Il 49 per cento dei ragazzi e il 39 per cento delle ragazze fra i 15 e i 16 anni ha fumato spinelli almeno una volta. Undicimila allievi della stessa età fumano spinelli più di 40 volte l’anno. L’età media della prima esperienza con la canapa indiana è di 15 anni e mezzo. Dal 1986 il consumo fra i giovani è in costante aumento. Dopo averlo ascoltato citare dati che attestano «il preoccupante fenomeno del consumo di canapa fra i giovani», molti fra i partecipanti al recente convegno svoltosi a Lugano (vedasi box sotto) avrebbero trasalito al sentirlo argomentare con ardore a favore della depenalizzazione del consumo dei derivati della cannabis. Richard Müller, però, su questo non ha detto nulla. Non ha detto nulla perché nessuno glie lo ha chiesto. Relegato in prima mattina a una innocua relazione sulla necessità della prevenzione fra i giovani, il direttore dell’Istituto svizzero di prevenzione dell’alcolismo e altre tossicomanie (Ispa) non ha pronunciato una parola sull’argomento caldo del momento: la depenalizzazione del consumo di canapa. Uno dei tanti silenzi – almeno altrettanto significativi di tante parole – di un convegno scientifico che di fatto si è rivelato essere un’operazione di propaganda delle tesi repressive e dello spirito proibizionista di cui si nutre l’operazione “Indoor”. Ad area Richard Müller spiega che «le informazioni presentate al convegno sono legate a casi particolari, di dettaglio» e che non può far altro che «deplorare il fatto che non ci siano state persone con idee diverse e vedute più ampie»: «ho partecipato a gruppi di lavoro a livello internazionale nei quali abbiamo passato in rassegna tutti gli studi sul tema: le conclusioni non sono quelle che abbiamo sentito a Lugano», osserva. Studi in psicologia sociale, sociologia, economia e storia, Richard Müller è incaricato della ricerca e dei corsi presso l’Università di Zurigo e l’Università di Berna. È anche collaboratore dell’Addiction Research Foundation di Toronto e vice direttore di un’azienda di ricerche di mercato a Zurigo. Dal 1987 Müller dirige l’Istituto svizzero di prevenzione dell’alcolismo e altre tossicomanie (Ispa), organizzazione privata con sede a Losanna creata nel 1902 che cerca di prevenire e diminuire i problemi legati all’alcol e ad altre droghe sostenendo, fra l’altro, la depenalizzazione del consumo di canapa. Richard Müller, considerati l’alto tenore di Thc della cannabis in circolazione oggi, i suoi effetti sulla psiche e sul fisico e l’aumento del consumo dei suoi derivati, non è irresponsabile da parte dell’Ispa sostenere la depenalizzazione del consumo? Senta, se si potesse provare che punire per legge diminuirebbe il consumo, allora potrei ancora discuterne. Ma esiste un’evidenza convincente che la penalizzazione non serve a nulla, ci costa solamente. E ciò non significa essere permissivi con i giovani. Anch’io sono convinto che un giovane dovrebbe essere prudente e non fumare degli spinelli. Il parere dell’Ispa, però, è che non serve a nulla una legge considerata dalla maggioranza dei giovani come illegittima e ingiusta. Ingiusta perché da un lato li si spinge al consumo di sigarette e di alcol, ma dall’altro si vieta loro la canapa indiana. È vero, il consumo di cannabis può creare dipendenza, ma allora che ne è della dipendenza da alcol e da tabacco? Tacere questo aspetto, come si sta facendo oggi, è nefasto e ridicolo. Non temete di dare un segnale equivoco ai giovani? No. Noi prendiamo i giovani sul serio. Durante anni si è detto loro che la canapa uccide, e i giovani che l’hanno fumata per anni hanno visto che non era vero. E allora oggi qual è la credibilità di chi lanciava questo messaggio? Semplicemente i giovani adesso li considerano dei bugiardi. Questa è la realtà. Come avete vissuto la mancata discussione sulla depenalizzazione del consumo di canapa al Consiglio nazionale? Si tratta di un balzo all’indietro. La destra