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Pretese di universalità

di

Gianfranco Helbling
Nella medievale e macabra esibizione in mondovisione e su maxischermo del suo cadavere imbalsamato si riassume il pontificato di Giovanni Paolo II con tutte le sue contraddizioni: un condensato difficilmente eguagliabile di modernità e di reazione, di vicinanza al popolo e di culto della personalità, di centralismo vaticano e di pretesa universalità. E proprio in questi giorni misuriamo il successo di questo Papa: oggi l’Occidente (e non il mondo) è nettamente più pervaso di cattolicesimo (e non di cristianesimo) di quanto non lo fosse 27 anni fa. Basta accendere una tv qualsiasi per rendersene conto, con celebrative e acritiche coperture televisive 24 ore su 24 del decesso e dell’inumazione di un leader religioso già santificato a reti unificate. Sintomatico che proprio la voce del potere dell’Occidente nel mondo, la Cnn, dedichi all’uscita di scena di Giovanni Paolo II uno spazio quasi assoluto, annettendo così al potere terreno degli Stati Uniti la sua autorità morale. Del resto, dire come spesso s’è fatto in questi giorni con esaltata retorica nei salottini televisivi e sulle prime pagine dei giornali che «tutto il mondo piange il Papa» è una fesseria, dato che alla maggioranza della popolazione di questo pianeta cosa faccia il leader dei cattolici importa poco o punto: ma corrisponde alla coincidente pretesa di universalità della Chiesa e dell’Occidente in tempo di globalizzazione. Su un dato comunque tutti possiamo concordare: Karol Wojtyla è già entrato a pieno titolo nella storia del XX secolo come uno dei suoi personaggi più significativi. E ha certamente molti meriti, ampiamente documentati dai media da sabato scorso in poi. Ma sono meriti da lui contraddetti assai spesso con parole e azioni di forza uguale e contraria. Per esempio ha dato da un lato un importante contributo alla transi-zione pacifica dal comunismo alla liberaldemocrazia nei paesi dell’Est europeo (anche se al comunismo reale si dovrebbe almeno riconoscere che la fossa se l’era già scavata da solo e ci si stava buttando dentro). Ma dall’altro non ha capito o ha del tutto ignorato il bisogno dei popoli latinoamericani di sentire il Papa e la Chiesa al loro fianco e non alleati dei loro sfruttatori (emblematica la delusione dei nicaraguensi dopo la visita del Papa nel 1983). Ha svecchiato la Chiesa, contribuendo all’evoluzione delle mentalità in tutto l’Occidente, e ha riconosciuto i giovani come soggetti e non solo come consumatori. Ma nel contempo ha richiuso la Chiesa stessa ad ogni pretesa di maggior partecipazione delle donne e ha marginalizzato in maniera autoritaria ogni forma di dissenso interno che dal Concilio vaticano II aveva preso fiato (basti pensare ai destini di Leonardo Boff e Hans Küng). Ha posto spesso al centro dell’attenzione i lavoratori e la loro dignità difendendoli dai troppi eccessi del capitalismo e ha ridato cittadinanza ai malati e in genere a chi soffre dimostrando con il suo esempio che anche loro sono persone a pieno titolo. Ma ha anche irrigidito la morale sessuale e famigliare, trovando non casuali consonanze con l’Islam più conservatore nell’esclusione della donna dalla sfera pubblica ma misconoscendo anche il dramma della diffusione dell’Aids soprattutto in Africa e quello dell’emarginazione degli omosessuali. Ha avviato un dialogo interconfessionale e interreligioso, ma nel contempo ha sempre affermato la centralità della Chiesa cattolica e la supremazia del papato e quindi indirettamente dell’Occidente (del resto non sorprende la freddezza con cui nemmeno un anno fa fu accolto dalla protestante città di Berna, al di là dell’entusiasmo dei cattolici accorsi dal resto della Svizzera). Insomma, se dei morti non si può parlar male diciamo allora che Giovanni Paolo II considerava certamente un suo merito l’aver fermato gli orologi in molti ambiti della vita non solo religiosa. L’impatto di questa selettiva sospensione del tempo durata un quarto di secolo in un mondo in piena accelerazione rischia però di risultare dirompente, per quanto spesso congeniale ai poteri forti che oggi dominano la scena (l’esempio dell’amministrazione Bush, molto vicina al Papa su questioni culturalmente centrali come la morale sessuale e famigliare, è significativo). Su un tema però Wojtyla ha saputo sempre smarcarsi con coerenza dagli altri leader mondiali: la pace. Tranne che sul comunque difficile terreno della guerra nella ex Jugoslavia, dove ha affermato la necessità di «disarmare l’aggressore», si è infatti sempre rifiutato di dare legittimità con la sua benedizione ai vari interventi militari dell’Occidente nel mondo, in particolare in Iraq. Tanto da diventare il più alto punto di riferimento morale di tutto il movimento pacifista e nonviolento in Occidente. Ma questo ci illustra semmai le difficoltà in cui si dibatte la sinistra laica un po’ in tutto il mondo, che ancora sventola il Che in mancanza di un nuovo punto di riferimento ampiamente condiviso che sappia incarnare un progetto forte e con ambizioni di universalità, un progetto di alternativa ancora assente. Ed è anche questo vuoto, da lui abilmente occupato per imporre la sua nuova evangelizzazione, che spiega le indubbie fortune terrene di Giovanni Paolo II.

Pubblicato

Venerdì 8 Aprile 2005

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