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A briglie sciolte

Premi della Cassa malati, le chiacchiere non risolvono nulla

di

Franco Cavalli

Il rientro autunnale si annuncia caldo: inflazione, aumento dei costi energetici, stangata dei premi di cassa malati. Sono i principali elementi che hanno fatto dire al presidente dell’Uss P.-Y. Maillard che potrebbero addirittura esserci dei disordini sociali. A preoccupare è soprattutto l’aumento dei premi, che potrebbe addirittura arrivare al 10 per cento: per le famiglie significherebbe una spesa supplementare di almeno 1.500 franchi l’anno.

 

Di fronte a questo disastro, i nostri politici, consigliere di stato De Rosa in primis, si limitano a ripetere le solite giaculatorie, che dovrebbero ancora una volta imbonire la gente. Quasi tutti si guardano invece bene dall’affrontare il problema alle radici, limitandosi talora ad accennare alle riserve eccessive accumulate dalle casse malati, aspetto tutto sommato secondario. Cerco quindi di farlo, anche se per motivi di spazio in modo solo sommario.


Chi vuole essere onesto deve finalmente riconoscere che da questa miseria non se ne esce, se non finanziando tutto il sistema sanitario con le imposte o allora per lo meno avendo una cassa malati unica con premi proporzionali al reddito. Per capirci: da noi i premi sono uguali per tutti, in tutti i paesi europei invece p. es. C. Blocher pagherebbe annualmente centinaia di migliaia di franchi o addirittura milioni che andrebbero a coprire le spese della sanità, che è finanziata in proporzione alla forza economica del singolo. Evidentemente poi lì il ceto medio-basso paga molto meno che da noi per la sanità, grazie al contributo dei ricchi. Senza cassa malati unica non ci sarà mai né trasparenza nel sistema né la possibilità di controllare l’offerta, responsabile prima dell’aumento dei costi.

 

È così che il Canada riesce difatti a spendere la metà degli Stati Uniti: il nostro sistema è invece sempre più simile a quello statunitense. In Canada, grazie a una cassa malati unica, si controlla l’offerta con un “budget globale flessibile”, che prevede la diminuzione progressiva di quanto ricevono medici e ospedali per le loro prestazioni, se vanno al di là di un certo numero ottimale d’atti sanitari. A essere penalizzati non sono quindi i pazienti, ma i prestatori d’opera che vogliono guadagnare troppo. Un sistema simile sarebbe sicuramente applicabile anche da noi, ma è ferocemente combattuto da tutte le potenti lobby del settore: manager cassamalatari super pagati, industria farmaceutica, cliniche private, medici specialisti ecc.

 

In Ticino la situazione è ancora aggravata dalla presenza molto più massiccia rispetto al resto della Svizzera di cliniche private, che negli ultimi anni hanno enormemente aumentato la loro offerta, grazie ai circa 130 milioni all’anno garantiti loro dal Cantone con l’ultima perniciosa revisione della LAMal. Si assiste quindi tra i quadri Eoc a una vera campagna acquisti da parte delle cliniche, con i tanti specialisti spinti poi ad aumentare a dismisura le loro prestazioni per garantirsi i lauti guadagni, che spesso sfiorano il milione.

 

Non sorprende perciò che la pianificazione ospedaliera cantonale, soprattutto in un periodo preelettorale, sia ormai poco più di un miraggio evanescente, nascosto nei cassetti del Dipartimento. Se non si ha il coraggio di affrontare questi aspetti centrali della crisi, ai quali aggiungerei l’aumento sproporzionato della spesa farmaceutica, il sistema prima o poi imploderà. Magari prima sarà però la gente a scendere in piazza con i forconi.
 

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Giovedì 1 Settembre 2022

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