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Qualcosa di meglio

di

Giuseppe Dunghi
È stato assunto come apprendista in una fonderia, ma viene maltrattato dal padrone. È spesso legato e frustato, è continuamente schernito. Un giorno riesce a sottrarre dal laboratorio una piccola lamina di piombo e, approfittando dell'assenza momentanea del sorvegliante, corre da uno scrivano professionista, gli porge la lamina e gli detta una lettera alla madre: poche righe, per chiederle di venire a salvarlo, a portarlo via da quel posto e cercargli qualcosa di meglio. Poi torna in fretta al lavoro. La lamina con il messaggio viene poi affidata a qualcuno che si incarica della consegna. Costui, che non ha visto né conosce il mittente, la legge e fraintende il contenuto, pensa che si tratti di un'invocazione a qualche dio e invece di consegnarla al destinatario la arrotola su sé stessa e la pone sul cippo votivo di quel dio. Ogni tanto degli incaricati fanno pulizia nel luogo: portano al sicuro gli oggetti di valore e gettano quelli che giudicano cianfrusaglie in un pozzo che si trova lì vicino. Il rotolino di piombo non arriva dunque alla madre, finisce in fondo al pozzo e lì rimane per sempre.
Ma non proprio per sempre. Il ragazzo, il suo padrone, lo scrivano e il postino incompetente (o troppo zelante, a seconda dei punti di vista) sono vissuti nella prima metà del IV secolo avanti Cristo ad Atene. La fonderia, il cippo e il pozzo si trovano nell'antica agorà, dove da tempo sono in corso degli scavi ad opera della Scuola americana di studi classici in Atene. Nel 1972 gli archeologi arrivano al livello del fondo del pozzo e ne ricuperano gli oggetti, e fra questi appunto il rotolino di piombo, che un filologo esperto, David R. Jordan, si incarica di svolgere, pulire e interpretare. Il testo del messaggio, fotografato e tradotto, è stato pubblicato nel 2000 sulla rivista della scuola: «Lesis invia questa lettera a Xenocle e alla madre affinché in nessun modo permettano che egli muoia nella fonderia, ma vadano dai suoi padroni e cerchino qualcosa di meglio per lui. Perché sono in mano a un uomo assai cattivo; io muoio sotto le frustate; vengo legato; vengo maltrattato sempre di più, sempre di più.»
La prima parte della lettera, in terza persona, segue il cliché del tempo. La seconda parte invece riporta fedelmente le parole concitate del ragazzo. Lo scrivano conosceva bene il suo mestiere: le singole lettere sono tracciate con precisione e regolarità (con uno stilo di canna a cui è stata rinnovata la punta all'inizio dell'ultima riga), eccetto un piccolo errore: all'inizio, è ripetuta l'ultima sillaba del nome, Lesis is, una disattenzione o un'incertezza dovuta forse a quel nome insolito, non attico. Probabilmente il ragazzo era uno straniero proveniente da sud, dall'Arcadia, regione montuosa all'interno del Peloponneso, e in quanto straniero non aveva diritti civili, era un non-cittadino. Per tale motivo nelle pratiche legali o semplicemente per cambiare il posto di lavoro doveva farsi rappresentare da un cittadino ateniese che gli facesse da tutore o rappresentante legale, il prostátes, e Xenocle, a cui il ragazzo si rivolge nella lettera, doveva probabilmente essere il suo prostátes. Oppure Lesis era uno schiavo, e in tal caso Xenocle sarà stato il suo padrone, a cui doveva evidentemente interessare che il ragazzo non morisse prima di averne ricavato un certo reddito. Non ci è dato dunque di conoscere con precisione la condizione e il destino di Lesis. Tuttavia la sua lettera disperata, grazie proprio al postino troppo zelante, è arrivata fino a noi. Parla a noi quel ragazzo maltrattato.

Pubblicato

Venerdì 16 Marzo 2012

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