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Pensiero critico

Potere e pregiudizio

di

Nicola Emery

Il nesso pregiudizio-potere sarà al centro della edizione 2017 degli Incontri Internazionali Max Horkheimer, il 24 e 25 novembre alla Biblioteca Cantonale di Locarno.


A partire dagli Studi sull’autorità e la famiglia del 1936, passando per quelli sulla Personalità autoritaria del ’44-50, fino ai successivi Gruppen Experiment del 1955, queste grandi indagini sociologiche promosse da Horkheimer – e che hanno annoverato la collaborazione di Erich Fromm, di Herbert Marcuse, di Theodor Adorno, di Friedrich Pollock, di Leo Löwenthal e di altri studiosi – hanno inteso criticare la genesi culturale, psicologica e sociologica dei pregiudizi per mostrarne l’infondatezza e l’arbitrio cognitivo e per contribuire, per questa via, alla sua “eliminazione”.


Lo scopo ultimo di queste grandi ricerche era quello, per riprendere le parole di Horkheimer, di “aprire nuove vie in un campo di ricerca che può acquistare una significanza pratica immediata”. Ed è anche questo legame con la dimensione dell’agire e della critica delle relazioni sociali e istituzionali improntate a chiusura e autoritarismo che oggi è importante rivisitare, mettendo in risalto come questo progetto critico, iniziato per far fronte all’ antisemitismo, di fatto prosegue nella decostruzione contemporanea di razzismo, sessismo e specismo.


Nell’ambito della Teoria critica il pregiudizio è visto come una forma ad un tempo cognitiva e caratterologica, che ha una parte attiva nelle “catastrofi della storia”; una figura dell’ideologia complice dell’interesse economico-politico e dell’autoritarismo e in tal senso anche socialmente performativa, costruttrice di subalternità sociali.


Forma di ostacolo alla conoscenza e alla relazione con altri, dispositivo di accecamento, la rete dei pregiudizi, secondo Horkheimer, si impianta nelle coscienze tramite i dispositivi storici di “produzione del carattere”, fino a diventare cliché, stereotipo, senso comune, meccanismo cognitivo e comportamentale irriflesso.  
Negando il darsi di “qualche cosa come una natura umana, una essenza originaria dell’uomo”, la produzione dell’apparato psichico dei soggetti, così come quella del loro linguaggio e delle loro proiezioni, rimanda alla forza di costrizione esercitata dai saperi e dai poteri storici, ossia a quella forza che il genealogista Nietzsche, al quale Hork­heimer esplicitamente si richiama, descrisse come un’“incisione a fuoco nella carne-memoria del soggetto”.


Oggi più che mai l’ideale della sovranità vive di un meccanismo proiettivo, alimentato da paure e frustrazioni sempre di nuovo ripetute. E il pregiudizio, abbandonando pressoché ogni censura, fondamentalmente scava di nuovo una linea di separazione tra ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Il controllo di questa linea, la possibilità di spostarla facilmente dal simbolico al reale, costituisce la politica contemporanea dei confini come una necropolitica: la morte dell’altro, l’esclusione fino all’ecatombe periodica dei “migranti economici”, come rituale di rassicurazione, razzializzazione e purificazione dei “gelidi mostri” dell’esistente.

Pubblicato

Giovedì 28 Settembre 2017

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