista in una conferenza ad hoc il 12 maggio – sono venute dalla Gioventù socialista (Giso), che vi scorge sostanzialmente un'analisi insufficiente, una concezione economicistica e poco umanitaria del fenomeno migratorio e persino una logica neo-liberale. Di tali critiche, e di altri aspetti della problematica, abbiamo parlato nell'intervista con la vicepresidente del Pss e consigliera nazionale Marina Carobbio Guscetti.

«Ma la nostra non è una logica neoliberale»

Marina Carobbio Guscetti, sulle misure d'accompagnamento, lei ha affermato: «Dobbiamo riconoscere che non sono più sufficienti», ed ha portato ad esempio l'elevato numero di frontalieri in Ticino. Vuol dire che tali misure finora sono state un fallimento?
No, ma di fronte a una precarizzazione del mondo del lavoro quelle attuali non sono più sufficienti. La libera circolazione porta sicuramente dei benefici all'economia svizzera, dei quali però non tutti approfittano nella stessa maniera, soprattutto chi vive nelle regioni periferiche come il canton Ticino o in quelle dove c'è già un numero alto di persone senza lavoro. In queste regioni la pressione sui salari si fa sentire in maniera pesante, e quindi non posso che concludere che attualmente le misure d'accompagnamento sono insufficienti nel mercato del lavoro. E poi c'è tutto il problema del mercato dell'alloggio, che finora non è stato affrontato.
Se però, come lei ha detto, «gli ostacoli amministrativi, i contingenti, le restrizioni» non sono più sufficienti per controllare l'immigrazione, a quali altre misure pensa il Pss?
In parte a quelle classiche che abbiamo sempre portato avanti, che valgono per i lavoratori indigeni e per quelli stranieri o frontalieri (salari minimi, contratti collettivi di lavoro generalizzati, maggiori controlli nei confronti delle ditte che abusano praticando il dumping salariale), e non a quelle che penalizzano solamente i lavoratori stranieri che vogliono venire a lavorare in Svizzera. Ma anche misure ulteriori nell'ambito delle misure d'accompagnamento. Accanto alle proposte già presentate in precedenza, bisogna introdurre anche le misure per combattere efficacemente gli abusi grazie a più controlli e maggiori sanzioni; mezzi per contrastare il subappalto (responsabilità solidale e depositi di garanzia); controlli sui falsi indipendenti e, come dicevo  prima, misure nel settore dell'alloggio per contrastare la speculazione e l'aumento dei costi per l'affitto. Queste "misure d'accompagnamento-plus" sono per noi la condizione per poter continuare a discutere di libera circolazione. Perché c'è una scadenza: la votazione sulla Croazia; e se il Pss non s'impegnerà in questa votazione, sappiamo che questa rischia di non passare. Per cui noi mettiamo con chiarezza queste condizioni: o si entra nel merito delle nostre proposte, o noi non ci stiamo. Perché, come dicevo inizialmente, gli effetti per una parte dei lavoratori e delle lavoratrici non sono positivi. E questo va sottolineato.
Affermare che «non è una soluzione sostenibile limitare l'immigrazione all'Europa» e voler garantire parità di salario a tutti sembra una contraddizione, poiché i salari all'interno dell'Europa tendono ad eguagliarsi mentre le differenze con il resto del mondo rimangono. Come conciliare questa contraddizione?
Con le misure che dicevo prima, anche perché si tratta solo apparentemente di una contraddizione. Abbiamo lanciato insieme ai sindacati l'iniziativa sul salario minimo, che si applicherebbe ai lavoratori svizzeri come agli stranieri, frontalieri o extraeuropei che vengono a lavorare qui. In fondo la Svizzera (e noi nel documento lo dimostriamo con una serie di dati) è un paese d'immigrazione e continuerà ad esserlo anche in futuro. Ciò non toglie che si debba rafforzare la formazione, anche per diminuire la nostra dipendenza dall'estero. Se ci sono contratti collettivi, norme, salari minimi, devono valere per tutti: non vediamo perché ci debba essere una discriminazione tra persone provenienti dall'Unione europea e persone extraeuropee. In questo senso chiediamo anche il superamento della politica "dei due cerchi", affinché tutti abbiano la possibilità di lavorare legalmente in Svizzera con condizioni e salari  svizzeri.
La gioventù socialista (Giso) ha aperto il dibattito affermando che nel documento, «a differenza dei politici di destra, il Ps colloca la politica migratoria al centro della politica economica e nel contempo non si sottrae al vecchio pensiero degli stati-nazione». Cosa ne dice di questa critica?
Penso che vada inserita in quello che vogliamo raggiungere con questo documento. Abbiamo iniziato una consultazione tra le sezioni cantonali su questo documento, che è una sintesi di varie opinioni. Ma questo penso faccia parte di un sano dibattito politico all'interno di un partito come il nostro, che osa affrontare temi difficili come quello della migrazione, anche senza tabù come quello della "politica dei due cerchi", e dove ci sono anche opinioni che possono essere divergenti, penso ad esempio alla questione dei sans-papiers, per i quali ritengo personalmente che ci voglia una regolarizzazione collettiva. Dunque, è un documento di discussione, che dopo la fase di consultazione e il dibattito nelle sezioni, arriverà al congresso di settembre in Ticino (e mi sembra significativo che se ne parli nel nostro cantone, che è uno dei maggiormente toccati dal problema del dumping salariale). Da lì vedremo come su questi temi difficili si confronta la base. Capisco che i giovani chiedano forse più visioni a lungo termine legate alle sfide migratorie e alla consapevolezza che la Svizzera è un paese d'immigrazione. Si tratta dunque di riconoscere gli aspetti positivi della migrazione senza  negare alcuni rischi e problemi ai quali va data risposta. D'altra parte, come nel caso della libera circolazione e degli accordi bilaterali, non si vogliono dare risposte facili che non risolvono i problemi, quali l'applicazione della clausola di salvaguardia e la reintroduzione dei contingenti, ma risposte articolate.
Ma i giovani dicono anche che il documento va in una logica fondamentalmente neo-liberale, poiché considera l'immigrazione come qualcosa di utile all'economia, trascurando la visione umana che riconosce i diritti al di là della nazionalità.
Non penso che questa obiezione sia fondata, anche se il documento ha margini di miglioramento, soprattutto nei settori della politica dell'asilo, del ricongiungimento familiare, dei sans-papiers. Ma non mi sembra che esso sia finalizzato ad una visione utilitaristica dell'immigrazione. Certo, soprattutto nella prima parte vi è un'analisi delle conseguenze negative della politica di defiscalizzazione e dall'arrivo di nuove imprese che poi delocalizzano quando gli sgravi fiscali cessano, e l'aspetto "lavoro - impresa - fiscalità" è preponderante. Ma diciamo anche chiaramente che bisogna migliorare la politica d'asilo svizzera, le possibilità di formazione e d'integrazione dei migranti e che siamo contrari a una politica d'immigrazione preferenziale a favore di chi è europeo. Sarà un bel dibattito.


Pubblicato

Venerdì 20 Aprile 2012

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