si è impadronita del tema e l’ha avuta vinta. La discussione non è stata degna di un parlamento. Gli stessi deputati che hanno votato contro l’entrata in materia qualche giorno prima si erano opposti all’aumento del prezzo delle sigarette. Questo fatto dimostra tutta l’incoerenza, l’ipocrisia di una buona parte della nostra classe politica di fronte alla questione droga. Come ho già detto prima, da un lato si fa di tutto affinché i giovani bevano e fumino sigarette, dall’altro li si vuole punire perché fumano spinelli. Uno dei punti più controversi del progetto di revisione della legge sugli stupefacenti è l’età minima di impunibilità per il consumo dei derivati della canapa indiana. Sedici anni non sono troppo pochi? Non sarebbe meglio portare il limite a 18 anni? È una questione molto difficile. In Svizzera l’età media di entrata nel mondo della cannabis è di 14 anni e mezzo. Se fisso il limite a 18 anni spingo i giovani consumatori a rifornirsi sul mercato nero. D’altra parte abbiamo un limite di 16 anni per le bevande alcoliche e di 18 per i superalcolici. Tutto sommato, credo che sarebbe opportuno portare il limite per il consumo “legale” della canapa a 18 anni. Richard Müller, come ha vissuto l’operazione “Indoor” lanciata da polizia e magistratura ticinesi? C’è una cosa che capisco: la volontà di mettere ordine in un mercato della cannabis che oggi è in preda a un caos totale. Ma ora, fra la proibizione e una stretta regolamentazione legislativa, io scelgo la seconda. Ora cosa succede? I giovani non hanno smesso di fumare gli spinelli, semplicemente si procurano l’erba sul mercato nero. In apertura del convegno il rappresentante della Regio Insubrica Alberto Frigerio ha detto che «il modello ticinese è risultato sin qui vincente». Ora però cresce la preoccupazione per i rischi insiti nel mercato nero, dove i derivati della canapa vengono venduti spesso dalle stesse persone che smerciano droghe pesanti. Il prezzo del proibizionismo non è troppo alto? Chiaro. Ogni politica proibizionista ha il suo prezzo. Negli Stati uniti, per citare l’esempio più conosciuto, la proibizione degli alcolici ha significato la nascita del crimine organizzato. Con l’alcol si è capito che la proibizione non funziona, con la droga non ancora. Forse ci vorranno ancora degli anni. Ripeto, non si tratta di lasciar andare. Anzi, bisogna creare delle regole a livello di istituzioni, di famiglie, di scuole, ma non a livello penale. Il discorso dominante in Ticino è che con la depenalizzazione del consumo si tornerebbe al caos che c’era prima dell’operazione Indoor. Lei cosa ne pensa? Non è assolutamente vero. Il progetto di revisione della legge che prevede la depenalizzazione del consumo dà anche la possibilità di regolamentare in maniera molto stretta la coltivazione e il commercio di cannabis. Adesso abbiamo un mercato nero, incontrollabile, con tutti gli effetti negativi del caso. Un altro problema, poi, è che la situazione cambia di cantone in cantone. Adesso è necessario fare chiarezza sul piano legale. Il vero colpevole si nasconde dietro la menzogna Fra i chili di carta a disposizione dei partecipanti al convegno internazionale sulla canapa svoltosi venerdì scorso a Lugano, su un tavolo c’è anche un mazzo di fotocopie della Legge federale sugli stupefacenti (Lstup) attualmente in revisione. Nella pausa di metà mattina il criminologo Michel Venturelli – profondo conoscitore del mondo della cannabis, indagato nell’ambito di “Indoor” e favorevole alla depenalizzazione del consumo – incrocia il procuratore generale aggiunto Antonio Perugini nell’atrio dell’aula magna dell’Usi. «Dove sono le fotocopie del progetto di revisione?», gli chiede. «Aspettavo che le portasse lei», gli risponde con un mezzo sorriso sulle labbra il procuratore deus ex machina dell’inchiesta “Indoor”. L’ironia di chi si sente al sicuro. Nell’aula magna bunker dell’Usi Perugini aveva