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Quanto ci costano gli imprenditori

di

Giuseppe Dunghi
Dal novembre 2009 un regista coraggioso, Davide Iodice, passa le giornate nel dormitorio pubblico di Napoli. Ogni sera vi giungono circa 120 persone, di cui 15 donne. Funziona bene, gli ospiti sono tenuti a cercarsi un'occupazione, in modo da  non aver più bisogno entro un tempo ragionevole della struttura, che deve restare una soluzione provvisoria. Ma i problemi rimangono: se uno non arriva a 20 anni di contributi (con la disoccupazione e il lavoro non in regola è difficile mettere insieme un numero maggiore di anni), la pensione che gli spetta è di 460 euro al mese, quando l'affitto di due locali in città ne costa 500. E poi le disgrazie familiari, i debiti, l'invalidità, le malattie. Il regista ascolta le storie di queste persone per ricavarne uno spettacolo che verrà messo in scena nel dormitorio, attori gli ospiti stessi. «L'intenzione – spiega Iodice nell'intervista apparsa su un quotidiano il 27 aprile scorso – è trasformare il lavoro in un viaggio in Italia, nei differenti dormitori, dove trovare altre storie e altri sogni da raccontare in controluce, lontano dal paese di cuccagna che ci vendono i media».
Trasformare il lavoro in un viaggio. Un particolare trascurabile, uno scarto di senso comprensibile, probabilmente innocente: qui la parola "lavoro" è usata non nel significato di attività tesa a realizzare un prodotto, ma per designare il prodotto stesso, in questo caso lo spettacolo teatrale. Così come "lavoro di diploma" oggi non significa più frequentare biblioteche e archivi, consultare specialisti eccetera, ma semplicemente i trenta o quaranta fogli dattiloscritti che si allegano al curriculum vitae.  Dall'astratto al concreto.
È già capitato nel corso della storia che alcune parole perdessero l'originario senso astratto e venissero piegate a significare qualcosa di concreto, perché erano scomparse dall'orizzonte culturale quelle categorie intellettuali che permettono di collocare le attività materiali in un ordine logico. Siamo forse entrati in una di queste epoche? L'attività lavorativa oggi è sempre meno visibile: o avviene in paesi lontani o i media non ne parlano, o chi la svolge è straniero, o è vissuta come qualcosa di precario, occasionale o ininfluente sull'economia. Il processo di produzione non fa parte del discorso. Il lavoro inteso come vita quotidiana di milioni di persone non è più oggetto di dibattito politico, anzi, non ha più diritto  a essere chiamato col suo nome, si deve dire welfare. È proibito pensarlo.
Gli imprenditori sono dunque liberi di considerare la remunerazione del lavoro come una variabile dipendente dall'andamento della ditta, una variabile da comprimere con ogni mezzo. E il lavoratore come qualcosa di necessario ma fastidioso. Se si potesse farne a meno! La parola non viene pronunciata ma sicuramente pensata: parassita.
Bene, siamo solo un costo. Allora, dal momento che costi vanno ridotti il più possibile, domandiamoci per esempio come mai per costruire la galleria di base del San Gottardo, per realizzare una rete stradale efficiente e per soddisfare il bisogno di case dobbiamo sobbarcarci il costo di mantenere l'associazione degli impresari costruttori e il suo direttore, persone che non hanno mai rischiato di cadere da un ponteggio, che una cazzuolata di malta non l'hanno mai data, e un chiodo che è un chiodo in una fodera non sono mai stati capaci di piantarlo.

Pubblicato

Venerdì 11 Giugno 2010

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