Un attento lavoro di ricerca del regista losannese Frédéric Gonseth, durato quattro anni, ha permesso di scrivere un altro capitolo della storia svizzera durante la seconda guerra mondiale: il suo film “Mission en enfer” rimette ancora una volta in discussione la neutralità del paese e l’asservimento al regime tedesco. Il film è stato presentato a “Visions du Réel”, il festival di Nyon dedicato al cinema documentario, venerdì 2 aprile, nell’affollata sala gonfiabile Bioscope, allestita per l’occasione sulle rive del lago Lemano, alla presenza del presidente della Confederazione Pascal Couchepin. Nei giorni appena trascorsi segnati dal dramma di un’ennesima guerra, la Svizzera ha rievocato alla comunità internazionale la sua tradizione di neutralità e umanitarismo. Il Cicr, l’abbiamo visto, è diventato interlocutore privilegiato per la stampa internazionale, una sorta di terza voce neutra della tra i canali televisivi arabi e quelli anglosassoni. E intanto gli storici, i documentaristi elvetici continuano a scavare negli archivi cartacei, cinematografici ed umani della seconda guerra mondiale per far emergere altre rimozioni. Dal 1941 al 1942 circa duecentocinquanta medici e infermiere della Croce Rossa sono inviati in missione sul fronte dell’Est. I volontari, partiti con la convinzione di prestare soccorso alle vittime della guerra, senza esclusione, una volta raggiunti i luoghi di battaglia si ritrovano al servizio della Wehrmacht con l’obbligo di curare solamente i soldati tedeschi. Questi cittadini svizzeri assistono impotenti allo spettacolo di morte dei tre milioni e trecentomila soldati russi imprigionati da Hitler e, più tardi, considerati morti da Stalin. I primi testimoni dei ghetti e dei campi di sterminio si sottomettono all’ineluttabile decorso degli eventi e, una volta rientrati in patria, ad un silenzio imposto dalle autorità: «Non vedere, non ascoltare, non dire». Nel film, lo spettacolo atroce evocato dalle parole dei testimoni: “missionari”, prigionieri russi sopravvissuti e membri dei servizi sanitari tedeschi, si intreccia con del materiale cinematografico d’archivio, essenzialmente tedesco, visto che gli svizzeri non avevano il diritto di filmare né di fotografare, e con le pagine dei quaderni su cui i testimoni annotavano la quotidianità della loro guerra, pagine rispolverate per l’occasione e salvate da un destino ineluttabile di oblio. «Siamo stati venduti» dirà uno dei testimoni, e la «rabbia, tristezza e silenzio» che li ha accompagnati nel corso di questi sessant’anni, è stato per alcuni insopportabile. Il dialogo col regista ha dato loro sollievo e forse lenimento. Ma perché questo silenzio è durato così a lungo? «Non ci hanno fatto domande» dice un’infermiera intervistata. Gli archivi privati, i diari, la memoria dei testimoni spesso non hanno statuto per gli storici, che preferiscono dare maggiore legittimità alle fonti ufficiali, agli archivi istituzionali. Ma, «i testimoni di oggi sono gli archivi di domani», ha affermato Frédéric Gonseth durante un dibattito promosso dagli organizzatori del festival sul tema “Materia e memoria, l’archivio in prospettiva…”. «La storia è una costruzione ideologica del passato e l’archivio – ha affermato nel suo intervento lo storico Michel Porret - nasce da una precisa volontà politica». «Gli archivi sono materia prima di elaborazione del sapere e non illustrazione di un discorso costruito altrove – questa l’opinione di Jean Perret, direttore del festival – Gonseth non illustra, ma fonda un racconto, andando al cuore del processo di conoscenza”. Questa storia, questo modo di fare storia, connotato di responsabilità morale e politica è una storia soggettiva o meglio intersoggettiva che permette di valutare la soglia del sensibile degli esseri umani. Cosa ha prodotto la rimozione di questo capitolo della storia elvetica sulla’autostima dei testimoni? E soprattutto cosa ha permesso ai testimoni di sopravvivere, non solo alle atrocità viste e talvolta vissute, ma all’impotenza e alla vergogna del silenzio? La risposta a queste domande è forse nella trama di altre storie presenti al festival. Si può sopravvivere alla guerra celebrando la bellezza e la poesia del mondo, questa la lezione di Richard Dindo e del suo film “Aragon: le roman de Matisse”. Il film dell’olandese Jos de Putter, che ha aperto il festival, “Dans, Grosny dans”, è una grande lezione di sopravvivenza. Un gruppo di ragazzi, guidati da uno straordinario e tenace maestro di danze tradizionali, resiste alla tragedia cecena danzando sulle macerie. «Ricordo bene cos’è successo, ma non riesco a descriverlo» racconta un bambino durante una pausa dello spettacolo. La regista francese Anne Laîne che, nel suo film“Rwuanda: un cri d’un silence inouï” intervista delle donne sopravvissute al genocidio, sostiene che «la pratica della parola, il ricreare i legami, il lavoro sulla memoria» sono alcune delle strade possibili di un ritorno alla vita per chi, du réel, non ha avuto che le visioni più oscure.

Pubblicato il 

09.05.03

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