Zurigo ha dunque respinto il progetto, pericoloso, di privatizzare l’energia elettrica. I cittadini del cantone, seppur di misura, hanno preferito lasciare nelle mani del pubblico la gestione di una risorsa così preziosa per la collettività. In vista della votazione federale concernente la nuova legge sul mercato dell’elettricità, il no di Zurigo assume un’importanza di rilievo. Di segno opposto, invece, l’esito del voto nel canton Friburgo. Il dibattito sulla privatizzazione dell’energia torna dunque di stretta attualità. In Svizzera come in Ticino, la discussione sulla privatizazzione dell’Aet rimane molto accesa e dove a Bellinzona si voterà per decidere del destino dell’Azienda elettrica comunale. Con l’intervista a Graziano Pestoni, segretario sindacale della Vpod, "area" continua i suoi approfondimenti sulla liberalizzazione del mercato dell’energia. Dopo i pareri di Sergio Salvioni e Werner Carobbio, ecco dunque la voce di Pestoni. Come mai, secondo lei, c’è così tanta voglia di privatizzare l’Azienda elettrica ticinese? La privatizzazione dei servizi pubblici redditizi o potenzialmente redditizi, permette di aumentare le possibilità di guadagno degli acquirenti (dei loro azionisti). Si tratta di una scelta ideologica, che privilegia l’utile per taluni all’efficacia del servizio. Le prime concretizzazioni di questa politica risalgono a vent’anni fa in Gran Bretagna con la Tatcher. Da qualche tempo questa moda si sta diffondendo anche da noi (basta guardare le difficoltà nell’approvvigionamento in acqua potabile a Londra, nonché i gravi incidenti nella metropolitana e nelle ferrovie britanniche, conosciute in precedenza per la loro efficienza). La proposta della maggioranza governativa di privatizzare l’Aet rientra in questa logica. Le argomentazioni sulla presunta necessità di privatizzare per essere più efficienti e per rispondere al processo di liberalizzazione in atto a livello europeo sono totalmente prive di fondamento. Recentemente sono state consegnate le firme per il referendum contro la vendita dell’Azienda elettrica di Bellinzona (Aecb). Quella decisa dal Consiglio comunale di Bellinzona comunque non è una vera e propria privatizzazione. Una vittoria dei referendari come inciderebbe sulle velleità dei privatizzatori? Il Consiglio comunale di Bellinzona ha deciso di vendere l’azienda elettrica a due acquirenti: la centrale della Morobbia, che produce circa un quarto del consumo di tutto il bellinzonese, all’azienda elettrica ticinese; la rete di distribuzione alla Società elettrica sopracenerina (Ses). La vendita della centrale non può essere considerata una privatizzazione, poiché l’acquirente, per il momento almeno, è un altro ente pubblico (Aet). Invece, la vendita della rete di distribuzione è una vera e propria privatizzazione. L’acquirente è infatti la Ses, che appartiene all’Atel, a sua volta controllata dalla Ubs. Sfugge pertanto non solo al controllo pubblico, ma anche ticinese. Si tratta di una decisione a mio giudizio incomprensibile, poiché non ci sono vantaggi di nessun genere, nemmeno per la Città. Il ricavato dell’azienda è addirittura inferiore al guadagno che avrebbe avuto in futuro! La popolazione sembra aver capito perfettamente, se giudichiamo dalla facilità con la quale sono state raccolte le firme. La vittoria dei referendari costituirebbe un ulteriore segnale che la popolazione è contraria alla svendita dei servizi pubblici. Questa opposizione si sta generalizzando anche a livello svizzero. Perfino Zurigo, una regione fino a poco tempo fa non molto sensibile a questi aspetti, in due successive votazioni (prima la Città e poi in questi giorni il Cantone), la popolazione ha rifiutato la privatizzazione delle sue aziende elettriche. La vittoria del referendum permetterebbe non solo di mantenere il carattere pubblico dell’azienda, ma pure di riaprire il dialogo, ora clamorosamente fallito tra tutti i comuni del Bellinzonese. Ad oggi, il settore dell’energia elettrica ticinese è diviso in tante aziende municipalizzate. Un’eventuale liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica a livello federale creerà non pochi problemi a tali "aziendine". Non sarebbe meglio che si unissero per affrontare meglio le sfide future? L’unione di tutte le aziende pubbliche attive nel Cantone, produttrici e distributrici di energia, potrebbe essere una soluzione interessante per i ticinesi. In questo modo si potrebbero attenuare gli effetti della liberalizzazione e garantire anche in futuro un approvvigionamento economico e sicuro.Va tuttavia precisato che le aziende di distribuzione che lavorano razionalmente, anche se di piccole dimensioni, continueranno a disporre del monopolio e la legge prevede l’applicazione di tariffe redditizie per l’utilizzazione della loro rete. Non hanno nulla da temere dalla liberalizzazione. Perché la figura giuridica dell’ente pubblico, qual è l’Aet, tutela meglio gli interessi dei cittadini rispetto a una società anonima con azioni in mano allo Stato? Il mantenimento dell’attuale statuto giuridico è indispensabile se il Cantone desidera svolgere una politica attiva in campo energetico. Addirittura il ruolo del Gran consiglio dovrebbe essere rafforzato, non per intervenire nella gestione quotidiana che deve essere di competenza dell’azienda, bensì per decidere le strategie generali.Una società anonima, anche se totalmente pubblica, dipenderebbe esclusivamente dal Consiglio d’amministrazione e sfuggirebbe pertanto a qualsiasi controllo democratico. Un’Aet privatizzata a chi gioverebbe e chi danneggerebbe? L’Aet privatizzata gioverebbe sicuramente agli azionisti, poiché trattandosi di un’azienda sana, realizzerà importanti guadagni indipendetemente dal suo statuto giuridico. Essa danneggerebbe invece i ticinesi, che pagherebbero probabilmente l’energia più cara e perderebbero qualsiasi possibilità di esprimersi in un settore essenziale quale quello dell’approvvigionamento in energia elettrica.

Pubblicato il 

15.06.01..

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