«Spero di poter lavorare di più sul terreno, di uscire dall’ufficio»; «non voglio cambiare sede di lavoro»; «stimolante, però non sarà facile occuparsi di settori che non conosco; e poi non potremo moltiplicarci per arrivare dappertutto»; «bloccare un lavoratore dietro una macchina non è come bloccare un operaio in un cantiere»; «i colleghi della Flmo sono in 4 e mezzo e devono coprire tutto il Cantone: quali sono le proposte per rafforzare in futuro l’azione nelle industrie?». Speranze, timori, dubbi e qualche certezza sulla futura Unia Ticino si sono intrecciati la scorsa settimana dentro e fuori una saletta al secondo piano dell’hotel La Val di Rueras. La Surselva grigionese ha ospitato giovedì e venerdì scorsi il primo seminario comune per i funzionari ticinesi di Sei e Flmo in vista della nascita – il 1. gennaio 2005 – del futuro sindacato interprofessionale. L’incontro – a cui ha partecipato una cinquantina di funzionari dei due sindacati che daranno vita a Unia – doveva servire a fare il punto del cammino percorso sin qui in Ticino, a conoscersi meglio e a gettare le basi di un lavoro comune. Ne sono uscite due prese di coscienza e un proposito che si sta già traducendo in azioni concrete: adesso Sei e Flmo si conoscono meglio ma non ancora abbastanza; in Ticino – a differenza di altre regioni – si è in ritardo sulla tabella di marcia nazionale; non si deve perciò attendere il 1. gennaio 2005 per cominciare ad agire assieme nella difesa degli interessi di quei 17 mila e rotti associati di cui Unia Ticino (che in termini numerici diventerà la quarta regione svizzera del futuro sindacato) si farà portavoce. A ricordare che il congresso costitutivo del sindacato Unia (15-16 ottobre 2004 a Basilea) è dietro l’angolo («invece sembrava così lontano») e che in Ticino «siamo in ritardo» è stato in apertura di seminario il segretario della sezione Sottoceneri del Sei Gabriele Milani. Mentre alcune decisioni sono già state prese a livello centrale (la sede centrale sarà a Berna, quella della cassa disoccupazione a Zurigo; le cariche nel futuro comitato esecutivo capeggiato dai copresidenti Vasco Pedrina e Renzo Ambrosetti sono in via di approvazione), in Ticino si guarda ora con una certa apprensione al tempo che corre e che si lascia alle spalle le date imposte da uno scadenzario che non consente ulteriori rallentamenti (entro novembre 2003, ad esempio, la struttura regionale doveva essere definita e un piano di sviluppo regionale delineato; già ad aprile dovranno essere attribuiti i posti direttivi). «Ci sono state difficoltà, legate soprattutto a questioni di tempo: siamo in pochi e dobbiamo fare tante cose», ha detto Milani. Ritardo o no, il seminario di Rueras è servito innanzi tutto a compiere un passo avanti attraverso un riassunto e una minima sistematizzazione del lavoro compiuto dall’inizio dell’autunno 2003 in seno ai gruppi misti Sei/Flmo incaricati di definire i dettagli della struttura e dell’azione di Unia Ticino. L’integrazione dei due sindacati è ben avviata nel settore cassa disoccupazione. Restano delle differenze da appianare (l’orario degli sportelli, ad esempio), ma sono stati delineati o addirittura decisi i tratti salienti della cassa unica “ideale”: le sue sedi resteranno all’interno di quelle del sindacato; la formazione dev’essere una priorità, anche per quanto riguarda la cassa malati che per i funzionari Sei è una novità; la pianificazione dell’attività sindacale deve tener conto delle esigenze della cassa disoccupazione. Maggiori incognite gravano per contro sull’integrazione dei settori amministrativi dei due sindacati. Non solo per l’entità del flusso finanziario che arriverà a Unia Ticino dalla centrale in tempi di risparmio, ma anche per i modelli di gestione adottati dai due sindacati (amministrazione decentralizzata nel Sei, centralizzata nella Flmo), per lo sviluppo differenziato del sistema informatico, per le clausole diverse in materia di indennità di trasferta e di vacanze, eccetera. Nonostante le differenze numeriche (una quindicina di funzionari sindacali esterni per il Sei, solo 5 per la Flmo), di copertura contrattuale dei settori di competenza (contratti collettivi per il Sei, soprattutto contratti aziendali per la Flmo) e di cultura sindacale (la combattività del Sei, la maggiore propensione al negoziato della Flmo), il seminario di Rueras ha permesso di individuare una serie di esigenze (radiografia dei settori Flmo per capire qual è il tasso di sindacalizzazione e definire le strategie future; formazione sui contratti collettivi) e di azioni comuni che dovranno preparare il terreno a Unia Ticino (quella di ieri nelle sedi Migros, vedasi p. 5; raccolta di firme per i referendum