«Almeno nella culla dovremmo essere tutti uguali», così rispose negli anni ’30 uno dei più grandi economisti di tutti i tempi – l’inglese John Maynard Keynes – quando gli chiesero la sua opinione in merito alla disuguaglianza nella distribuzione del reddito. La ricchezza non era distribuita equamente allora e non lo è neppure adesso nel nostro “Stato del benessere”. In Svizzera la disparità degli stipendi è ancora troppo alta. Lo mostrano chiaramente le statistiche più recenti dell’Ufficio federale di statistica: nel 2002 il quarto di famiglie più povere della Svizzera poteva acquistare appena il 10 per cento dei beni che erano stati prodotti in quell’anno. Dall’altra parte della barricata, il “semi dio moderno”, il top manager alla Daniel Vasella – direttore esecutivo della multinazionale farmaceutica Novartis – che guadagna 20 milioni di franchi all’anno. Una torta sotto agli occhi di tutti, tagliata però a fette troppo diverse. Quali sono le cause di queste disparità? È vero che, come vuole il “mitico” mercato, ognuno ha quello che si merita? Lavorare in Ticino nell’industria orologiera frutta alle lavoratrici del settore dai 1’500 ai 2’500 franchi lordi al mese. A qualche centinaia di chilometri di distanza, oltre Gottardo, lo stesso mestiere fa guadagnare il doppio. Curioso. Gli economisti dicono che è il mercato a decidere, e si sa a volte è rude. In questa visione lo stipendio è il risultato di due forze contrastanti ma allo stesso tempo motori primordiali del mercato. Sono la domanda e l’offerta che si confrontano continuamente. Da questo scontro-incontro nascerebbe quindi il salario. A tirare la corda da una parte c’è il lavoratore che offre la propria “forza-lavoro”, all’altro capo c’è l’impresa, così ci insegna l’economia. Semplice, no? Cercare la causa di un basso stipendio non è poi così difficile allora. Sono sempre le stesse due le direzioni in cui possiamo muoverci. Ad esempio, dal lato dell’offerta potremmo spiegare così il basso salario delle lavoratrici del settore orologiero: sono talmente tante le ragazze frontaliere che vogliono montare gli swatch “made in Switzerland ma assemblati in Ticino” che il datore di lavoro può alleggerire loro la busta paga, «ci sono altre fuori dalla porta che possono fare il tuo stesso mestiere e ancora per meno, quindi accontentati». In questo caso il rapporto di forza è a chiaro vantaggio dell’impresa. Ragionando in questi termini le disparità sono presto spiegate. Spieghiamoci meglio: non ci sarebbe alcuna volontà umana, buona o cattiva, che possa influenzare il mercato. Ognuno segue la propria natura, l’impresa il profitto e l’individuo la propria soddisfazione. Da “homo sapiens” a “homo oeconimicus”, si trova scritto nei libri di testo. Ed è così che si raggiungerebbe il miglior risultato possibile, la vera società del benessere basata sulla concorrenza perfetta. La maggior parte degli economisti ne sono convinti. Da questa convinzione ne traggono anche delle altre, ad esempio quella che ognuno di noi ha lo stipendio che si merita. Se ricevo 1’500 franchi al mese è perché la merce che offro, il mio lavoro, vale questa cifra e non un centesimo in più. Il mio stipendio corrisponde alla mia “produttività marginale”. Chi lo dice? La libera concorrenza. È tutto un mercato quindi. La domanda e l’offerta spiegano il prezzo della banana, del taglio di capelli e il salario della frontaliera. Come negare il fascino di uno strumento così malleabile che può – in apparenza – spiegare fenomeni tanto diversi? Semplicemente non si può. Ricapitoliamo: si potrebbe dire che tutto è merce contrattabile su uno specifico mercato. C’è un mercato virtuale per beni e servizi non ancora prodotti. La produzione futura di banane la puoi comprare già oggi. Ancora al mercato si può affidare il compito di distribuire l’acqua nel miglior modo possibile, non è fantascienza ma politiche economiche che sono già state messe in atto dalla Banca Mondiale nei paesi “in via di sviluppo”. Questa è anche la medesima convinzione che sta alla base della presunta bontà delle liberalizzazioni. Ma torniamo al lavoro e spingiamo ancora più in là il ragionamento. Se c’è un mercato per contrattare il prezzo del lavoro allora esso è una merce fra altre merci. Nulla di più. Se è così la merce-lavoro ticinese vale allora molto meno della merce-lavoro del resto della Svizzera (vedi grafico sopra). La logica conseguenza a questo punto, se ognuno ha ciò che si merita, è che i ticinesi sono meno produttivi dei loro connazionali. Vero? Siete ancora persuasi del “in mercato veritas”? Facciamo un altro passo: le imprese delocalizzano le loro produzioni in Cina perché i lavoratori sono meno produttivi. No, non proprio. Ci vanno perché ottengono maggiori profitti. Ma come spiegare allora che per un medesimo lavoro e a parità di qualifiche si possono ricevere salari tanto diversi? 8 franchi in Ticino per assemblare i meccanismi di un orologio, 16 a Neuchâtel per lo stesso lavoro e un solo franco in Cina. Quale forza sovrumana decide che il lavoro di un falegname polacco vale un decimo di quello del falegname svizzero o che il legno indonesiano vale molto meno di quello europeo? Questo gli economisti non sono ancora giunti a spiegarselo. Ma come un serpente che si morde la coda gli esperti del mercato tornano a usare il medesimo concetto per spiegare anche questo fenomeno. Sempre la domanda e l’offerta. Sono convinti che quando l’economia cinese sarà “avanzata” il costo del lavoro in Cina si avvicinerà a quello svizzero. È solo questione di tempo assicurano, poi il mercato cinese funzionerà a dovere. Cosicché quando in Cina non si potrà più produrre i beni a “basso valore aggiunto” la logica del profitto dovrà allora cercare famelica un nuovo paese dove fare profitti. E quando non ci saranno più nuovi spazi da conquistare? A quel punto, dicono gli economisti, non ci saranno distorsioni. Essere falegname in Polonia renderà tanto quanto esserlo in Svizzera e il mercato sarà davvero perfetto. Intanto però a fare le spese di queste anomalie inguaribili – perché è di questo che si tratta – del sistema economico sono i lavoratori, ricattabili con lo spauracchio della delocalizzazione o della fila di persone “pronte a prendere il tuo posto”. Lo stesso spauracchio che ha fatto sì che in Svizzera negli ultimi trent’anni la disparità nella distribuzione della ricchezza è sempre più aumentata, e non tende a ricucirsi. Pensare che il lavoro sia una merce fra le altre è un’idea totalmente sbagliata. Il lavoro non è merce ma il principio creatore di essa. Una banalità che però sfugge agli adepti del mercato, convinti che con la domanda e l’offerta si possa spiegare davvero tutto. La teoria economica e il capitalismo dovrebbero rinascere da questa convinzione, cioè che l’economia è tale in quanto esiste il lavoro umano. Una differenza che può apparire solo teorica, da “filosofia della scienza”, ma che in realtà sancirebbe una volta per tutte il primato del lavoro sul capitale e sulla logica del mercato, burattinaia incontrastata delle nostre vite.

Pubblicato il 

15.10.04

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