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Prodi, l'equilibrista senza rete

di

Loris Campetti
A Vicenza stazionano nervosamente gli aerei americani destinati a esportare tonnellate di democrazia nel Medioriente e nelle aree calde del Golfo e del Mediterraneo. L'Afghanistan è vicino all'Italia, come vicini sono l'Iraq e l'Iran, la Siria e il Libano, e vicino è quel paese che non c'è ma ha un nome: Palestina. Il governo Prodi ha ritirato, con una calma che nulla ha a che vedere con la strategia di Zapatero, le truppe da Baghdad ma conserva le basi che fanno da supporto alla guerra americana.

Anzi, il presidente Prodi ha deciso per conto proprio di concedere a Bush una seconda base a Vicenza, mentre il popolo della pace manifestava contro e la maggioranza degli americani voltava le spalle a Bush. In Afghanistan, invece, ci siamo ancora e gli "alleati" ci chiedono di uscire dal guscio di Kabul e andare a combattere sul serio i talebani. In Libano ci siamo, in questo caso davvero come forza di pace, mentre nel conflitto Israelo-palestinese il ministro degli esteri D'Alema ha perso la parola, dopo aver promesso un ruolo attivo dell'Italia.
Mentre Romano Prodi recitava il suo discorso di basso profilo per convincere senatori ribelli, senatori a vita e qualche trasformista dello schieramento avversario a votargli la fiducia, vicino Kabul veniva attaccata una base americana che ospitava il vicepresidente Usa Cheney e a Ramadi 18 bambini che giocavano a pallone venivano dilaniati da un attacco suicida (di al Qaeda? degli Usa?).
Per tenere insieme i suoi risicatissimi voti il premier non ha detto nulla di impegnativo sulla politica estera, essendo che nella maggioranza c'è chi chiede il ritiro delle truppe da Kabul e chi si aspetta invece un innalzamento del livello di fuoco.
Così come ha detto ben poco sulle pensioni, dopo giorni e mesi in cui si minaccia una controriforma ai danni dei lavoratori più anziani (allungamento dell'età lavorativa) e dei più giovani, spesso precari (una riduzione delle pensioni future).
Dei Dico – le unioni di fatto, ridotte ai minimi termini nel testo del governo, che rischia di non andar mai in discussione in Parlamento per ordine del Vaticano – non ha parlato. E sulla precarietà del lavoro, Prodi si è limitato a dire che bisogna fare qualcosa quando invece ci si aspetta la cancellazione della Legge 30, che è una macchina berlusconiana per produrre precarietà.
Il discorso presidenziale ha concesso qualche minuto agli emigrati (gli italiani all'estero) per guadagnarsi il voto del saltabeccante senatore Pallaro, una metafora onomatopeica, ma non ha detto una parola sulle centinaia di migliaia di migranti che bussano inutilmente alla nostra porta.
Una strategia minimalista che probabilmente consentirà al governo dell'Unione di passare la nottata con una sia pur risicata maggioranza: scriviamo questo articolo mezza giornata prima del voto al Senato, mentre è più attivo che mai il suq dei voti altalenanti. Siamo nelle mani di Follini e Pallaro, dello stato di salute di esimi ultranovantenni, di due pacifisti forse troppo coerenti in un governo dove c'è tutto e l'opposto di tutto, tranne la maggioranza certa. Dunque, potremmo essere smentiti nelle nostre presuntuose previsioni.
Prendendo per buona la previsione, però, bisognerà vedere se la fiducia sarà politica, cioè a prescindere dal voto dei senatori a vita, come chiede il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, oppure soltanto numerica e cioè resa possibile dagli Andreotti e dalle Rita Levi Montantalcini. E se anche, come alla vigilia del voto promettevano i partiti della maggioranza, la fiducia sarà "politica", quale margine di stabilità e governabilità potrà garantire?

Paralizzati dall'uomo nero

Facciamo un passo indietro. La crisi è un fattore endemico, poiché i voti di scarto della maggioranza al Senato sono inferiori alle dita di una mano e qualche transfuga (il dipietrista De Gregorio) si è già trasferito sui banchi di Berlusconi. Poi ci sono alcuni dissidenti che albergano sui banchi della cosiddetta sinistra radicale (Rifondazione, Pdci e Verdi) che non sono disposti a votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan e si oppongono alla concessione della nuova base agli Usa e alla realizzazione della Tav in Val di Susa. Due di questi, Turigliatto e Rossi, hanno negato il loro voto a D'Alema, due settimane fa, nella circostanza in cui il governo è stato battuto e Prodi ha riconsegnato il mandato al capo dello Stato. Attenzione però: se anche i due reprobi pacifisti – contro cui si è scatenata una staliniana caccia all'uomo – avessero votato a favore, la maggioranza sarebbe stata sconfitta. A determinare l'impallinamento del governo è stata un'imboscata effettuata da una combinazione di poteri forti: l'immarcescibile Andreotti a nome del Vaticano, il grande manovratore Cossiga a nome di se stesso e degli Usa e l'imprenditore Pininfarina a nome della Confindustria e degli Usa. Tutti e tre senatori a vita, tutt'altro che fedeli prodiani come denunciano quotidianamente Berlusconi e soci. Della fedeltà di Pininfarina era così sicuro il segretario Ds Piero Fassino da mandarlo a prendere con la sua macchina perché non mancasse un voto certo alla conta. Dilettanti allo sbaraglio. Ma se i numeri sono quelli che abbiamo detto, forse il centrosinistra italiano dovrebbe mettere al centro del proprio agire politico un'altra verifica: quella con il paese reale, con i milioni di italiani e italiane che l'hanno votato e oggi si sentono soli, "traditi" nelle loro aspettative. Non si può vivere un'intera legislatura con l'unico collante dell'antiberlusconismo, cioè con il ricatto morale di difendere quel che c'è per evitare il ritorno dell'Uomo Nero. Bisogna pur fare qualcosa di diverso dall'Uomo Nero, ascoltare la propria gente, dialogare con i sindacati sul lavoro e le pensioni e con i movimenti pacifisti e antiliberisti, e non adagiarsi su una ricerca del consenso al centro dell'asfittico ceto politico. Anche per ragioni mercantili: Berlusconi ha più strumenti – cioè soldi – di Prodi e sarà sempre lui a vincere l'asta dei voti traballanti. I delegati di fabbrica che hanno votato Prodi, invece, non sono in vendita ma non sono acquisiti una volta per tutte. L'hanno ricordato ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil con i fischi di Mirafiori che denunciavano solitudine operaia e delusione politica, l'hanno ripetuto il giorno prima del voto al Senato a Prodi: abbiamo già pagato troppo, non provate a presentare ancora a noi il conto delle crisi politiche colpendo pensioni e salari e alimentando la spirale perversa della precarietà. L'hanno scritto in decine di ordini del giorno votati all'unanimità nelle principali fabbriche di quello che una volta si chiamava triangolo industriale. Per tentare di arrivare alla fine della legislatura il centrosinistra deve imboccare la strada dell'ascolto e del dialogo, e mandare qualche segnale di inversione di tendenza. Se non seguirà questa strada, anche nel caso in cui si dovesse arrivare allo scioglimento della legislatura e al voto anticipato, per il centrosinistra sarebbero dolori. L'Uomo Nero bussa alla porta, la riforma del sistema elettorale non ancora.   

Pubblicato

Venerdì 2 Marzo 2007

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