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Colletti sporchi

Processo alla banca: una prima svizzera

Davanti ai giudici del Tpf la Falcon Private Bank, accusata di non aver impedito il riciclaggio di fondi illeciti. Grande l’attesa per la sentenza

di

Federico Franchini

Negli scorsi giorni si è tenuto al Tribunale penale federale di Bellinzona  (Tpf )  il  processo  nei  confronti   della  Falcon  Private  Bank  e  del  suo  ex Ceo, Eduardo Leemann. L’istituto  è  accusato  di  non  avere  impedito  il   riciclaggio  dei  fondi  illeciti  dell’uomo  d’affari  di  Abu  Dhabi  Khadem   al-Qubaisi. L’esito di questo processo  è molto atteso: si saprà se la strategia  promossa  negli  ultimi  anni  dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) sulla responsabilità  penale delle banche – e in generale  delle  persone  giuridiche  –  può  reggere di fronte a un tribunale

 

Il  pubblico  non  è  certo  quello   delle  occasioni  speciali.  Lunedì  27  settembre,  assieme  a  due   colleghi giornalisti assistiamo  all’apertura  di  quella  che  è  una   prima nella storia giudiziaria  svizzera:  il  processo  penale  nei   confronti di una banca. La Falcon Private Bank – oggi in via  di  liquidazione  –  è  sul  banco   degli imputati, rappresentata  dal ticinese Roberto Grassi,  presidente  ad  interim  del  Cda   (estraneo ai fatti). Si è spesso letto  che  questa  inchiesta  è  legata   al  coinvolgimento  della  banca   nel  caso  del  fondo  1Malaysia Development Berhad (1Mbd)  per  il  quale  Falcon  è  già  stata bacchettata dall’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma). In realtà, anche se  coinvolge  gli  stessi  protagonisti   ed  è  avvenuto  nello  stesso  lasso  temporale,  il  caso  finito  ora   davanti  ai  giudici  non  riguarda   direttamente lo scandalo malese. 

 

Operazione Unicredit


La vicenda che ha portato la Falcon  in  tribunale,  ruota  intorno   a  una  transazione  sulle  azioni   della banca italiana Unicredit,  il  secondo  più  importante   gruppo  bancario  della  Penisola.   Lo  schema  ha  due  protagonisti   principali: Khadem al-Qubaisi,  un ricchissimo uomo d’affari di  Abu  Dhabi,  e  Aabar  Luxembourg, la filiale lussemburghese  del fondo sovrano dell’Emirato,  Aabar  Investments.  Attenzione,   perché i ruoli si sovrappongono: al-Qubaisi era all’epoca l’amministratore  delegato  di  questo   fondo pubblico e della sua filiale  in  Lussemburgo  la  quale,  a  sua   volta, controllava anche la banca  Falcon in Svizzera.

 

Una banca il  cui  Cda  è  stato  presieduto  dallo  stesso  al-Qubaisi  dal  2009  al   2011. Tutto inizia nel giugno del 2010,  quando l’uomo d’affari acquista  privatamente,  attraverso  l’intermediazione  di  Falcon,  circa  15   milioni  di  azioni  di  Unicredit   per  un  valore  stimato  a  quel   momento a 261 milioni di euro.  Proprio nello stesso periodo,  ecco  che  Aabar  acquisisce una partecipazione del 4,9% nella  banca italiana. Una coincidenza  dubbia che è valsa ad al-Qubai- si  un’incriminazione  per  insider   trading da parte della Procura di  Milano. Per i pm milanesi, grazie al fatto che sapeva che Aabar  stesse per entrare nel capitale di  Unicredit, il manager emiratino  ha  potuto  prevedere  gli  andamenti  di  prezzo  del  titolo  della   banca italiana realizzando per sé  un  guadagno  di  circa  21,6  milioni di euro.  Col tempo, però, le azioni Unicredit hanno perso buona parte  del  loro  valore.  Un  calo  che  è   proseguito  anche  dopo  che,  nel   2012,  Aabar  ha  aumentato  la   sua  partecipazione  al  6,5%,  di- ventando  il  maggiore  azionista.

 

Proprio in parallelo, all’aumento  di capitale da parte del fondo de- gli Emirati Arabi, al-Qubaisi ha  deciso di vendere le proprie azioni Unicredit alla stessa Aabar. Lo  avrebbe fatto senza mostrarsi  direttamente e gonfiandone il  prezzo, compensando così la  perdita di valore delle sue azioni.  Il  meccanismo,  come  spesso  in   questi casi, è complesso e basato  sull’ausilio di società offshore: le  azioni sono state trasferite prima  a una società offshore di al-Qubaisi, la Volbeat Invest & Finance  Inc,  che  poi  le  ha  rivendute   ad Aabar Luxembourg al prezzo  di  210  milioni  di  euro.  Peccato   che,  il  giorno  della  transazione, quelle  azioni  valevano  soltanto   62  milioni.  Al-Qubaisi  avrebbe   così fatto una cresta di circa 150  milioni  di  franchi  a danno  del- la società lussemburghese di cui  era  massimo  dirigente:  sarebbe   questa  gestione  sleale  a  essere  il   presunto reato a monte per il riciclaggio contestato oggi al Ceo  di Falcon e alla banca stessa.

