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Premiato chi se ne va

di

Can Tutumlu
«Perché il Ticino? Elevata qualità della vita, lingua italiana e apertura culturale, certezza del diritto e stabilità del sistema, infrastrutture tra le più moderne al mondo, posizione centrale e sugli assi di comunicazione», con queste parole il Dipartimento Finanze e Economia (Dfe) cerca di invogliare gli imprenditori a mettere radici nel cantone, di “fare impresa”. Ma perché l’estero allora? Una domanda che abbiamo rivolto ai diretti interessati. Sì, perché la settimana scorsa il Dfe si è fatto promotore di un incontro, il “business breakfast”, in cui ha spiegato ai piccoli e medi imprenditori come… emigrare. Dove? Praticamente in tutto il mondo (Cina, Bulgaria e Romania in testa) ma specialmente dove il lavoro costa meno. Molto meno di quello che chiede il lavoratore svizzero. Grazie al fondo Sofi (Swiss Organisation for Facilitating Investments), un progetto del Segretariato di Stato dell’economia, l’imprenditore che decide di produrre fuori dai confini elvetici può far capo a prestiti a tassi agevolati fino a mezzo milione di franchi. «Per un prestito non è richiesta nessuna garanzia. Il fondo si assume il rischio di finanziamento», ha precisato Marietta Frey, consulente per l’Europa orientale del Sofi, nella conferenza tenutasi a Mezzana. Basta presentare un buon “business plan” e la richiesta viene trattata nell’arco di due mesi. Veloce e conveniente quindi. Una possibilità talmente interessante che, come riportato nelle colonne del quotidiano laRegione (giovedì 1. luglio 2004), le domande dei piccoli e medi imprenditori erano tutte rivolte alla consulente del Sofi. Fino ad oggi le richieste inoltrate per accedere al credito sono state 514, di cui 48 accettate. Fra queste c’è anche la Asico Ag, un’impresa che con 60 impiegati in Cina produce biglie per penne a sfera che poi commercia tramite le sue sedi in Ticino e nella Svizzera tedesca. «Il nostro mestiere non si può fare in Ticino, i costi della manodopera sono troppo alti», ci ha detto direttamente da Shangai il titolare Alfred J. von Niederhäusern. Ma perché il Dfe si è sentito in dovere di promuovere un tale incontro? Domanda che si sono posti anche i due granconsiglieri socialisti Saverio Lurati e Fiamma Pelossi che hanno presentato un’interpellanza rovente in merito al governo ticinese. Una risposta ci è già giunta da Arnoldo Coduri (vedi intervista a lato), direttore della Divisione economia del Dfe, che si dice contrario all’iniziativa di delocalizzazione «scriveremo una lettera al Seco chiedendo di valutare se questa misura di promozione economica è adatta alla piazza economica ticinese». Ma perché organizzare un tale incontro allora? “Ma non è colpa nostra” Arnoldo Coduri la Divisione economia del Dipartimento Finanze e Economia (Dfe) ha promosso un appuntamento, il “business breakfast”, in cui si è spiegato agli imprenditori come traslocare all’estero. La trova una mossa azzeccata? L’iniziativa “business breakfast” é stata un ciclo di 6 appuntamenti organizzato per approfondire le tematiche legate al finanziamento delle iniziative imprenditoriali in Ticino. Nell'ultimo appuntamento sono stati presentati gli strumenti di finanza innovativa per le imprese messi a disposizione dal Seco, quindi dalla Confederazione. Il 98 per cento degli strumenti finanziari a disposizione delle piccole e medie imprese vengono concessi solo se si produce in Svizzera. Però quel 2 per cento restante stimola le imprese ad emigrare… Guardi a noi è sembrato inutile nasconderci dietro a un dito, il fondo Sofi promuove progetti d'investimento nei paesi con economie di sviluppo e transizione, mettendo a disposizione la propria esperienza sotto forma di consulenza gratuita e in determinati casi con prestiti agevolati. Questo fondo non l’abbiamo messo a disposizione noi ma la Confederazione. Far finta che questa possibilità non esistesse ci sembrava poco trasparente. Glielo dico chiaramente: non sono affatto d’accordo con questa politica economica promossa dal Seco, ma non sono io che ho il potere di decidere. Io ho il compito di favorire lo sviluppo e l’insediamento di aziende in Ticino e non certo all’estero. Ma come? Avete organizzato questo incontro e non siete d’accordo di dare soldi alle aziende che decidono di trasferirsi all’estero? Vorrei precisare che l'incontro verteva sugli strumenti di finanza innovativa del Seco; inoltre i soldi sono messi a disposizione dal fondo Start-up del Seco sotto forma di prestito. Scriveremo una lettera al Seco chiedendo di valutare se questa misura di promozione economica è adatta alla piazza economica ticinese. Ma non si deve gridare allo scandalo, gli imprenditori con cui ho discusso non sono poi così interessati, come è stato scritto (laRegione, venerdì 2 luglio 2004, ndr), ad andarsene. Ribadisco che per noi è stata una scelta di trasparenza quella di presentare tutti gli strumenti finanziari a disposizione delle Pmi, compreso quest’ultimo che non condividiamo. Mi dispiace che certa stampa abbia distorto ad arte il messaggio legato al ciclo di iniziative, i cui contenuti sono visibili al sito www.ti.ch/ dfe/eventi/breakfast. “Un vero controsenso” Saverio Lurati lei, insieme a Fiamma Pelossi, ha presentato un’interpellanza rovente al Governo ticinese in merito al “business breakfast” sulla