Quartiere Rusca a Locarno e misoneismo

Un misoneista è uno ostile o diffidente nei confronti delle novità. Mi dicono che l’avvocato Mauro Belgeri di Locarno, consigliere comunale Ppd, sia piuttosto misoneista, dotato però di grande cultura, soprattutto in campo storico e musicale. Nel dicembre del 2001 egli ha inoltrato una mozione chiedente «l’inserimento di un vincolo di conservazione per le ultime testimonianze storiche pregevoli di architettura civile privata nel Quartiere nuovo di Locarno». Il 14 aprile di quest’anno il Municipio ne ha proposto il rigetto con argomenti che vedremo in seguito. È necessario dare dapprima qualche informazione sul Quartiere nuovo, detto anche Quartiere Rusca, dal nome dell’ingegnere che ne progettò l’impianto urbanistico. Nel 1896 sotto la spinta di alcuni personaggi della borghesia locarnese il Comune comprò dalla Corporazione dei borghesi circa 32 ettari di terreno a sud della città vecchia, con l’intento di lottizzarli e di rivenderli ai privati. Il proposito era quello di far nascere un pezzo di città nuova (la città borghese moderna) con negozi, laboratori, uffici, appartamenti, da opporre al borgo antico rimasto arroccato per secoli sulla ripa a monte di Piazza Grande. È probabile che i notabili locarnesi di allora avessero visto i Grands Travaux di Hausmann a Parigi (1853-69), o il piano Cerdà di Barcellona (1867), o l’ampliamento di Firenze (1864-72) e che s’ispirassero a quelle grandi imprese promovendo a Locarno gli investimenti immobiliari e la rendita urbana. Proprio nel 1900 rientrava in patria dal Messico, dove si era arricchito con le miniere di argento, Giovanni Pedrazzini, un formidabile potenziale investitore in operazioni immobiliari ed industriali. Ciò che difatti fece, accanto ad altri emigranti fortunati. Le case di affitto del nuovo quartiere avrebbero dovuto sorgere a filo di strada ed avere più piani di altezza. Questo però non avvenne. Gli acquirenti dei lotti costruirono palazzine e residenze circondate da giardini. Artigiani e commercianti parsimoniosi realizzarono insieme con la propria casa qualche modesto opificio. Nacque cioè, con qualche fatica, non un denso quartiere urbano alla maniera parigina o viennese, bensì un brano di città-giardino, con belle ville e palazzine di stile eclettico. La densità edilizia era dell’ordine dello 0.25, cioè 200-250 metri quadrati di superficie utile di pavimento per 1000 metri quadrati di terreno. Ghiaietti e magnolie, rose e camelie la facevano da padrone. Sono le ultime testimonianze di quel quartiere che l’avvocato Belgeri rimpiange, «assistendo impotente (sono parole sue) alla sua trasformazione in un’infame periferia». Ora il Piano regolatore votato dal Consiglio comunale di Locarno nel 1992 concede nel Quartiere nuovo un indice di sfruttamento del 2.6; dieci volte di più del vecchio indice empirico che si aggirava attorno allo 0.25, come nella particella della Villa Messico, recentemente demolita. La Commissione del Piano regolatore ed in particolare il Municipio, respingendo la mozione Belgeri, affermano che le qualità principali del Quartiere nuovo risiederebbero nella trama ortogonale delle strade e nell’impianto geometrico generale, piuttosto che nel valore architettonico dei singoli edifici, non aventi i requisiti di monumento storico. Siamo quindi davanti ad un discorso tra sordi. Ci si può ora interrogare sulla qualità del misoneismo che traspare dalla mozione Belgeri. Per certi aspetti si tratta di un misoneismo virtuoso che invoca ragioni di tipo culturale, civile, affettivo, che meritano il migliore rispetto. Penso però che davanti al virtuoso ci voglia un quasi. In effetti in questi casi si dimenticano sovente alcune cose. Per esempio che l’agiata borghesia che costruì il quartiere nuovo di Locarno è oggi una classe in estinzione, sia sul piano del potere che nei suoi modi di vita. Oppure che terreni e case sono già stati venduti e rivenduti più volte all’interno di un mercato disordinato e aleatorio come quello immobiliare che ha ben altri scopi che quello di conservare tipi edilizi in fine dei conti (dispiace ammetterlo) obsoleti. O che con la decisione di moltiplicare per dieci l’indice di sfruttamento il Consiglio comunale di Locarno ha di fatto decretato, senza mai dirlo apertamente, la morte sicura di tutte (dico tutte) le testimonianze dell’architettura civile del primo Novecento. Capisco che l’avvocato Belgeri nella sua mozione affermi: «Peccato che il nostro ordinamento giuridico, eccessivamente accondiscendente nei confronti della proprietà privata, non preveda l’istituto della requisizione». Ma avvocato! L’avessi scritto io mi avrebbero compatito e messo via nel gruppo sparuto dei vetero-comunisti che, poverini, non sono ancora riusciti a capire quali sono i veri e provvidenziali meccanismi di trasformazione delle città e dei territori. Ma detto da lei! La sua mozione è certamente virtuosa sul piano del cuore. Sul piano della ragione debbo osservare che, secondo me, manca in essa come in altre vicende analoghe, un’analisi lucida dei fattori reali (economici, politici, ideologici) che mandano a morte, pezzo dopo pezzo, le città, così da poter davvero tentare di difenderle. E in casa di coloro che decidono (autorità, urbanisti, finanziatori) manca, sempre secondo me, una ridefinizione aggiornata delle qualità urbane che si vogliono ottenere. Per esempio, nel Quartiere Rusca, perchè non far tornare entro limiti più ragionevoli le densità edilizie e perchè non difendere maggiormente una parte consistente del verde che fu in fondo, fin dal suo formarsi, una delle sue qualità principali? Indirettamente si otterrebbero effetti positivi anche sulle possibilità di mantenimento di qualche singolo edificio.

Pubblicato il

27.06.2003 13:00
Tita Carloni