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Poche le mani sul passaporto

di

Fabia Bottani
Tutti pazzi per il passaporto rossocrociato. O almeno così sembra stando ai discorsi dell'Udc, il partito all'origine dell'iniziativa "per naturalizzazioni più democratiche" su cui i cittadini dovranno esprimersi il prossimo 1° giugno. Un'iniziativa che intende trasformare la pratica di naturalizzazione degli stranieri da atto amministrativo in atto politico permettendo ai singoli comuni di naturalizzare per voto popolare o, eventualmente, per decisione di una commissione comunale nominata dal popolo. In entrambi i casi sarebbero comunque sempre escluse sia la possibilità di ricorso in caso di rifiuto, sia la giustificazione della scelta intrapresa.
Ma come si è arrivati a questo punto? La convivenza tra la Svizzera e gli stranieri affonda le sue origini nel corso del secolo scorso quando il nostro paese fu prima mitizzato come isola neutrale e poi come mercato del lavoro per tutte le braccia disposte a contribuire alla crescita dell'economia elvetica. Braccia, soprattutto mediterranee, che si sono poi rivelate "esseri umani". Una "rivelazione" che non è piaciuta a tutti, tanto che l'"inforestierimento" è diventato un nemico da abbattere, come provano le molteplici iniziative volte a ridurre la presenza di stranieri nel nostro paese sottoposte (senza successo) ai cittadini, o la nascita di partiti come quello contro l'inforestierimento da parte di meridionali fondato nel 1963.
E dopo aver gridato "vi sono troppi stranieri in Svizzera", gli xenofobi sono andati oltre alzando la voce con lo slogan "vi sono troppe naturalizzazioni".
Per "limitare il danno", alcuni comuni della Svizzera tedesca hanno affrontato il problema di testa propria facendo passare la naturalizzazione dalle urne: una brochure inviata ai votanti del comune con foto e curriculum vitae del richiedente la nazionalità rossocrociata è così diventata l'unica via per conoscere e giudicare l'idoneità del candidato. Una pratica svoltasi senza particolari intoppi dalla fine degli anni '90 fino al 2003 quando una sentenza del Tribunale federale l'ha giudicata illegale dopo che nel comune lucernese di Emmen il 12 marzo 2000 avvenne un fatto clamoroso: tutte le candidature provenienti dai Balcani furono respinte e senza motivazione alcuna. Cinque delle famiglie che si sono viste rifiutare la nazionalità hanno inoltrato ricorso alla massima istanza. «A Emmen è stato violato il principio di non discriminazione. I candidati sono stati svantaggiati dalla loro origine. Inoltre non è stato rispettato l'obbligo di motivare una decisione negativa», hanno decretato i giudici di Losanna. Da allora niente più urne bensì un compromesso: a decidere delle naturalizzazioni è una speciale commissione in rappresentanza dei cittadini. Ma le urne non sono scongiurate: con la sua iniziativa l'abile agitatore di folle quale è l'Udc le ha riportate alla ribalta e da giugno potrebbero tornare ad essere parte integrante della realtà elvetica.
Nell'attesa del verdetto popolare area ha cercato di capire se davvero la Svizzera è troppo lassista in materia di naturalizzazioni leggendo i dati dell'Ufficio federale delle migrazioni.

