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Quando la civiltà regredisce

di

Francesco Bonsaver
La famiglia Golestani, di origine iraniana, risiede in Svizzera da 8 anni. Si è vista rifiutare lo statuto di rifugiato, ma non è mai stato possibile rimpatriarla. Visto che i genitori hanno un permesso di tipo N in Svizzera non possono lavorare. Lui è ingegnere informatico mentre lei è ingegnere industriale.
I loro figli hanno rispettivamente 12 anni il primo, due la seconda. Afshin*, il ragazzo, arrivato a 4 anni in Svizzera, non ricorda nulla del suo paese d'origine. Per lui è questa la sua patria. L'italiano è la sua lingua madre, conosce molto bene i nomi delle montagne, dei laghi e delle città svizzere. Li ha imparati a scuola: asilo, elementari ed ora è spensierato in seconda media. Del paese d'origine non sa quasi nulla. Non sa neanche di essere uno di quei tanto disprezzati "asilanti", spesso sinonimo, per i bravi svizzeri, di criminale.

«Lui non sa nulla di quello che stiamo passando» dice la mamma Djamila. «Per ora non sente di essere un ragazzo diverso dagli altri. Tra di loro i ragazzi non si dicono queste cose. Qualche volta domanda perché non andiamo al mare, come fanno i suoi compagni. Non gli dico chiaramente il motivo. Non voglio che soffra. Anche se a volte ho l'impressione che sappia tutto, che sia lui a vedermi soffrire di questa situazione, ma non osi dirmi nulla per non darmi ulteriori dispiacer.».
Ciò che più fa soffrire Djamila è che da otto anni non può lavorare, non può realizzarsi in quanto essere umano.  «Certo, abbiamo una casa, da mangiare e qualche vestito. Ma questo non mi mancava nel mio paese d'origine. Tra le tante immagini stereotipate che si hanno di noi asilanti, la gente pensa che siamo tutti poveri. Ma non è così. Sia io che mio marito veniamo da famiglie benestanti. Siamo scappati dal nostro paese perché c'è un regime, non per motivi economici. Quello che cercavamo era di vivere in libertà. Ma non poter lavorare, non poter applicare quanto ho studiato, per un lungo periodo come otto anni, non è la libertà. È frustrante.         La depressione è sempre dietro l'angolo».
Se domenica 24 settembre il popolo svizzero accettasse in votazione popolare la revisione della legge sugli stranieri e sull'asilo, dal primo gennaio 2007 alla famiglia Golestani verrebbe tolta l'assistenza che le garantisce il pagamento dell'affitto di un appartamento nelle case popolari di Lugano, la cassa malati, i vestiti e qualche soldo per il cibo. Quanto basta per sopravvivere. L'unica possibilità che le rimarrà, sarà di andare nei centri cantonali dove viene dato l'aiuto immediato per una durata di 5 giorni.
Poi o rientrerà nel proprio paese o si darà alla clandestinità.
Poniamo il caso che la famiglia di Djamila, con i due figli di 12 anni il primo e di 2 anni la seconda, non possa assolutamente rientrare nel proprio paese e tenti la strada della clandestinità. Se un parroco, mosso dal dovere di carità, aprisse le porte alla famiglia Golestani, il parroco rischierebbe una condanna fino a un anno di detenzione o una multa fino a 20 mila franchi. Lo prescrive l'articolo 117 cpv. 1 lett. a della nuova Legge sugli stranieri. Ancor peggio sarebbe nel malaugurato caso che la famiglia di Djamila fosse aiutata da un membro di un gruppo di aiuto ai sans papiers. Quest'ultimo rischierebbe fino a cinque anni di detenzione cumulata con la multa fino a mezzo milione di franchi, perché "ha agito per un'associazione o un gruppo di persone costituitosi per commettere ripetutamente tali atti". Questo è quanto prevede l'articolo 117 cpv. 1 lett.c della legge sugli stranieri in votazione il 24 settembre.
Ermete Gauro, delegato cantonale ticinese all'integrazione degli stranieri e alla lotta contro il razzismo: «Questo articolo, originariamente pensato per punire chi lucra sui viaggi clandestini, è diventato di fatto un articolo punitivo per tutte quelle associazioni che cercano di aiutare chi deve vivere in condizione di clandestinità. Secondo il diritto attuale, le persone che aiutano i sans papiers sono punibili, tranne che se agiscono per motivi onorevoli. La nuova legislazione invece non fa la distinzione tra i motivi onorevoli e i motivi di lucro: mette sullo stesso piano le associazioni caritatevoli e i passatori. È un peggioramento gravissimo. Non capisco come non ci si è resi conto della gravità».
I rischi della nuova legge non si fermano qui. Supponiamo che la nostra famiglia, da otto anni in Svizzera, abbia dei forti legami d'affetto con degli amici residenti nel nostro Paese disposti a correre il rischio della multa o della galera piuttosto che vederla finire in strada. Se Afshin, il figlio dodicenne di Djamila, decidesse di continuare a frequentare la scuola, questo potrebbe non essere più possibile. Oggi un adolescente, benché i genitori siano sprovvisti dei permessi necessari, ha il diritto di frequentare ugualmente le scuole. Il direttore della scuola ha la facoltà di accettarlo senza dover denunciare alle autorità lo statuto del bambino. Questa importante conquista che garantisce in Svizzera il diritto all'istruzione risale agli inizi degli anni '90. Si era così colmata una grave lacuna, che nella umanitaria Svizzera, obbligava i lavoratori stagionali a cui era negato il diritto al ricongiungimento familiare, a nascondere i propri figli in casa senza poterli mandare a scuola, negando di fatto il diritto allo studio. Questa conquista è stata poi allargata anche ai figli dei senza permesso, i clandestini.
Secondo le stime più accreditate, in Svizzera ci sono 300 mila clandestini. Esiste una buona probabilità che qualcuno di loro abbia anche dei figli. Dopo il 24 settembre, qualora dovessero passare in votazione popolare la revisione delle leggi sugli stranieri e sull'asilo, i direttori di scuola sarebbero obbligati a denunciare all'autorità competente la presenza di un alunno sprovvisto di permesso. Ciò in virtù del fatto che la scolarizzazione potrebbe essere interpretata come un "favoreggiamento al soggiorno illegale di uno straniero". Pena per il direttore: detenzione fino a un anno o multa fino a 20 mila franchi. Verrebbe quindi negato il diritto all'istruzione.
Sergio Bello, direttore della scuola pre-tirocinio d'integrazione a Lugano, frequentata anche dai figli di rifugiati a cui è stato negato il permesso ma non è stato possibile rimpatriarli nel loro paese d'origine per vari motivi, giudica così questa possibile applicazione: «Molto grave dal lato umano perché viene negata a questi giovani la possibilità di avere o mantenere un'istruzione. Se la legge fosse applicata in questo modo, siamo molto preoccupati per il futuro di questi adolescenti". Djamila, la mamma di Afshin, conclude: «Non si può far pagare ai nostri figli colpe che non hanno».

* nome di fantasia

Pubblicato

Venerdì 15 Settembre 2006

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