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Dumping salariale

Porta l'azienda in tribunale e ottiene ragione

di

Raffaella Brignoni

Per il datore di lavoro era un’operatrice mailing telefonica. Per il giudice un’operatrice di call center. E ha obbligato con sentenza di qualche settimana fa l’azienda a risarcire, secondo il contratto normale di lavoro per il settore, la dipendente. La lavoratrice, tutelata da Unia, ha ottenuto quanto le spettava di diritto.

 

Non vogliamo essere categorici, e allora sfumiamo: quasi ogni call center in Ticino potrebbe dare adito a una vertenza sindacale per dumping salariale. I controlli dell’Ispettorato del lavoro hanno portato negli anni a constatare il perdurare degli abusi che ha portato a prorogare nel 2014 un’ulteriore estensione del Contratto normale di lavoro con salari minimi vincolanti. In busta paga durante il periodo di prova di 3 mesi devono risultare franchi 16,95 all’ora, dopo almeno 19,50. Mica cifre da capogiro, ma nel settore sembra che gli stipendi siano un optional.


È il caso della 30enne che ha portato in giudizio Casarredo, la ditta di Bioggio, specializzata nella vendita telefonica di articoli per la casa, e ha vinto. Il giudice ha stabilito che la busta paga non era legale e l’azienda ha dovuto versare la differenza secondo quanto previsto dal contratto per i call center.


«Ho lavorato per un mese a Casarredo nell’ottobre del 2013, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12.30. Il direttore mi aveva sottoposto un contratto che pattuiva un salario fisso di 800 franchi, più provvigioni. Grande è stata la sorpresa quando ho ricevuto la busta paga: stipendio mensile pari a zero e provvigioni per un totale lordo di 625,25 franchi (al netto 555,45). Ho dapprima chiesto spiegazioni e ho deciso di fare valere i miei diritti e di rendere pubblica la mia esperienza, ora che la vertenza si è conclusa, unicamente per un motivo: dare coraggio a chi è vittima di abusi, sfruttamento e illegalità in generale sul posto di lavoro» racconta la donna.


La giustizia ha stabilito un riconoscimento pecuniario di 1031,35 franchi. Insomma, si faceva la cresta su retribuzioni già non altissime, mettendo evidentemente in difficoltà chi deve sbarcare il lunario con cifre da fame. «Tutti abbiamo bisogno di lavorare per vivere, ma credo che debba arrivare, per ognuno di noi, il momento in cui il rispetto per se stessi, la dignità, i propri diritti emergano fortemente e vengano fatti valere. Potreste pensare che sia facile parlare in questo modo, che non sappia quanto sia difficile rischiare il lavoro, ma non è così, lo so perfettamente. Quando ho denunciato, sapevo benissimo a cosa sarei andata incontro, che avrei perso il lavoro, che stavo rischiando, perché come tutti, anch’io avevo l’affitto, le bollette, la cassa malati da pagare, sapevo che non avrei avuto nessun sussidio di disoccupazione o assistenza, di essere sola in un paese straniero. Ma il rispetto della mia persona valeva molto di più di tutto questo e ho denunciato» aggiunge l’affiliata a Unia.


Davanti al giudice i responsabili della ditta hanno motivato lo stipendio mensile pari a zero franchi a un evidente errore...
Ricordiamo che al contratto per call center sottostà «ogni struttura organizzata con risorse umane specializzate e risorse tecnologiche integrate, che gestisce in modo efficace ed efficiente volumi elevati di contatti multimediali tra un’azienda o un ente e i suoi clienti o utenti e a tutti gli operatori per la comunicazione con la clientela qualsiasi sia la struttura o l’azienda dove sono impiegati».

Pubblicato

Mercoledì 1 Aprile 2015

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