tutte le ragioni per sentirsi al sicuro. L’assenza del testo su cui la maggioranza del Consiglio nazionale si è rifiutato di entrare in materia non era innocente. Rispondeva al duplice obiettivo non dichiarato del convegno ideato da magistratura e Dipartimento delle istituzioni: da un lato accreditare “scientificamente” la filosofia proibizionista, dall’altro screditare la nuova proposta di legge demonizzandone una parte (la depenalizzazione del consumo) e relegandone nel silenzio un’altra (la severa regolamentazione di coltivazione e commercio). La riedizione del bigotto atteggiamento dello struzzo visto di recente alla Camera bassa. Dati “oggettivi” e silenzi ben calcolati sono serviti a trasmettere in maniera quasi subliminale un messaggio menzognero. Quello che vuol far credere che il proliferare dei canapai in Ticino altro non era che un assaggio di ciò che avverrà in caso di depenalizzazione del consumo; che l’operazione “Indoor” ha dimostrato la bontà della mano dura, e che quindi bisogna continuare con la “tolleranza zero” anche in materia di consumo; che se invece passasse la depenalizzazione si tornerebbe all’anarchia pre-“Indoor”. In forma esplicita, questo messaggio riecheggia ormai da più parti e si va trasformando in assioma. «In Ticino abbiamo vissuto una situazione come (sic) se ci fosse stata una liberalizzazione», ha detto lunedì in un dibattito alla Tsi la consigliera nazionale Ppd Chiara Simoneschi-Cortesi. «In buona sostanza un anticipo della depenalizzazione», ha definito la situazione pre-“Indoor” Mauro Maestrini sul Corriere del Ticino (4 ottobre 2003) ripetendo quasi parola per parola ciò che Perugini aveva affermato dalle stesse colonne qualche settimana prima. A ricordare a queste persone che la proliferazione di canapa e canapai è avvenuta con la legge attuale ci ha pensato al convegno di Lugano una persona al fronte dell’operazione “Indoor”, quindi al si sopra di ogni sospetto. Il farmacista cantonale aggiunto Giovan Maria Zanini, una delle menti più pacate e lucide nel tanto urlato dibattito sulla canapa in Ticino, ha detto che «la situazione che abbiamo avuto non ha niente a che vedere con la proposta di depenalizzazione del consumo. “Indoor” è stata una sacrosanta operazione per ristabilire l’ordine. Ora però, per coerenza, bisogna cambiare registro e depenalizzare il consumo, la detenzione e l'acquisto». Zanini ha auspicato l’abbandono di «un approccio ideologico in favore di uno pragmatico», approccio per il quale si era pronunciato la scorsa settimana sul Cdt anche il medico cantonale Ignazio Cassis («la disinformazione è spesso regina (…) e i pregiudizi difficili da sconfiggere»). Non è un caso se Cassis non figurava fra i relatori del convegno, come del resto nessuno degli altri membri del gruppo di esperti designato dal Consiglio di Stato per farsi consigliare in materia di canapa. Al loro posto – e al posto degli esperti svizzeri che molti Paesi ci invidiano e di cui a Lugano non s’è vista ombra – il Dipartimento delle istituzioni ha invitato una serie di persone provenienti da un Paese, l’Italia, in preda a forti spinte proibizioniste. Ormai sono gli esperti alla Massimo Picozzi – un criminal profiler che al convegno ha raccontato, senza spiegarne i contesti famigliari e sociali, la storia di un paio di efferati delitti commessi in Italia da giovani che avevano consumato cannabis – ad andare per la maggiore nelle alte sfere del dipartimento Pedrazzini. E allora non è un caso se il convengo si è rivelato essere un’azione di propaganda – pagata con soldi pubblici, e non pochi – volta a gettare un’altra cortina di fumo dietro cui nascondere una latitanza durata troppo a lungo. Un’altra manifestazione della politica dello struzzo, il vero colpevole – altro che depenalizzazione del consumo – dell’anarchia vissuta in Ticino.

Pubblicato il 

17.10.03

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