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Pss alle prese con l'economia

di

Silvano De Pietro
Il Partito socialista svizzero vuole ridefinire il suo programma di politica economica. È necessario non soltanto perché il precedente programma era stato adottato nel 1994 ed è giunto ormai a scadenza, ma soprattutto perché le condizioni di fondo dell’economia stanno cambiando e restare immobili, senza produrre idee e proposte, significherebbe lasciare l’iniziativa esclusivamente ai partiti borghesi: un errore politico che la sinistra non può permettersi. Perciò il Pss procede ad un ampio dibattito, che si concluderà nel giugno del 2006 e che è stato avviato sabato scorso a Berna con una giornata di riflessione per stabilirne i primi punti di riferimento. «Dobbiamo chiederci se una maggiore giustizia sociale sia un presupposto per la crescita economica, invece che una sua possibile conseguenza», ha detto Beat Bürgenmeier, professore di politica economica all’Università di Ginevra, al centinaio di partecipanti al primo convegno. Occorre insomma convincersi innanzitutto che radicali riforme in economia non soltanto sono possibili, ma per il nostro paese sono anche urgenti e necessarie. È tuttavia impensabile per i socialisti una crescita economica senza una maggiore giustizia sociale e più rispetto per l’ambiente. Nel primo giorno di discussione, un ruolo centrale l’hanno avuto i consiglieri nazionali Jean-Noël Rey, vallesano ed ex-direttore generale delle Ptt, e la basilese Susanne Leutenegger Oberholzer, che insieme presiedono il gruppo di lavoro incaricato di gestire il dibattito e preparare la nuova politica economica del partito. Leutenegger Oberholzer, in particolare, ha sottolineato la necessità di confrontarsi con i grandi cambiamenti attualmente in corso: «Possiamo negarli, lasciare il campo libero ai borghesi, oppure partecipare da sinistra ad organizzare attivamente il processo». Le diversità d’opinione non devono essere nascoste o rimosse, ma devono emergere e venir discusse: il concetto di riforma non può essere parificato all’abbattimento della socialità. «In economia non vi è un pensiero unico», ha aggiunto Jean-Noël Rey. Hanno quindi preso la parola diverse personalità, tra cui il sindacalista Serge Gaillard e l’ex-presidente del Pss Peter Bodenmann, in rappresentanza delle varie correnti di pensiero all’interno del partito. Bodenmann, in particolare, ha gettato uno sguardo critico alle discussioni sulla politica economica che si sono sviluppate negli ultimi dieci anni all’interno del Pss. Secondo lui si è trattato di un decennio perso, senza crescita, con salari in diminuzione e senza progressi in campo ecologico e sociale. Dalla prima giornata di dibattito del nuovo programma di politica economica, sono alla fine emersi cinque punti-chiave che andranno approfonditi: • Ottenere maggiore credibilità in politica estera. Si tratta di definire i princìpi in base ai quali il partito debba distinguere le posizioni non compatibili con la strategia d’adesione all’Ue. Il partito dovrebbe inoltre conseguire una più profonda sensibilità per contribuire ad una globalizzazione a misura d’uomo. • Offrire di più nella politica d’uguaglianza. Sebbene il Pss sia in Svizzera il partito che ha raggiunto più progressi in questo campo, permangono ancora vistose lacune soprattutto a causa di posizioni di politica economica. • Mantenere le promesse per una trasformazione in senso ecologico. Al centro della discussione va posta la tensione tra esigenza di crescita economica e crescente consumo di risorse naturali. Occorrono non solo idee e concetti, ma validi progetti politici. • Porre la giustizia distributiva in cima alle priorità. La crescente disparità nel benessere ostacola lo sviluppo in molti settori della società. Ci vogliono strategie affinché gli attuali alti tassi di produttività tornino a far aumentare i salari ed i consumi, invece che alimentare unicamente le rendite da capitale. • Definire le strategie per rendere socialmente tollerabili i cambiamenti strutturali. L’apertura del mercato all’Europa e al mondo mette sempre più sotto pressione le strutture economiche in Svizzera. Occorre quindi una politica economica socialista per difendere gli interessi della popolazione mediante un intervento che renda tollerabili i cambiamenti strutturali invece di bloccarli. Questi cinque capitoli saranno elaborati in piccoli gruppi di lavoro da qui a giugno. In estate verrà quindi elaborato un primo progetto, che la commissione del Pss competente per la politica economica e finanziaria esaminerà in autunno. Durante l’inverno se ne occuperà la direzione del partito e tra un anno esatto il progetto pronto per la discussione verrà pubblicato. L’approvazione finale spetterà all’assemblea dei delegati di giugno dell’anno prossimo. "Base di partenza" Jean Noël-Rey qual è il suo giudizio sul libro di Rudolf Strahm e Simonetta Sommaruga? Trovo che rappresenti una buona analisi dei problemi economici della Svizzera. Gli autori mostrano per esempio i modi per affrontare il problema dei prezzi, che in certi settori sono troppo elevati