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Presidente operaio

di

Maurizio Matteuzzi
Fantastico. Il tornitore meccanico, il sindacalista del Sindacato dei metallurgici di San Bernardo do Campo incarcerato dal regime militar-padronale, il fondatore e il leader del Partido dos trabalhadores e della Central unica dos trabalhadores, il candidato di sinistra Lula da Silva presidente della repubblica. Il primo senza una laurea e senza un dito lasciato sotto una pressa quando aveva 18 anni. Il primo di gennaio riceverà la fascia verde-oro da Fernando Henrique Cardoso, il presidente nominalmente socialdemocratico e di fatto neo-liberista che, dopo due mandati consecutivi, è il vero sconfitto – ancora prima di José Serra, il candidato suo, della continuità e del mercato – dei due turni elettorali del 6 e del 27 ottobre. 115 milioni di elettori brasiliani hanno detto un no di massa al modello di Cardoso – che è poi quello dell’Fmi e del “Consenso di Washington” – e, resistendo al “terrorismo elettorale” («il Brasile sarà la prossima Argentina», «Lula sarà il prossimo Chavez») e al “terrorismo finanziario” (gli spettri dell’inflazione e della bancarotta), hanno votato contro la paura e per la speranza. 52 milioni di voti per Lula, 32 milioni per Serra, 62 per cento contro 38 per cento. Fantastico. Ma, come ha detto Lula a caldo, «il difficile viene adesso». Perché Lula deve onorare i suoi impegni, in una situazione interna e internazionale sfavorevolissima. Dimostrare che l’alleanza con il capitale produttivo contro quello speculativo funziona. Venire a patti con il mercato e la finanza che stanno col fucile puntato e delineano scenari catastrofisti. Provare che l’equazione crescita uguale stabilità è possibile. Pagare l’enorme debito sociale che il paese ha con la stragrande maggioranza dei brasiliani e nel contempo trovare il modo di pagare gli spaventosi debiti – interno ed estero – che si sono moltiplicati negli 8 anni di apertura neo-liberista di Cardoso. Riuscire a resistere alla pressioni degli Stati Uniti di Bush posseduti da deliri di onnipotenza e di guerra. Il difficile viene adesso. Cardoso si lascia alle spalle un’eredità controversa e per certi versi avvelenata. Secondo lui e i suoi tifosi esteri i risultati di 8 anni non sono cattivi, anzi in molti casi eccellenti. Ma per l’elettorato brasiliano e per altri – non solo Lula - i risultati sono pessimi. Anzi disastrosi. La crescita economica media, dal 1994 al 2002, fra l’1 e il 2 per cento; la disoccupazione (ufficialmente al 12 per cento) più alta degli ultimi 40 anni; il crollo del real e della Borsa di San Paolo (meno 62 per cento in dollari nell’ultimo anno); il debito pubblico moltiplicatosi per dieci dal ’94 fino al 62 per cento del Pil attuale; le centinaia di miliardi di dollari venuti da privatizzazioni, investimenti stranieri e dai tre prestiti Fmi (l’ultimo, in agosto,di 30 mila milioni) serviti non a finanziare lo sviluppo ma solo a pagare un debito estero e pubblico che non fa che aumentare; i salari stagnanti o in perdita da 5 anni; l’ulteriore concentrazione della ricchezza in un paese che, secondo la Banca mondiale, è il terzo peggiore al mondo dopo Sudafrica e Malawi. Idem per gli indicatori sociali, a cominciare dalla sbandierata “riduzione della povertà” che va a sbattere contro i 54 milioni di affamati su 170 milioni di abitanti e dalla pretesa “rivoluzione nelle campagne”, contestata dall’Mst, i Senza Terra che accusano Cardoso di avere aumentato la concentrazione già scandalosa delle terre. La riattivazione della produzione per il mercato interno per l’eliminazione della fame, il sostegno all’esportazione, lo Stato come “induttore” – non “pianificatore” – delle priorità saranno sufficienti a riattizzare l’economia stagnante «generando 1,5 milioni di posti di lavoro nel primo anno, facendola crescere del 3.5 per cento, creando ottimismo, portando all’aumento delle entrate fiscali, favorendo il ritorno dei capitali», come dice Guido Mantega, il principale consigliere economico del presidente Lula? Non tutti condividono questo ottimismo. In molti sostengono che ad esempio le condizioni imposte dall’Fmi per la concessione del prestito di agosto (come il superavit primario del 3,75 per cento del Pil nel 2003), daranno pochissimi margini di manovra al prossimo governo rendendo quasi impossibile una crescita economica del 3,5 per cento. Lula avrà bisogno di tutte le sue straordinarie doti di articolatore e negoziatore per venire a capo di questo rebus. Tanto più che se “l’onda rossa lulista” ha portato il Pt a diventare il 6 ottobre il primo partito della Camera – ma con 91 deputati su 513 è solo una maggioranza relativa –, il 27 ottobre non ha confermato questa spinta nei ballottaggi per i governatori statali. Il Pt ne aveva 5 (su 27) e ora ne ha solo 3, per di più di stati periferici, perdendo quelli che aveva o che concorrevano nei principali stati dell’Unione: San Paolo, Rio de Janeiro, Minas Gerais e Rio Grande do Sul. Questa ultima sconfitta è particolarmente dolorosa. Il Rio Grande do Sul era divenuto il fiore all’occhiello della buona amministrazione del Pt e Porto Alegre, la sua capitale, si era proposta negli ultimi due anni come una sorta di capitale del movimento no global ospitando il Forum sociale mondiale. A Porto Alegre, divenuta famosa anche per il suo esperimento pioniere di bilancio “partecipativo”, ci sono un sindaco del Pt dall’89 e un governatore del Pt dal ’98. Ma a Porto Alegre, nonostante la buona amministrazione e i buoni risultati, il Pt – dominato dalle ali radicali più ortodosse – è andato in controtendenza rispetto alla linea adottata da Lula: si è chiuso a sinistra anziché aprirsi al centro, e per di più i due leader principali – Otavio Dutra, il governatore in carica, e Tarso Genro, l’ex sindaco che si è presentato candidato a governatore – si detestano, come dimostra la candidatura contrapposta. Fattori che, sommati a una certa usura da potere, hanno portato alla sconfitta e hanno mandato un brutto segnale in un quadro esaltante di vittoria e di speranza.

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Venerdì 1 Novembre 2002

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