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Problemi di razza, problemi di classe

di

Pablo Guscetti

“Il nostro programma di colazioni per l’infanzia nutre molti bambini e la gente ne capisce l’importanza. Noi diciamo qualcosa del genere: Che la teoria è buona, ma che la teoria senza la pratica non vale niente. […] Noi abbiamo una teoria sull’alimentazione gratuita dei bambini. Che cosa facciamo? Noi l’applichiamo. […] Applichiamo il programma in maniera socialista. La gente è venuta e ha adottato il nostro programma. L’hanno visto da una prospettiva socialista.”
Fred Hampton, “Avete ucciso un liberatore, non potrete uccidere la liberazione”, In: The Movement, gennaio 1970.


Nell’Ottobre del 1966 veniva redatto il programma del Black Panther Party, il cui decimo (e ultimo) punto ne costituisce una sorta di massima: “Vogliamo terra, pane, abitazioni, istruzione, vestiti, giustizia e pace”. Alla libertà perseguita da Malcolm X “con ogni mezzo necessario”, si aggiungevano le aspirazioni sociali di un movimento della sinistra rivoluzionaria. I “problemi di razza” venivano indentificati come problemi di classe.
Nell’immaginario di molti le black panthers rinviano al pugno nel guanto nero stretto sul podio delle Olimpiadi di Messico ’68. Per altri, il BPP è associato ai capelli afro, la postura militare e i fucili sulle spalle.
Effettivamente le Pantere nere hanno rappresentato questo e molto altro.


Fra il 1967 ed il 1974, adottando il principio di “servire il popolo”, il Bpp realizzerà svariati programmi sociali all’interno dei ghetti neri, allo scopo di “nutrire, guarire, educare”. Iniziative per l’infanzia, educazione delle classi popolari, cliniche mediche gratuite: all’autodifesa ad oltranza si aggiungeva l’autorganizzazione.
Se il negro armato rappresenta una minaccia per uno stato repressivo, il negro organizzato rappresenta una minaccia per un intero sistema. Questo, il potere, lo capì fin dall’inizio. Il Bpp fu, infatti, una delle principali vittime del Cointelpro, il programma dell’Fbi messo in atto illegalmente con lo scopo di “perturbare, discreditare e distruggere” le organizzazioni definite sovversive.


È in questo contesto che il 4 dicembre 1969 Fred Hampton, 21 anni, portavoce nazionale del Bpp, viene ucciso nel sonno dai proiettili degli agenti governativi.


Ne “La fabbrica del consenso”, lo studioso statunitense Noam Chomsky afferma che il Cointelpro rappresenta uno scandalo mille volte più significativo del Watergate, venuto alla luce nello stesso periodo.
All’epoca la stampa “liberal”, occupata a denunciare le malefatte di Nixon, diede uno spazio marginale agli omicidi, ai sabotaggi e allo spionaggio di massa del Fbi. Il “modello di propaganda” dei mass-media, attaccando a suo modo il potere, contribuiva a sostenere quello stesso potere.


Oggi, la fabbrica del consenso che denuncia il populismo ci dice che la Brexit è un suicidio, che il No al referendum in Italia è irresponsabile e che la vittoria di Trump è una catastrofe irreparabile.
Oggi, l’esperienza ci dice che è necessario passare dalla teoria alla pratica, che i problemi di razza sono problemi di classe e che la risposta all’oppressione continua a risiedere nell’organizzazione.

Pubblicato

Martedì 6 Dicembre 2016

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