contro il preventivo 2004; petizioni; raccolta adesioni Flmo fra gli artigiani nei cantieri da parte dei funzionari Sei). Insomma, lavorare assieme, da subito. Sfruttando lo spirito di Rueras che ha smorzato freddezza e non pochi pregiudizi reciproci. Per far capire che Unia Ticino sta nascendo. Che, di fatto, è già nata. Dopo le critiche espresse prima e durante il congresso straordinario di Spiez, il Sei Ticino e Moesa è rientrato nei ranghi. Da quel 7 settembre 2002 ha imparato a vivere con una realtà – la nascita, il 1. gennaio 2005, del sindacato interprofessionale Unia – che i più hanno ormai finito per digerire accomodandovisi con una fiducia che nasce da una sicurezza. Forte dei suoi 11’500 associati in Ticino e nel Moesano (quasi il doppio di quelli della Flmo) e di una capacità di mobilitazione consolidata, il Sindacato edilizia e industria è destinato ad avere un peso maggiore in Unia Ticino rispetto al partner Flmo. Nell’intervista che segue, il segretario regionale Saverio Lurati pare non dare grande peso al rischio che la capacità combattiva del Sei si diluisca all’interno del nuovo sindacato interprofessionale. Si dice invece «convinto» che la leadership del Sei Ticino e Moesa «verrà messa a profitto del nuovo progetto». Saverio Lurati, si fa un gran parlare di “cultura sindacale unica” e di strutture, ma il nocciolo della questione – l’orientamento della politica sindacale di Unia – non viene affrontato. È d’accordo? Sulla questione della futura politica sindacale abbiamo dato battaglia fino al congresso straordinario del settembre 2002. Da quando è sta decisa la nascita di Unia, però, ci siamo messi a lavorare alla costruzione del nuovo sindacato. La questione della politica sindacale viene reintrodotta attraverso il lavoro concreto sul terreno. È da lì che cerchiamo di far sì che nasca una cultura sindacale unica. Se partiamo dalle esigenze dei lavoratori non abbiamo scelta. La priorità – condivisa dalla base e dal futuro apparato di Unia – dev’essere quella di creare dei rapporti di forza che ci permettano di opporci all’offensiva della destra. Ma com’è possibile far nascere una “cultura sindacale unica” da due modi di fare politica sindacale tanto diversi, soprattutto in Ticino? I due modi di fare politica sindacale potranno convivere. Io non credo che ci saranno problemi. L’azione congiunta durante il recente sciopero alla Zilyss di Lyss lo dimostra. Come adesso all’interno di Sei e Flmo, anche nella futura Unia ci saranno persone più propense ad essere combattive e altre più propense alla conciliazione. Molto dipenderà dall’orientamento della futura dirigenza del sindacato interprofessionale. La partita è tutta da giocare. Lei non teme che la capacità combattiva del Sei Ticino e Moesa si diluisca nella futura Unia? È un rischio. Però ho la sensazione che i ragazzi della Flmo non hanno preconcetti nei confronti di misure di lotta decise, come lo sciopero. Hanno solo bisogno di essere guidati in modo conseguente. Da parte nostra, sono convinto che la leadership del Sei Ticino e Moesa non verrà persa. Anzi, sarà messa a profitto del nuovo progetto. Puntiamo a un modello che tenga conto di tutte le sfumature che ci sono all’interno dei sindacati. Noi, ad esempio, abbiamo una componente che si rifà al Movimento per il socialismo (Mps). Abbiamo dialogato e attraverso il dialogo siamo cresciuti. Questa è una ricchezza che non intendiamo perdere. Da dove pensate di cominciare a costruire Unia Ticino? Da azioni concrete in comune fra Sei e Flmo, come ad esempio la partecipazione all’azione di protesta nazionale contro la Migros (vedasi anche pagina 5, ndr), la raccolta di firme per i referendum contro le misure del preventivo 2004, la campagna in vista della votazione del 16 maggio sul pacchetto fiscale della Confederazione, l’estensione al settore artigianale della campagna per gli adeguamenti salariali nell’edilizia. Fra i nostri obiettivi per il 2004 c’è pure il reclutamento di 100 nuovi soci nei settori di competenza della Flmo. Ciò significa che i nostri funzionari distribuiranno i formulari di adesione Flmo agli artigiani che incontreranno nei cantieri e che dal 1. gennaio 2005 diventerebbero nuovi soci Unia. Se solo un anno fa lo avessi proposto ai miei, mi avrebbero sparato. Quali saranno i settori di attività prioritari del futuro sindacato in Ticino? Dovremo operare innanzi tutto nel settore artigianale – fra gli elettricisti, i pittori, gli idraulici, eccetera – che ha molto in comune con quello dell’edilizia principale. Ma c’è anche l’industria. Qui si dovrà capire quali sono gli spazi di manovra. Ma sarà importante non aprire troppi fronti allo stesso tempo, altrimenti si corre il rischio di