delocalizzazione. Quali sono le vostre ragioni? A 15 giorni dall’approvazione in Gran Consiglio di un credito di 32 milioni per la promozione economica nel canton Ticino si va a spiegare all’imprenditore come traslocare all’estero. Un vero controsenso. È una presa in giro del cittadino che mette a disposizione delle risorse che vengono poi spese per spiegare alle imprese come andarsene. Inoltre, l’emergenza disoccupazione non è ancora rientrata, c’è ancora molta precarietà. Quali saranno i costi sociali della mancata creazione di posti di lavoro a seguito di questo genere di iniziative? Si incentiva le imprese a produrre all’estero, magari anche dove non c’è una sufficiente protezione sociale del lavoratore. Ma al Sofi ci hanno spiegato che i prestiti vengono elargiti per «aiutare sia le piccole e medie imprese che i paesi in via di sviluppo» e che non c’è sfruttamento… Sono i metodi utilizzati che sono sbagliati. Delocalizzare sistematicamente dove il costo del lavoro è bassissimo non è sicuramente aiuto allo sviluppo. E non è certo per aiutare i poveri che le imprese sono interessate ad andare in Cina. Andare in questi paesi vuol dire sbaragliare la concorrenza producendo a costi nettamente inferiori. Magari anche andando a far fuori le imprese che sono già su quel territorio. È vero aiuto allo sviluppo questo? Se si vuole andare ad aiutare questa gente è tutto un altro spirito che ci vuole e non certo le ragioni del “business”. Delle ragioni e dei nomi di ditte che ricevono soldi pubblici che però si vogliono mantenere “top secret” come ha detto tranquillamente la Masoni... “È aiuto allo sviluppo” Marietta Frey perché la “Swiss Organisation for facilitating investments” (Sofi) premia chi decide di andare all’estero? Non si tratta di un premio. Bisogna fare un passo indietro. Il Seco (Segretariato di Stato dell’economia, ndr) ci ha conferito un fondo che ci permette di prestare denaro alle imprese che decidono di investire all’estero. L’ambizione del progetto è quella di unire la dinamica degli affari, specialmente quella delle piccole e medie imprese, con quella dell’aiuto ai paesi in via di sviluppo. È una promozione degli investimenti all’estero. Non possiamo però nascondere che è anche possibile che alcune imprese emigrino per rispiarmare sui costi della manodopera. È uno sviluppo sotto ai nostri occhi. Alcune imprese hanno la necessità di fare questo passo per assicurare i posti di lavoro di un’altra qualità e qualificazione in Svizzera. Nel vostro opuscolo si legge che «l’obiettivo del Sofi è quello di partecipare ai costi e ai rischi di coloro che decidono di investire all’estero». Come vi finanziate? Il prestito è fatto direttamente dal Seco, ma non è a fondo perso. L’intera somma deve essere restituita entro 5 anni e ci sono delle condizioni severe. Partecipare ai rischi significa invogliare gli investitori a creare lavoro nei paesi in via di sviluppo che solitamente non hanno una legislazione che permette la sicurezza degli affari. Se lo scopo è di natura sociale come fate ad assicurare che i soldi che attribuite non vengano usati per impiegare minorenni o che non vi sia uno sfruttamento del lavoratore all’estero? Sono condizioni a cui noi teniamo molto. Il Sofi visita periodicamente le imprese svizzere all’estero a cui ha prestato denaro. Sia per controllare le condizioni di lavoro che per valutare l’impatto dell’investimento. Il progetto deve avere un influsso positivo e duraturo sullo sviluppo del paese partner e non deve provocare alcun danno ambientale o avere conseguenze sociali nefaste. “Viva la Cina” Alfred von Niederhäusern perché ha deciso di portare la sua impresa Asico a Shangai? Devo fare un paio di precisazioni. L’impresa è attiva da tempo ma finora ci siamo unicamente occupati del commercio di biglie per le punte delle penne a sfera. Poi 7 anni fa, grazie anche al prestito Sofi, abbiamo deciso di diventare produttori in proprio e l’abbiamo fatto direttamente in Cina. Perché non avete scelto il Ticino? Perché è un mestiere che non starebbe in piedi in canton Ticino, sarebbe improponibile a livello di costi. Assolutamente infattibile. Di quali costi sta parlando? Chiaramente quelli della manodopera, a Shangai impieghiamo 60 persone. In Svizzera non potremmo assolutamente avere un tale numero di lavoratori, i costi sarebbero proibitivi. Guardi, noi non avremmo mai potuto produrre in Ticino, per questo siamo subito partiti con l’idea dell’estero. Ma i vantaggi della Cina non finiscono qui, oltre ai bassi costi del lavoro qui abbiamo anche un mercato enorme che potrà assorbire sempre più la nostra produzione. Ma con 60 impiegati la vostra impresa è ancora definibile “piccola o media”(Pmi)? Perché questa era una delle condizioni per ricevere il prestito del Segretariato di Stato dell’economia... Certo, noi siamo ancora non solo piccoli ma piccolissimi. Non esiste una vera definizione per le Pmi. Anche la Mikron può rientrare in questa categoria. Le infrastrutture offerte in Cina per la vostra impresa sono adeguate? Shangai è una città modernissima e offre strutture di consulenza all’avanguardia per le imprese straniere. Ti rendono la vita facile, altro che paese in via di sviluppo. Per molti versi è avanti al Ticino. Mi conviene stare in Cina.

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2004

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