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Prosa d'arte

di

Giuseppe Dunghi
Se si parla di prosa d'arte, uno pensa a Gabriele D'Annunzio o a Roberto Longhi, mettiamoci anche Francesco Chiesa. Sono autori del secolo scorso. Ma dove trovare la prosa d'arte oggi? C'è qualcuno che ne fa ancora uso?
Il 18 dicembre, il 6 e il 16 gennaio scorsi la terra ha tremato a Basilea. Le scosse sismiche sono state provocate dalle trivellazioni effettuate nell'ambito del progetto Deep Heat Mining, che prevede di scavare pozzi per misurare la temperatura in profondità, in vista della costruzione di una centrale geotermica. L'Azienda elettrica ticinese, all'insaputa degli abitanti di questo cantone che ne sono i proprietari, partecipa con un cospicuo finanziamento a quegli scavi, perché si tratterebbe di «un progetto pilota guardato con interesse da tutto il mondo». La prosa d'arte esiste ancora.
Perché la Posta svizzera apre una filiale a Brescia e intanto chiude gli uffici in Valle Maggia? Perché l'Autopostale giallo partecipa alla gara d'appalto per aggiudicarsi il servizio di trasporto pubblico in provincia di Como? Per attuare «una politica economica che promuova la competitività e la messa in rete del sistema-Paese allo scopo di assicurare la produzione di plusvalore». Perché è necessario ridurre le indennità ai disoccupati, i sussidi di cassa malati, le prestazioni complementari e il tasso di conversione del capitale del secondo pilastro? Perché bisogna «incoraggiare soluzioni improntate alla responsabilità individuale per evitare l'insorgere sia di comportamenti parassitari sia di un eccesso di assistenzialismo». E quale programma dovrebbe perseguire la sinistra in un mondo ormai dominato dalle forze del mercato? «Una liberalizzazione legata a criteri di ordine sociale».
In un negozio della Svizzera italiana un paio di scarpe marca Timberland costa 189 franchi. Sulla parte interna della linguetta che si trova sotto le stringhe, tra le altre indicazioni (taglia in misure anglosassoni, tipo di materiale, numero di brevetto Usa), si legge: made in Vietnam. Alle persone che hanno fabbricato quel paio di scarpe sono stati dati in tutto circa 10 franchi; il resto, 179 franchi, va agli azionisti della Timberland e al negoziante. Certo, per commercializzare un prodotto si devono affrontare dei costi: il confezionamento, il trasporto, l'immobilizzazione del capitale, il rischio, l'affitto del negozio, lo stipendio della commessa, l'onere dell'invenduto, le imposte. Inoltre può darsi che quei 10 franchi equivalgano allo stipendio medio in Vietnam. Tutto vero. Resta il fatto che chi lavora giorno e notte spesso senza avere l'età, si rovina la vista sulla macchina da cucire, respira solventi e colle e si trova l'acqua inquinata dai processi di concia del cuoio riceve 10 franchi, mentre chi non ha mai toccato quelle scarpe ne riceve 179 soltanto perché ha il potere di produrre al costo più basso possibile e vendere al prezzo più alto possibile. Fino a due secoli or sono c'erano gli schiavi che producevano a costo zero, ora si produce a costo quasi zero in Vietnam. La schiavitù oggi viene chiamata, con graziosi eufemismi, «delocalizzazione» e «globalizzazione».
Ecco: la prosa d'arte è il linguaggio con cui gli schiavisti moderni spiegano ai lavoratori quanto devono lavorare, come devono lavorare, di quale stipendio devono accontentarsi e perfino quali parole 

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Venerdì 26 Gennaio 2007

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