 

Lupi di Wall Street e Zurigo


Dalla  vendita  dei  210  milioni   di  euro  di  azioni  Unicredit,  15   milioni di euro sono stati pagati  come commissione a una società  finanziaria  delle  Bermuda.  Un   ultimo  milione  di  commissione   è  stato  pagato  anche  a  Falcon. Con l’aiuto della banca e del Ceo  Eduardo  Leemann,  il denaro restante è stato poi utilizzato da  al-Qubaisi  –  che  è  considerato   correo  e  oggetto  di  un  procedimento  penale  separato  –  per  condurre la sua vita da nababbo.  Dei  210  milioni,  circa  61  sono   finiti sul conto cifrato dell’uomo  d’affari  a  Zurigo. 

 

Questi  soldi,   sarebbero  poi  stati  investiti  in   beni  immobiliari  all’estero  e  in   auto  di  lusso:  una  lista  annessa   all’atto d’accusa mostra gli oltre quaranta modelli di auto tra Ferrari, Bugatti, Lamborghini,  Mc Laren eccetera.  Altri 133 milioni sono stati  trasferiti  tramite  un  fondo  ver- so  la  Telina  Holding  Ltd,  una   società  offshore  controllata  da   al-Qubaisi e diretta da Eduardo  Leemann. Telina ha poi investi- to il denaro in una serie di transazioni ad alto rischio e in alcuni  prestiti. Tra questi ne vanno segnalati  due:  uno  da  50  milioni   finito  sul  conto  Bsi  e  destinato   alla  produzione  del  noto  film   con Leonardo Di Caprio “Il  lupo di Wall Street”; un altro da  25  milioni  è  andato  alla  fondazione di famiglia di René Benko,  il “re austriaco dell’immobiliare”  che ha recentemente acquistato i  negozi Globus da Migros.

 

Secondo la Procura federale, tutti  questi  milioni  controllati da   Khadem  al-Qubaisi  sono  stati  riciclati  da  Eduardo  Leemann,  che  ha  agito  come  una  sorta  di  banchiere privato dell’uomo  d’affari degli Emirati. Quest’ultimo  aveva  questo  doppio  ruolo,  al contempo cliente e padrone  di  Leemann  il  cui  compito   era  quello  di  rendere  difficile  il  rintracciamento del  denaro  originato dalla vendita delle azioni  Unicredit. L’accusa ha chiesto  21  mesi  di  detenzione  e  una   pena  pecuniaria di 90 aliquote (pene  entrambe  sospese  con  la   condizionale) per il banchiere.

 

Il ruolo della banca


Da parte sua, la banca è accusata  di non aver stabilito un sistema  di controllo interno efficace. Secondo  l’accusa,  la  banca  non  aveva un’adeguata divisione delle funzioni, non è riuscita ad evitare  conflitti  di  interesse  e  non   ha  monitorato  efficacemente  le   transazioni  ad  alto  rischio.  Secondo  l’Mpc,  a  causa  della  sua   carente  organizzazione  interna,   Falcon  ha  quindi  violato  l’arti- colo  102  del  codice  penale:  per   questo  ha  chiesto  una  multa  di   2 milioni di franchi e formulato  una  richiesta  di  risarcimento  di   7 milioni. 

 

Introdotto  nel  2003,  l’articolo   102 permette di condannare  un’impresa che non abbia saputo  impedire  reati  quali  appunto   il riciclaggio o la corruzione.  Questo  articolo  è  già  stato  applicato in passato. Ad essere sanzionate  sono  state  delle  aziende   multinazionali come la AlstomOdebrecht  o  Gunvor,  ma  mai,   finora,  una  banca.  Inoltre,  tutte  le  precedenti  condanne  sono   state pronunciate tramite un  decreto  d’accusa,  una  sorta  di   accordo tra la Procura federale e  l’impresa,  con  quest’ultima  che   ammette  i  fatti  e  accetta  l’eventuale multa, confisca o richiesta  di risarcimento, evitando, al  contempo,  i  rischi  di  un  processo  e  un’eccessiva  esposizione   mediatica. 

 

«Il fatto che, per la prima volta, un caso di questa im- portanza che concerne un’impresa  sia oggetto di un processo pubblico  e non si regoli tramite un decreto  d’accusa  è  un  elemento  positivo  per la trasparenza della giustizia»  ci  spiega Katia Villard, ricercatrice al Centro di diritto banca- rio  e  finanziario  dell’Università di Ginevra. L’esperta seguirà  con  molto  interesse  l’esito  del   processo: «Sarà molto interessante  vedere  come  l’articolo  102  del   codice penale, che è la norma per  l’attribuzione  ad  una  società  dei   reati commessi dai suoi dipendenti,  sarà  interpretato  dall’accusa,   dalla  difesa  e,  infine,  dal  Tribunale, in un contesto in cui i fatti  sono contestati».

 

La  sentenza,  comunicata  il  15   dicembre,  è  attesa  con  trepidazione,  non  solo  dagli  esperti  di   diritto  penale,  ma  anche  dalle   altre banche oggi sotto inchiesta  in Svizzera tra le quali le ticinesi  Pkb, Cramer e Bsi. La prima a  essere sul chi vive è però Credit  Suisse, il cui processo per il suo  ruolo nel caso del re della cocaina bulgaro Evelin Banev dovrebbe iniziare a febbraio.

Pubblicato

Mercoledì 15 Dicembre 2021

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