< Ritorna

Stampa

 

Quanta violenza da Mosé al G8

di

Gianfranco Helbling
È sotto il segno della violenza che si può rintracciare un filo conduttore per il festival Theaterspektakel di Zurigo, conclusosi domenica scorsa. Un filo conduttore del quale si sono viste interpretazioni molto diverse l’una dall’altra, e con risultati anche assai discontinui, ma che certamente è significativo per i tempi che stiamo vivendo. La lettura nel contempo più complessa e folgorante l’ha data la Societas Raffaello Sanzio di Cesena, che ha riproposto il quarto episodio della sua “Tragedia Endogonidia”. Ma degno di nota è stato senz’altro anche il “Riccardo III” della compagnia colombiana Mapa Teatro, mentre al di sotto delle attese s’è rivelato “Sunken Red” messo in scena dal belga Guy Cassiers. La “Tragedia Endogonidia” è un lavoro monumentale realizzato dalla Societas Raffaello Sanzio sull’arco di tre anni, dall’inizio del 2002 alla fine del 2004, e costituisce uno dei momenti più significativi e originali della storia del teatro di questo inizio di millennio. Essa si articola su 11 episodi, ognuno dei quali è stato concepito e poi portato in scena in dieci diverse città (Cesena, Avignone, Berlino, Bruxelles, Bergen, Parigi, Roma, Strasburgo, Londra, Marsiglia e infine ancora Cesena). L’idea da cui è partito l’intero progetto è di ripensare le forme e i contenuti della tragedia per il qui e l’oggi, reinventandosi da un luogo all’altro come un organismo che si riproduce a partire da sé stesso (fenomeno biologico questo cui rimanda il termine “endogonidia”). A Zurigo la Societas Raffaello Sanzio, che dal 1981 ormai percorre con estrema coerenza il cammino aspro della sua ricerca, ha portato il quarto episodio, creato a Bruxelles e andato in scena per la prima volta nel maggio del 2003. Si tratta di un episodio nel quale la violenza è proposta senza filtri e senza spiegazioni, così com’è, in tutta la sua brutale e banale normalità. Perché questa è una delle caratteristiche del ciclo: l’aver eliminato il coro, dunque ogni forma di commento e di analisi, di distrazione, per lasciare libero ed implacabile corso alla tragedia, alla morte dell’eroe. In realtà fra ognuno degli undici episodi e la città che li ha visti nascere e debuttare in scena non c’è un nesso diretto, come ha detto in un incontro a margine delle rappresentazioni zurighesi Claudia Castellucci, che con il fratello Romeo e Chiara Guidi costituisce il nucleo storico e concettuale della Societas Raffaello Sanzio: «perché oggi la tragedia non è più tipica di nessuna città». Perché allora aver portato il progetto in 11 città? «Forse per avere dei punti concreti da cui fuggire. Il progetto della “Tragedia” è una serie di episodi nati in pochissimo tempo. Avevamo sempre l’acqua alla gola nel creare, ma questa era una condizione coessenziale alla creazione. Abbiamo dovuto fuggire dal sistema che ci siamo dati: temevamo di crearci una tradizione. Questo ha dunque prodotto degli episodi molto diversi l’uno dall’altro». La brevità del periodo dedicato alla creazione di ogni singolo episodio era necessaria per preservarne la purezza dell’idea originaria, ha aggiunto Romeo Castellucci: «con le prove entra nella creazione una parte di mondo reale con le sue ragioni. Nella creazione abbiamo una tensione infantile, quella di non rompere il disegno iniziale, che non dev’essere né alterato né moderato». Ciò non ha impedito al mondo reale di entrare nella “Tragedia”. Sintomatici i primi due episodi, creati nella prima metà del 2002, nei quali, sull’onda del G8 di Genova, c’era spazio per l’immagine di Carlo Giuliani. L’episodio di Bruxelles riproposto a Zurigo è ambientato in una grande scatola marmorea il cui unico arredamento è costituito da luci al neon fredde e neutre che calano dall’alto. Potrebbe essere una macelleria, o un obitorio, o l’atrio di una banca. La prima immagine è una donna di colore che con meticolosa cura pulisce il pavimento. Nella seconda immagine compare un bimbo di sei mesi che ignaro di recitare giace sul pavimento e gioca mentre un robot meccanico gli recita le lettere dell’alfabeto. Poi si arriva al cuore della tragedia. Entra un anziano con le sembianze di Mosé ma vestito solo di un bikini. Perlustra tutto lo spazio, poi indossa degli abiti rabbinici su cui sono scritti testi ebraici e infine una divisa da poliziotto. Quindi entrano altri tre agenti. Uno di loro si spoglia e subito viene preso a manganellate con impressionante quanto annoiata e meccanica violenza dagli altri due in una scena di insopportabile estensione. Compaiono le tavole della legge. Poi la vittima ridotta a rantolare viene rinchiusa in un sacco e lì lasciata alla sua agonia dopo che pure le sono stati tolti gli organi interni. Nell’ultima semplice e sublime immagine il Mosé si adagia su un letto d’ospedale e poco a poco scompare nel materasso mentre sul sipario trasparente scorrono testi dell’Antico testamento. Diretto è dunque il nesso fra legge e violenza. Per Romeo Castellucci «l’immagine della legge, esemplificata dalle