fallire. Sarete in grado di colmare il ritardo accumulato finora? Io intendo fare di tutto per essere pronto il 1. gennaio 2005. Non voglio che le cose si trascinino disperdendo energie che andrebbero messe altrove. «Con i metodi dell’edilizia non si può andare nelle fabbriche, e con quelli delle fabbriche non si può andare nell’edilizia». La cultura sindacale unica per Rolando Lepori è una chimera. In Ticino come nel resto della Svizzera, il nuovo sindacato interprofessionale Unia non potrà che essere – almeno in un primo tempo – la giustapposizione di due modi profondamente diversi di fare politica sindacale: «se si rispetterà l’autonomia di pensiero nei vari settori professionali, allora l’integrazione riuscirà. Se invece verranno imposti regole e metodi stretti, prevedo grandi difficoltà». Il mantenimento delle specificità della Flmo all’interno della futura regione Ticino di Unia è un cruccio del segretario regionale del Sindacato dell’industria, della costruzione e dei servizi. Nell’intervista concessa ad area durante una pausa del seminario di Rueras (vedasi articolo sopra), Rolando Lepori si dice «consapevole» che una fusione – a differenza di un’integrazione funzionale che salvaguardi le rispettive autonomie – significherebbe per la regione Ticino della Flmo venir inghiottita dal Sei. Rolando Lepori, alla vigilia del congresso straordinario del settembre 2002 che sancì la decisione della Flmo di dar vita ad Unia, lei aveva espresso serie reticenze circa il futuro sindacato interprofessionale. Che ne è adesso? Allora le mie erano reticenze di fondo. Il timore principale era quello di creare una struttura enorme dal punto di vista amministrativo, una struttura lenta, macchinosa, poco reattiva e quindi non in misura di rispondere in maniera adeguata alle esigenze degli associati. E poi c’era perplessità per l’estrazione diversa dei due sindacati Sei e Flmo che difficilmente avrebbero potuto far nascere una cultura unitaria. Ora che la decisione di andare verso Unia è stata presa, tutto dipenderà dall’impronta più o meno dirigista che il futuro Comitato centrale vorrà dare al nuovo sindacato. Se il criterio ideologico sarà quello di privilegiare la democrazia, la libertà e l’autonomia, allora si potranno ottenere risultati soddisfacenti. Se invece il Comitato centrale imporrà una linea rigida a tutte le regioni e a tutte le sezioni, sarà una disfatta. Qual è la sua sensazione in questo momento? La mia paura, sulla base dei documenti che si stanno votando a livello nazionale, è che il futuro Comitato centrale vorrà imporre. E poi c’è il problema del finanziamento alle regioni, uno dei noccioli della questione. A differenza di quanto succede ora, sembra che un 10 per cento dei soldi che riceveranno le regioni di Unia dipenderà dai progetti che esse metteranno in atto. Se dobbiamo essere un sindacato al fronte e poi non abbiamo soldi e forze… Lei non teme che con Unia si verificherà un’emorragia di associati come è stato il caso, ad esempio, del sindacato tedesco Ver.di, frutto della fusione di cinque sindacati dei servizi? Bisogna essere prudenti. Al di là delle buone intenzioni, c’è la realtà. I processi di fusione sindacale sono sempre contraddistinti da una perdita secca di associati, soprattutto in una prima fase. A dimissionare sono soprattutto gli iscritti di lungo corso, persone che si identificano in modo stretto con il proprio sindacato. Avete già avuto dei segnali in questo senso? Sì. Non ha paura che la Flmo venga inghiottita dal Sei nella futura regione Ticino di Unia? Più che di paura parlerei di consapevolezza. Prendiamo l’esempio dei fiduciari (delegati del sindacato nelle fabbriche, sono fra i 100 e i 150 in Ticino, ndr), che per noi svolgono un lavoro molto importante. Alcuni di essi ci dicono che se i metodi di Unia saranno quelli del Sei non potranno più portare avanti il loro lavoro. Il timore che hanno è quello di ricevere ordini che pregiudichino la discrezione e la confidenzialità su cui si basa la loro azione. E poi c’è il problema della ripartizione delle cariche all’interno della futura Unia-Ticino. Su questo punto le posizioni di Seie Flmo sono ancora distanti. In Ticino si sta accumulando ritardo nel processo di avvicinamento a Unia. Pensa che sarà possibile rispettare la scadenza del 1. gennaio 2005? La data è quella. Come Flmo ci siamo resi conto che sin qui i termini non sono stati rispettati. Ma non si tratta di cattiva volontà. È solo perché le cose da fare sono tante. Il nostro problema principale è quello di assicurare il lavoro sindacale mentre ci avviciniamo a Unia.

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23.01.04

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