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Quando le parole confondono la realtà

di

Giuseppe Dunghi
Si incomincia col modificare il senso delle parole. Poi, come qualcuno ha scoperto, siccome i fatti discendono dalle parole e non viceversa, si fa corrispondere la realtà al nuovo significato. Prendiamo il termine “parassita”. È quel personaggio della commedia di Plauto che si procura da mangiare adulando i potenti? No. Parassiti sono le persone che, arrivate a 65 anni, zac, vanno in pensione e ci rimangono magari per vent’anni, vivendo a spese di chi lavora e dei giovani. Ecco allora che Schroeder, Berlusconi e Couchepin si accingono a liberare la società da questi parassiti, costringendoli a lavorare fino a settant’anni e ad accontentarsi di una pensione ridotta, per il bene dell’economia. A proposito di economia: questa parola ha assunto oggi un significato curioso. Lo si può ricavare da un comunicato emesso dal Consiglio di Stato ticinese, pubblicato dai quotidiani il 21 settembre 2002. Si parla dell’introduzione del sistema del “contagocce” per disciplinare il traffico nel tunnel del San Gottardo: il governo cantonale fa sapere che i provvedimenti presi da Berna «rappresentano una risposta concreta alle richieste che il Consiglio di Stato, unitamente agli ambienti economici ticinesi, sollecitava da tempo». Gli “ambienti economici ticinesi”, va da sé, sono la Camera di commercio, dell’industria e dell’artigianato del Canton Ticino, l’Associazione industrie ticinesi, la Ssic. Ed è qui lo slittamento semantico: il mondo imprenditoriale, che ne è una parte, viene considerato rappresentante di tutta l’economia, che comprende anche il mondo del lavoro e le sue espressioni ufficiali, i sindacati. Una simile riduzione di significato non è innocente: se va bene questa parte dell’economia, si vorrebbe far intendere, va bene tutta l’economia. Infatti, ad esempio, il resoconto diffuso dall’Ats sui risultati semestrali di Swisscom apparso sui quotidiani ticinesi il 21 agosto 2003, ha un tono trionfalistico. Gli utili conseguiti dall’ex regia federale vengono considerati un risultato positivo tout court, anche se sono costati un calo dei dipendenti da 21.179 a 19.855 in un anno. All’estensore del resoconto non viene in mente di accennare che gli utili di Swisscom rappresentano un colossale furto ai dipendenti e agli utenti. Evidentemente si identifica con il punto di vista degli azionisti, e ritiene “economico” conseguire utili in questo modo. Quando la Banca dello Stato diventerà “come le altre”, ossia conseguirà utili con gli stessi criteri di Swisscom, la gente si immedesimerà nella direzione della banca che investirà i risparmi nei luoghi dove il capitale è meglio remunerato perché il lavoro costa meno? I lavoratori, a partire dall’istituzione del secondo pilastro nel 1983, hanno fatto coincidere il proprio benessere con quello delle quotazioni di Rentenanstalt e di altre società di gestione dei fondi di previdenza. Continueranno a identificarsi con gli azionisti anche quando il loro capitale di risparmio verrà ingoiato da avventure finanziarie simili a quelle a cui abbiamo assistito negli anni ’90? Ma soprattutto, è giusto che la ricchezza di alcuni si fondi sull’impoverimento degli altri? Perché questa è la logica con cui funzionano la borsa e la speculazione finanziaria, in cui si è gettata Swisscom e in cui si getterà la Banca dello Stato.

Pubblicato

Venerdì 5 Settembre 2003

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