«Si tratta di povertà ereditaria. I "matrimoni di patate", come vengono chiamati i matrimoni di bisognosi di assistenza, sono gli alambicchi in cui si distilla la povertà e da cui sgorga un sempre più vasto fiume di povera gente. Per questo dobbiamo fare in modo che per i poveri sposarsi sia il più difficile possibile». Queste affermazioni, che sembrano contenere tutti i nostri pregiudizi preconfezionati e moralisti sulla povertà nel terzo mondo, non sono affatto rivolti ad illustrare la tragica realtà dell'Africa o dell'India: il Paese descritto è la Svizzera. Sì, ce ne siamo dimenticati in fretta, ma la Svizzera era un paese povero da cui si emigrava per fame e per disperazione. Addirittura poverissimi erano i Cantoni di campagna, la cui economia nella prima metà del XIX secolo era essenzialmente basata sulla coltivazione dei campi e sull'allevamento del bestiame. Meglio se la cavavano i Cantoni di città. Nelle regioni contadine del Canton Vaud, per esempio, c'era un povero ogni 5 abitanti. Di questi, poi, il quaranta per cento aveva meno di 16 anni e spesso non abitava con la famiglia. La strada che collega Berna con Neuchâtel passando da Bienne, che oggi chiameremmo strada dell'esposizione nazionale, nell'Ottocento era la strada dei mendicanti, percorsa da indigenti che vagavano vivendo di espedienti, furti e carità. La Svizzera non era in grado di nutrire tutti i suoi figli. Per sopravvivere bisognava partire. In alcune zone del Canton Glarona, per esempio, più della metà dei giovani nati tra il 1810 e il 1850 è costretta ad emigrare. Glarona non è un'eccezione, situazioni altrettanto tristi si possono trovare nella campagna zurighese, a Friburgo, in Argovia, in Ticino e nella campagna vodese. È la crisi degli anni 1816- 17 a dare inizio alle grandi ondate di partenze, soprattutto verso l'America. Ma è la terribile carestia del 1846-47 che spinge grandi masse di svizzeri poverissimi e affamati a cercar fortuna in America. Le autorità svizzere, naturalmente, spingono all'emigrazione: «Per questi senza lavoro l'emigrazione è il migliore e più benefico degli impieghi, per i comuni e per lo Stato è quello più a buon mercato», asserisce un comunicato del Governo Argoviese del 1854. Certo oggi è difficile pensare alla Svizzera, diventata simbolo stesso dell'abbondanza e della produttività, come al poverissimo Paese da cui fuggire per non morire di fame e di miseria. Sarebbe però bene ricordarsene, soprattutto quando parliamo di chi ha dovuto abbandonare tutto ciò che gli era familiare per bussare alle nostre porte in cerca di nuove opportunità, trovando spesso ostilità e derisione.

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23.08.02

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