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L'editoriale

Quando Coop e Migros parlano di affari

di

Claudio Carrer

“In Ticino nel settore del commercio del dettaglio sono andati persi 500 posti di lavoro nel corso del 2015 e se si vuole evitare che la situazione si aggravi ulteriormente bisogna sostenere la nuova legge sugli orari di apertura dei negozi in votazione il prossimo 28 febbraio”. Suona più o meno così l’appello lanciato alcune settimane fa dal direttore di Migros Ticino Lorenzo Emma e sistematicamente ribadito da tutti i rappresentanti della grande distribuzione e dai guru dell’economia cantonale quando sono chiamati a esprimersi sul fenomeno del turismo degli acquisti oltre frontiera, sulla crisi del settore, sugli effetti del franco forte eccetera. Si tratta di una tesi semplicemente ridicola, figlia di quella stupidità neoliberista che deforma la realtà, nel caso concreto per cercare di fare presa su un’opinione pubblica chiamata a decidere se estendere ulteriormente gli orari di apertura dei negozi ticinesi, cioè se fare un ennesimo regalo ai colossi della grande distribuzione, se peggiorare le condizioni di lavoro e di vita del personale di vendita e se infliggere il colpo di grazia ai piccoli commercianti, che sono il vero motore di questo settore.


Sono gli stessi alti dirigenti delle grandi catene a riconoscere che la liberalizzazione degli orari non risolve alcun problema: tant’è vero che quando sono chiamati a elaborare strategie per contrastare il calo delle vendite, cioè quando non è una questione di propaganda ma di affari, non viene nemmeno presa in considerazione come misura. La prova ce la fornisce un’interessante inchiesta apparsa recentemente sui quotidiani Bund e Tages Anzeiger, in cui alcuni (anonimi) alti dirigenti dei colossi  del commercio al dettaglio tradizionali (Coop, Migros, Denner) manifestano tutta la loro inquietudine di fronte all’acuirsi del fenomeno degli acquisti oltre frontiera e soprattutto di fronte all’aggressività dei discounter tedeschi Aldi e Lidl, da cui si attendono a breve un’offensiva senza precedenti, una “guerra dei prezzi” insomma, simile a quella scatenata in Gran Bretagna e che ha messo in ginocchio il leader del settore Tesco.

Ovvio dunque che colossi come Coop e Migros studino contromisure per reggere la concorrenza dei dettaglianti stranieri. Da fonte sindacale si apprende per esempio che Coop già starebbe operando una diminuzione mascherata del personale con la riduzione delle percentuali d’impiego e la non sostituzione del personale in uscita. Denner starebbe invece pensando, ammette un suo portavoce, ad un aumento della percentuale di merce d’importazione (oggi pari al 15% della cifra d’affari contro il 50% di Aldi e Lidl) così da poter operare una generale riduzione dei prezzi. Coop e Migros dal canto loro, pur ostentando sicurezza forti della loro quota di mercato rispetto ai “piccoli” Lidl e Aldi (rispettivamente102 e 180 filiali su suolo elvetico), portano avanti una battaglia tesa a “occupare” superfici di vendita per sbarrare la strada ai concorrenti tedeschi: «È un tema importante», ammette un esperto citato nell’articolo.
La questione degli orari non viene nemmeno presa in considerazione come misura. Come è logico quando si parla di affari e di profitto e non di propaganda.

Pubblicato

Giovedì 21 Gennaio 2016

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