perché non siamo membri dell’Ue. Strahm e Sommaruga però criticano la “società delle aspettative” e rimproverano al Pss di ostacolare le riforme. Beh, questa è la parte del libro che non apprezzo. Ho già detto più volte che considero la loro analisi e le loro proposte molto interessanti, ma trovo inutile mantenere viva la“querelle” interna. Il Pss oggi fa politica a rimorchio dei sindacati? Mio padre era segretario sindacale. Io non riesco quindi ad immaginare una società senza sindacati. Ma i sindacati hanno compiti diversi da quelli dei partiti: devono tener conto soprattutto delle esigenze dei loro iscritti, mentre un partito deve impegnarsi per riforme incisive. Però parte della stampa sostiene che le decisioni del Pss seguono sempre quelle dei sindacati. L’unico esempio che viene fatto è quello del lavoro domenicale. Se la deregolamentazione del lavoro domenicale fosse stata presentata contemporaneamente al suo riconoscimento nei contratti collettivi di lavoro, non avrei avuto nulla in contrario. Ma il problema di fondo è che i borghesi vogliono il lavoro domenicale senza alcuna protezione sociale, il contrario di come sarebbe invece un provvedimento regolato nei contratti collettivi di lavoro. Come socialdemocratici non possiamo accettare che il lavoro domenicale non rientri nei contratti collettivi di lavoro. È parte della nostra tradizione. O si accetta questo, o ci sarà un referendum. E non so davvero cosa c’entri questo con i sindacati. Il Pss protesta contro i tentativi borghesi di riforma dell’economia e chiede “misure” per salvare posti di lavoro. Ma ha anche soluzioni da proporre? Sì, certo. Ma non abbiamo la maggioranza in parlamento, per cui spesso le nostre proposte vengono respinte. Allora in Svizzera abbiamo l’alternativa dell’iniziativa popolare, sebbene non sia una cosa facile da mettere in movimento. Spesso tuttavia i compagni temono i cambiamenti strutturali, ed anche l’eventuale entrata nell’Ue a causa della spinta alla liberalizzazione che ne deriverebbe. Insomma, questo Pss è capace di affrontare delle riforme? Certamente. Se si legge il nostro programma economico 1994-2005, si vede che vi sono molte proposte di riforma della società. Il problema è che non trovano una maggioranza in parlamento. Secondo Ruth Genner, presidente degli ecologisti, nel Pss «domina il pensiero orientato verso la crescita, senza considerare il logoramento ambientale». Condivide questo giudizio? Ruth Genner è la presidente dei Verdi e non conosce il nostro programma. Ma la crescita economica è necessaria, senza la quale non è possibile né creare posti di lavoro, né finanziare le assicurazioni sociali. "Troppo a destra" Qual è il giudizio di Franco Cavalli sul libro di Strahm e Sommaruga? Non ho ancora avuto modo di leggerlo (lo farò al più presto), quindi non posso giudicarlo. Però conosco bene le posizioni politiche dei due autori, per cui posso immaginarmi che si tratti di “blairismo” condito alla svizzera. Sono cioè posizioni della destra socialdemocratica, che Strahm ha sempre difeso dicendo che dobbiamo cercare di adattarci ai cambiamenti e rinunciare a difendere gli interessi dei più deboli, dei lavoratori e degli impiegati, e che dobbiamo trovare un terreno di compromesso, anche sul piano economico, con la borghesia. Ma il partito ha la possibilità di proporre in campo economico riforme concrete, senza lacerarsi troppo? Il dibattito è stato lanciato. Io ho paura che non duri granché. Perché da una parte, se il partito fa quello che ha fatto Schröder in Germania o Blair in Inghilterra spostandosi verso il centro, perderebbe una parte del suo elettorato e soprattutto la parte più agguerrita dei suoi membri, quelli che sono in grado di portare avanti iniziative e referendum. Non bisogna dimenticare che nel sistema svizzero, contrariamente a quanto accade in Germania o in Inghilterra, non è guadagnando quel 2-3 per cento verso il centro che si può cambiare la politica, ma soprattutto a dipendenza di quanto un partito è agguerrito nel saper battersi sulle iniziative e sui referendum. Se dunque il Pss fa questo, s’indebolisce. D’altra parte, all’interno del Pss c’è poca gente che fa uno sforzo d’approfondimento scientifico e teorico sui temi della società in generale e dell’economia in particolare, per cui non vedo nessun Bodenmann. Anche se con Bodenmann su certi temi economici non ero d’accordo, però lui aveva perlomeno fatto uno sforzo di riflessione; ed attualmente non vedo nessuno nel gruppo dirigente in grado di fare questo. Si accusa anche il partito di essere a rimorchio dei sindacati. È così? È in parte così, semplicemente perché all’interno dei sindacati ci sono delle teste pensanti più rapide, come il presidente dell’Uss Rechsteiner, che gioca sicuramente un ruolo strategico fondamentale. D’altra parte i sindacati hanno anche una forza organizzativa e logistica che il partito non ha. Quindi, direi che questo essere un po’ al traino è in gran parte colpa del partito. Quando c’era Bodenmann la situazione era diversa.

Pubblicato

Venerdì 4 Marzo 2005

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