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Posta sotto esame

di

Silvano De Pietro
Durante questa sessione d’autunno il Parlamento dovrà esaminare diverse proposte che potrebbero condizionare notevolmente il futuro della Posta in quanto azienda pubblica federale. Dopo la pubblicazione, all’inizio dell’anno, dei progetti di riforma dell’attuale direttore Ulrich Gygi, le reazioni ostili al ridimensionamento del servizio pubblico si sono moltiplicate. E se anche la ristrutturazione è già stata avviata e prosegue speditamente, Berna potrebbe bloccarla, almeno temporaneamente, accogliendo la proposta di moratoria avanzata dal socialista giurassiano Jean-Claude Rennwald (firmata da altri 93 deputati). Nel frattempo dovrebbe essere ridefinito il mandato di prestazioni per la Posta; ma già sin d’ora sembra che le forti proteste dei sindacati e della popolazione abbiano fatto breccia tra i parlamentari. Il chiodo fisso: ridurre il deficit Attualmente la Posta gestisce su tutto il territorio svizzero una rete di 3mila 300 uffici, che in rapporto al numero di abitanti serviti è certamente la più fitta al mondo. Poiché tale rete produce un deficit di circa 500 milioni di franchi all’anno, la Posta vuole ridurla entro la fine del 2005 ad un minimo di 2.500 ed un massimo di 2.700 uffici. La riforma della rete comporta tuttavia non soltanto chiusure di uffici (da 600 ad 800 unità), ma anche trasformazioni e, in certi luoghi, nuove aperture. Dall’inizio dell’anno la ristrutturazione ha già coinvolto 101 uffici, di cui 60 sono stati trasformati in servizi a domicilio, 8 sono stati definitivamente chiusi, uno è diventato un’agenzia privata che offre anche prestazioni postali di base e gli altri 32 sono stati mantenuti o declassati a filiali di un altro ufficio. L’ottimismo affrettato di Gygi Ma l’ottimismo che il direttore Gygi aveva mostrato alla conferenza stampa di metà agosto sta già svanendo: la maggior parte dei partiti ha voltato le spalle alla riforma, dopo che quattro anni fa aveva approvato senza difficoltà la nuova legge sulla Posta. Gygi ha presentato l’avanzamento dei lavori di ristrutturazione, più rapido del previsto, come un fatto casuale al di fuori del suo controllo: «Il movimento si è accelerato da solo – ha detto – non intendiamo assolutamente mettere il Parlamento davanti al fatto compiuto».Questo, però, fa capire quanto pesanti siano le pressioni sul mondo politico affinché avalli la massiccia ristrutturazione della rete postale. Le pressioni della Posta sui parlamentari si sono fatte sentire anche con l’invio a quest’ultimi dei risultati di un sondaggio interno, secondo il quale il 72 per cento di 4.500 clienti interpellati si è detto soddisfatto dopo tre mesi di servizio a domicilio. Un tale sondaggio è tuttavia poco rappresentativo, poiché sono state interrogate soltanto persone che hanno utilizzato il nuovo servizio e la quota di restituzione dei questionari è risultata piuttosto modesta. Gygi è pronto a far verificare queste cifre da un istituto esterno, ma è difficile che ciò possa fare svanire lo scetticismo dei politici. La mossa di Jean-Claude Rennwald D’altronde, alla direzione della Posta conviene tenere un profilo basso, visto che finora i suoi progetti di riforma hanno suscitato reazioni forti. Come l’iniziativa popolare «Posta per tutti» già annunciata da sindacati e da associazioni dei consumatori, o come la serie d’interventi parlamentari in ambedue le Camere federali. Tra quest’ultimi, c’è la mozione Rennwald, depositata il 14 giugno scorso. Con tale atto, il deputato giurassiano chiede che «il Consiglio federale prenda tutte le misure che consentano di decretare una moratoria sul progetto di ristrutturazione degli uffici postali, finché il Parlamento non avrà adottato un nuovo mandato di prestazioni per la Posta». In linea di principio – continua la mozione Rennwald – ogni comune dovrebbe essere dotato di un ufficio postale; mentre nel caso di piccoli comuni si applicherà la regola secondo la quale l’utente non deve trovarsi ad oltre dieci minuti dal più vicino ufficio postale del tipo PP raggiungibile con i mezzi pubblici. Questo significherebbe, secondo i calcoli della direzione della Posta, l’apertura di altri 300-400 uffici. Se la mozione Rennwald dovesse essere accolta, la revisione della legge sul servizio postale richiederebbe circa due anni: un tempo troppo lungo – secondo Gygi – durante il quale la Posta accumulerebbe un grande svantaggio nei confronti della concorrenza internazionale. Jean-Claude Rennwald ha motivato la sua mozione con il «profondo malessere» creato nella popolazione dalla prospettata soppressione di uffici postali. Se la logica dei vertici dell’azienda può essere compresa sul piano economico essa è «inaccettabile dal punto di vista politico e sociale, poiché significa uno smantellamento massiccio del servizio pubblico». Un ragionamento simile hanno fatto i membri della commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, che all’inizio di settembre hanno proposto, con 12 voti contro 10, che la Posta debba gestire una rete di uffici su tutto il territorio nazionale, i cui costi non coperti vengano in parte sovvenzionati dalla Confederazione. Secondo tale proposta, «gli uffici postali che offrono un servizio ampio devono poter essere raggiungibili in un tempo breve». La palla nel campo del Parlamento I vertici della Posta aspettano dunque con ansia – per loro stessa ammissione – le imminenti decisioni del Parlamento. Secondo Gygi, la ristrutturazione è il solo modo per risparmiare e consentire alla Posta di mantenersi concorrenziale: il servizio a domicilio costa un ottavo rispetto a un ufficio postale classico. Ma per i sindacati e per la sinistra, la rete postale, con la sua dimensione sociale e la sua importanza nella politica regionale, è una garanzia di coesione nazionale da tutelare ad ogni costo.

Pubblicato

Venerdì 7 Settembre 2001

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