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Quando il re è nudo. Intervista a Christian Marazzi

di

Françoise Gehring Amato
A poche ore dalla tragedia che ha colpito al cuore gli Stati Uniti, commenti e analisi si susseguono per tentare di capire quanto è avvenuto. Per comprendere come la superpotenza, il colosso americano, abbia potuto essere messo in ginocchio. Abbiamo chiesto all’economista Christian Marazzi, profondo conoscitore degli Stati Uniti, di aiutarci ad inquadrare l’accaduto in un contesto politico ed economico. Professor Marazzi cosa significa per il potere e per l’economia a stelle e strisce l’attentato dell’11 settembre? Per la leadership americana sono un colpo mortale. Con che faccia Bush si presenterà alla nazione non lo so. Da quando questo presidente si è insediato alla Casa Bianca non ha smesso di mostrare i muscoli al mondo, smantellando tutti quelli che erano gli equilibri raggiunti nelle ultime due legislature clintoniane. Mi riferisco ai trattati di Kyoto, alla politica energetica e ambientale, all’approccio verso i paesi fornitori di materie prime e così via. Questo è un aspetto evidente della questione. Per salvare l’economia americana Bush ha fatto di tutto per mettere in atto delle misure strettamente autarchiche e per svendere il resto del mondo. Ma ecco che quanto accaduto dimostra che gli Stati Uniti hanno assoluto bisogno dell’Europa, tanto è vero che si cerca di compattare tutti i ranghi. Quella che stiamo vivendo è anche una crisi dell’immagine americana: da una parte Bush ha voluto fare il «celodurista» e adesso ecco che la sua immagine dipende dal sostegno degli altri paesi. Il re è nudo. A livello economico che impatto può avere una tragedia di queste proporzioni? Gli attentati terroristici che hanno messo in ginocchio l’America, daranno, credo, un colpo di spalla ad un’economia che da un anno a questa parte languiva in una crisi difficilmente superabile. In particolare mi riferisco alla «new economy», arenatasi in una impasse planetaria. A soffrirne non sono solo gli Stati Uniti, ma anche i paesi latinoamericani, europei e asiatici. Ora, tutto ciò presenta le caratteristiche di una crisi di sovraproduzione, di sovraofferta. Ebbene, la storia ci ha insegnato che ogni qual volta si verifica una simile recessione, sullo scenario fa la sua comparsa la violenza distruttrice. Spesso sottoforma di guerra, che cancella ed elimina il surplus, dando il la ad una nuova era di produzione giustificata dalle necessità di ricostruire. E così la macchina economica si riavvia a pieno regime. In alcuni suoi recenti interventi, lei non ha mancato di paventare eventi drammatici che avrebbero coinvolto gli Usa. Eventi che si sono avverati martedì. Come è stato possibile da parte sua anticipare, quasi profeticamente, simili catastrofi? Il rischio di guerra l’ho percepito analizzando i problemi della Macedonia, dove si sta giocando una partita fondamentale per la costruzione di un oleodotto. Due i consorzi internazionali del petrolio che mirano ad impossessarsene. Quello americano e quello europeo. Un fatto che mi ha inquietato è stato poi l’entrata nello scacchiere della Russia a fianco degli americani, squilibrando di non poco il ruolo dell’Opec. Di qui il collegamento con un attentato evidentemente pensato con enorme capacità di mezzi, non tarda a palesarsi. Dietro alla sciagura si intuisce che si nasconde una grande organizzazione internazionale, una sorta di multinazionale del terrore, e non unicamente un gruppuscolo di fanatici. Se tutto il Novecento bellico gira attorno al petrolio come materia prima, credo allora che quel secolo non siamo ancora riusciti a lasciarcelo alle spalle. Quali sono, a questo punto, le probabilità di una guerra vera e propria? Poche. Non tanto per la mancanza delle premesse. Quanto per l’assenza di un nemico visibile e territorializzabile. La caratteristica di questo attentato è l’aspetto clandestino: non si sa come e dove ubicare il nemico. Questa è la guerra della «new economy», caratterizzata dall’immaterialità di un antagonista. Qualche nota di speranza, per concludere... Se, da una parte, le scelte politiche americane e l’attentato di martedì ci mettono nella condizione di dire «né con l’uno, né con l’altro», ossia né con gli americani, né con i terroristi, d’altra parte ritengo che sia il momento di aprire gli occhi e di capire che cosa ci dice d’altro la realtà che ci circonda. C’è un movimento, che è quello del popolo di Seattle, che negli ultimi anni è cresciuto ed ha acquistato una grande importanza. Il movimento dei «no global» non vuole usare gli strumenti della violenza, ma vuole costruire un’alternativa sulla base di un’economia diversa, di un’economia equa. Per costruire un altro mondo.

Pubblicato

Venerdì 14 Settembre 2001

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