tavole, lega noi occidentali al binario greco-ebraico che ci fonda: era inevitabile trovarla sul palco di una tragedia. La legge produce violenza, la sottende, la implica. Ma nell’ordine del tragico c’è la necessità di rovesciare le leggi: ed è qui che risiede la grandezza della tragedia. Lo stesso fondamento negativo delle leggi si trova nel Libro dell’Esodo, quando Mosé riceve le leggi e subito le spezza». L’azione scenica si svolge sempre con pacata compostezza e con rarefazione di gesti. La parola è assente, il tempo pare sospeso ma non fermo. Tutto è fatto per imporre alla coscienza di chi guarda il ruolo di spettatore e per confrontarlo senza rimedio e senza consolazione con l’atto di violenza. In questo come negli altri spettacoli della compagnia il fatto scenico è esibito e isolato, tanto da non poter essere ignorato: «Questa condizione dell’essere spettatori è spesso rimarcata, sottolineata: rendersi conto di esserlo apre gli occhi in maniera tragica sulla violenza, anche quand’è finta. Quella che noi portiamo in scena è una violenza chiaramente finta, ma ci apre gli occhi sulla verità. Ed è questo rendersi conto di essere spettatori ciò a cui oggi è chiamato il teatro», osserva Claudia Castellucci. Le immagini quasi pittoriche create dalla Societas Raffaello Sanzio sono sempre sorprendenti, suggestive, penetranti, eppure in qualche modo già note. Esse attingono infatti al nostro vasto patrimonio di memoria, che si tratti, come in questo caso, di un Mosé direttamente uscito dall’Antico testamento piuttosto che di poliziotti che manganellano come fossero ancora al G8 genovese. Ma non hanno significati diretti. Non parlano al cervello, non vogliono essere capite, ma sentite. Sorrette da una complessa e articolata colonna sonora di rara efficacia lavorano piuttosto per evocazioni, per rimandi, per emozioni: si tratta di immagini archetipiche che provengono dalle nostre pulsioni più profonde e che vanno a sollecitare lo spettatore dentro la sua più recondita intimità. Così lo spazio scenico diventa spazio della mente, luogo di proiezione dei nostri fantasmi. Malgrado il peso di qualche intellettualismo cui la Societas Raffaello Sanzio non riesce a rinunciare l’operazione riesce: mai nessuno come loro ci ha obbligati finora a confrontarci con la quotidiana violenza del nostro mondo intesa come ineluttabile necessità e ad interrogarci sulle possibilità di reazione che ci rimangono di fronte ad essa. Indagando nel contempo i meccanismi del teatro e il consenso su cui si fonda. box È difficile immaginare un contesto sociale e politico più violento di quello colombiano. C’era curiosità dunque al Theaterspektakel di Zurigo per la venuta, nelle scorse settimane, del Mapa Teatro di Bogotà con il suo “Riccardo III” di Shakespeare, opera che più di ogni altra mai fonda il suo meccanismo drammaturgico su una serie impressionante e ineluttabile di atti di violenza mirati alla presa del potere. Quella proposta dal Mapa Teatro, fondato nel 1984 da una coppia di fratelli figli di un emigrante svizzero, Rolf e Heidi Abderhalden Cortés, è una rilettura del dramma shakespeariano che fa sue molte immagini e modalità espressive caratteristiche dell’ambiente culturale e sociale latinoamericano, che si tratti dell’onnipresenza di teschi ed ossa a rimandare al culto precolombiano dei morti, piuttosto che di una collana fatta tutta di granate a mano, figura drammatica direttamente pescata dai tragici fatti di cronaca locale. È nella riduzione del testo di Shakespeare alla sua essenza di meccanica successione di atti di violenza senza spiegazioni e senza giudizi di valore che il lavoro del Mapa Teatro molto si avvicina a quello della Societas Raffaello Sanzio pure a Zurigo (cfr. articolo sopra). Certamente però questo “Riccardo III” ha un effetto più diretto se visto in Colombia, dove ogni immagine rimanda al vissuto quotidiano del pubblico. Anche la presenza simultanea in scena di tre Riccardo, ad indicare che la violenza generalizzata in una società non può essere ascritta soltanto al comportamento di singole persone. Meno convincente è “Sunken Red” (“Profondo rosso”) messo in scena dal regista belga Guy Cassiers a partire dal romanzo autobiografico dell’olandese Jeroen Brouwers. Si tratta di un monologo in cui il protagonista ricostruisce gli anni dell’infanzia passati con la madre e le sorelline in un campo di prigionia giapponese in Indonesia durante la Seconda guerra mondiale. Una realtà anche questa di brutale e sadica violenza. Lo spettacolo recitato da Dirk Roothooft però non passa. In primo luogo per un testo la cui riduzione scenica non entusiasma. Poi perché un monologo recitato in uno spazio così ampio avrebbe necessitato di essere sorretto da altri mezzi espressivi che non le poche proiezioni video e i pur suggestivi cambi di luce che paiono del tutto estranei alla vicenda. Si tratta comunque di uno scorcio di storia che merita di essere meglio conosciuto.

Pubblicato

Venerdì 9 Settembre 2005

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 20 Gennaio 2022