La sinistra svizzera, ed in particolare il Partito socialista, ha sempre rappresentato un unicum nel panorama internazionale: da decenni instancabilmente al potere in Consiglio federale congiuntamente alle altre forze politiche, da decenni paladina della collaborazione e della ricerca di soluzioni concordate, da decenni forza politica di rilevante entità nel contesto complessivo, da decenni primo attore e principale contrappeso ai rappresentanti dell’economia nella realizzazione di quel “modello svizzero” che tanta ricchezza e stabilità ha saputo produrre nel Paese tutto. Questo ruolo della sinistra è nato e ha continuato a esistere e a crescere su una fondamentale e indispensabile premessa e cioè che da parte del mondo economico e dei suoi rappresentanti politici vi fosse la stessa disponibilità alla collaborazione e alla ricerca di intese concordate presente nella sinistra. Oggi è ormai assodato che tale disponibilità, da parte borghese, ma direi soprattutto da parte del mondo economico in generale, è svanita, lasciando un vuoto profondo dietro di sé. È sparita innanzitutto ogni responsabilità sociale dell’economia (perfino di quella pubblica, analizzando l’agire delle ex-Regie federali), se si escludono alcune poche e sempre più rare eccezioni. È sparito il senso dello Stato all’interno delle forze borghesi, anche qui con alcune, lodevoli eccezioni, che faceva prediligere le soluzioni in grado di “ottimizzare” l’impatto complessivo delle scelte sul Paese e sulle sue diverse componenti. Gli esempi concreti sono quasi infiniti, visto che questo mutato atteggiamento è ormai prassi quotidiana. Un recente e paradossale “botto” di questo scoppiettante spettacolo pirotecnico a livello federale è la discussione, accompagnata da stupore e indignazione, tenutasi alla fine di agosto nella Commissione della gestione del Consiglio degli Stati per l’esplosione del numero di persone a beneficio di una rendita dell’Assicurazione invalidità (Ai) passate dal 3,2 per cento al 5,2 per cento della popolazione negli ultimi 12 anni. Leggendo la cronaca, si constatava che nel coro degli indignati commissari erano presenti anche rappresentanti della sinistra, scandalizzati dal fatto che le assicurazioni sociali si dovessero far carico dell’irresponsabilità sociale dell’economia. E la cosa stupisce non poco perché sembra quasi che questi compagni non si siano accorti dei profondi cambiamenti avvenuti nella nostra società negli ultimi anni, non si siano accorti del malessere sociale prodotto da tali cambiamenti, non si siano accorti della nascita e della imponente crescita della povertà nel nostro Paese, una povertà fatta non di emarginazione ma di persone “normali”, una povertà fatta da cittadine e cittadini che lavorano stabilmente a tempo pieno, che sono perfettamente integrati nella società, che vivono accanto a noi, insomma una povertà sull’uscio di casa nostra. Di fronte a queste posizioni da sinistra mi sembra si impongano alcune domande. Siamo sempre convinti che il “modello svizzero” sia solo provvisoriamente in crisi a causa della congiuntura, dei cambiamenti in atto, delle difficoltà internazionali, eccetera e che quindi è compito della sinistra resistere, difendendo strenuamente lo stato sociale così come lo conosciamo (accettando, quindi, che l’Ai funga da ammortizzatore sociale delle difficoltà economiche)? O siamo invece convinti che l’economia non stia più giocando il suo tradizionale ruolo e che quindi è giunto il tempo di voltare pagina, per impedire che la sinistra resti sola a recitare sul palcoscenico del “modello svizzero”, in una sorta di teatro dell’assurdo dove il dibattito si trasformi sempre più in triste monologo, intanto che gli altri, scesi dal palcoscenico, trasformano il Paese a solo vantaggio dei loro già privilegiati protetti? A queste domande dobbiamo essere in grado di dare una risposta seria e, secondo me, urgente. Cosa fare, come pensare il nostro futuro, continuare oppure no a condividere quel potere che sembra permetterci sempre meno di ottenere ricadute positive per le fasce socialmente ed economicamente più fragili della popolazione, per l’ambiente, per le regioni periferiche, per le minoranze? Insomma, ma è solo un frammento della discussione che dovremmo affrontare, ha ancora senso e dà frutti la nostra presenza in Consiglio federale? E la concordanza? E la pace sociale? E le assicurazioni sociali così come le conosciamo? E le misure d’accompagnamento? E… Certo, strategicamente si può aspettare la prossima tornata elettorale, coscienti però che un simile dibattito non lo si prepara e tanto meno lo si affronta in qualche mese. L’importante è che sia radicata in noi la convinzione che tale riflessione è irrinunciabile. E l’urgenza è evidente, sia per evitare magre figure e profonde contraddizioni, sia per sbugiardare le forze politiche che fanno ormai solo finta di sostenere il “modello elvetico”, continuando però a raccogliere consensi sia da chi crede ancora alla specificità del nostro modo d’essere, sia da chi lavora attivamente perché esso non esista più. Anna Biscossa * * Già presidente del Partito socialista, sezione ticinese del Partito socialista svizzero

Pubblicato il 

23.09.05

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