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Prigionieri del pensiero debole

di

Giuseppe Dunghi
Chi di campanile ferisce, di minareto perisce. Nelle aule scolastiche, nelle camere d'ospedale, nei tribunali ci sono i crocifissi; le campagne, le colline, le cime delle montagne sono cosparse di cappelle, cappelline, campanili e croci. La religione cristiana marca fittamente il nostro paesaggio, forse in maniera inversamente proporzionale alla sua presenza nei cuori, come scriveva Blaise Pascal. Così, quando arriva un'altra religione che marca con altrettanto zelo il territorio, si scatenano improbabili difensori della tradizione cristiana, ai quali si contrappongono i paladini della tolleranza, e il risultato sarà verosimilmente che dovremo sopportare due religioni invece di una, due congrue, due tasse parrocchiali, due ore di catechismo a scuola, due inserti dedicati al sacro ogni sabato su laRegione per rispettare la par condicio. Se non si ha il coraggio di essere coerentemente laici, bisogna rassegnarsi a convivere con il pensiero forte delle religioni.
Il sindacalista invitato dai lavoratori di una fabbrica di divani in provincia di Forlì – una fabbrica che sta per chiudere a causa della concorrenza dei cinesi, sono pagati per 4 ore al giorno ma in realtà ne fanno 14 – ha spiegato che gli stranieri non devono essere considerati un problema, ma "una risorsa". L'espressione ha fatto arrabbiare il professor Giulio Sapelli, che ha parlato di "sindacati ideologizzati". Al professore si potrebbe rispondere che se i lavoratori diventano razzisti, il sindacato non è tenuto a seguirli su questa strada, perché si incomincia con gli slogan "padroni a casa nostra", "fuori i cinesi" e si finisce con i vagoni piombati e le camere a gas. Quel sindacalista non avrà raccolto molte tessere, ma ha salvato la dignità della tradizione operaia.
Ma c'è un problema costituito dall'ordine materiale delle cose. Per poter riflettere bisogna vivere, cioè mangiare, per poter mangiare è necessario disporre di un salario e per ricevere un salario bisogna avere un lavoro. Se uno si trova senza lavoro o ha paura di essere licenziato, che cosa se ne fa dei discorsi di qualcuno che può leggere i giornali, partecipare ai dibattiti, comprare libri, tenersi informato e farsi una cultura senza l'assillo di cercare le patate a meno di un franco al chilo e la pasta in offerta speciale al Denner? Che cosa se ne fa un disoccupato della cultura liberale e della solidarietà operaia? Gli riempiono il piatto? È questo probabilmente ciò che ha intuito il professor Sapelli, e probabilmente ha ragione.
Il sindacato che non trova niente da dire di fronte ai licenziamenti se non le solite frasi di commiserazione e farfuglia di piani sociali, orario ridotto, cassa integrazione e pensionamenti anticipati, che non ha il coraggio di gridare che è giunto il momento di togliere ai padroni il potere di decidere chi può lavorare e chi no e che bisognerebbe incominciare a licenziare qualcuno di loro, il sindacato che in definitiva accetta il pensiero forte del mercato non è più legittimato a parlare di solidarietà ai lavoratori.

Pubblicato

Venerdì 23 Ottobre 2009

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