Cercando di giustificare l'intento dell'iniziativa "per naturalizzazioni democratiche" un sociologo romando intervenuto alla trasmissione della Tsr Infrarouge ha affermato che l'Udc, reintroducendo il voto popolare, non vuole fare altro che tranquillizzare la popolazione svizzera della bontà delle naturalizzazioni accordate, una bontà dovuta all'adeguato livello di integrazione della persona cui è consegnato il passaporto elvetico. Ma come si misura una buona integrazione? «Nel nostro comune  il candidato alla naturalizzazione è dapprima sottoposto a un test, articolato su tre livelli: un test di civica, geografia e storia con domande molto tecniche sull'organizzazione della Svizzera a livello nazionale, cantonale e comunale. La valutazione delle risposte non avviene mai in maniera matematica ma in base al ragionamento portato avanti e alla dimostrazione di aver capito globalmente la problematica. Ci rendiamo, infatti, conto che il nostro sistema politico è molto complesso e difficile da memorizzare anche per chi è svizzero. Dopo questo primo esame, si valuta il grado d'integrazione delle persone ascoltando la propria storia personale ed esaminando la capacità di linguaggio. Infine, si testa la conoscenza dell'attualità, della realtà in cui si vive. Una volta superato questo triplice esame il candidato viene indirizzato verso la commissione del consiglio comunale per le naturalizzazioni autorizzata a porre qualsiasi domanda. In alcuni casi, visita anche l'abitazione dei candidati – benché il cantone ormai sconsigli questa pratica in quanto viola la sfera privata di una persona», questa la risposta di un commissario alle naturalizzazioni di un comune ticinese.
«Essere ben integrati? La domanda è strana. Ognuno può intendere a suo modo l'integrazione così come ognuno può intendere a suo modo il vivere nella comunità, nel comune in cui è nato. Io oggi ritengo di essere ben integrato perché lavoro qui, ho amici svizzeri, e mi sento bene in questo paese… e parlo bene l'italiano, ovviamente», la risposta, questa volta, è di Carlos*, sudamericano la cui richiesta di naturalizzazione è attualmente in corso.
Ma perché si sceglie di naturalizzarsi? «Il passaporto svizzero per me non è un "mito" come invece si vuole far credere. Io amo la mia nazione e penso continuerò ad amarla allo stesso modo una volta svizzero. La ragione è un'altra, ben più pragmatica: io mando un figlio a scuola, l'altro all'asilo, lavoro e pago le tasse, con mia moglie faccio la spesa qui, pago l'assicurazione malattia, la targa dell'auto… Però quando si vota io non posso dire la mia e devo accettare per forza tutte le decisioni. Io voglio votare, anche io voglio avere voce in capitolo come tutti gli altri. Penso sia giusto che chi ha gli stessi doveri debba anche avere gli stessi diritti. Ecco perché voglio diventare svizzero», spiega Carlos il quale però non nega un certo pessimismo riguardo ai vantaggi che trarrà una volta che avrà la possibilità di stringere tra le mani il documento rossocrociato «Non mi faccio illusioni; ho visto cosa è successo con alcuni miei connazionali e altri stranieri naturalizzati: il passaporto non cambia il modo in cui gli altri ci guardano. Siamo e sempre resteremo degli stranieri… E questo mi fa rabbia. Alla fine, tranne il diritto di voto, agli occhi degli altri, del datore di lavoro cambia poco essere naturalizzati». E Carlos non è il solo a pensarla così. Basti pensare che attualmente in Svizzera il 54 per cento degli stranieri potrebbe fare richiesta del passaporto elvetico – il 21 per cento perché nato in Svizzera, il 33 per cento perché risiede nel nostro paese da almeno 12 anni– ma non lo fa. In pratica solo il 2,5 per cento ne fa richiesta. In parte per la ragione indicata da Carlos, in parte perché non tutti i paesi di origine concedono la doppia nazionalità o ancora perché la burocrazia svizzera è considerata troppo complessa e il test attitudinale spaventa. E pensare che l'Udc è invece convinta che il nostro paese sia tra i più "frivoli" nel distribuire passaporti. Agli inizi della Confederazione, nel 1848, bastava dimostrare di avere un domicilio fisso per ottenere la nazionalità, negli anni l'asticella si è alzata fino a richiedere almeno 12 anni consecutivi di vita in Svizzera oltre al test di conoscenze e altri piccoli "dettagli"… Niente di simile negli altri paesi.
Anche in un confronto internazionale i dati dell'Ufficio federale di statistica parlano chiaro: è vero in Svizzera il numero di naturalizzazioni è elevato ma lo è visto l'elevato numero di stranieri presenti nel paese; tuttavia, rispetto ad altri paesi la percentuale di stranieri potenzialmente naturalizzabili che fa richiesta di naturalizzazione è molto piccola. E dopo il boom delle naturalizzazioni balcaniche all'inizio di questo decennio, dallo scorso anno si registra un calo che nelle statistiche presentate dall'Udc  non viene rilevato…
Per completare l'informazione in merito alla facilità o difficoltà a naturalizzarsi area avrebbe anche voluto conoscere il tasso di risposte negative che ogni anno i candidati alla naturalizzazione ricevono. Purtroppo né l'Ufficio di statistica cantonale, né quello federale hanno saputo soddisfare questa curiosità: «Il dato sarebbe effettivamente interessante ma non esiste. L'unica via per saperlo è passare al setaccio ogni singolo comune…».
Al di là dei numeri, diversi sociologi hanno rilevato un elemento di analisi interessante: in passato l'ostilità nei confronti dello straniero assumeva maggiormente i toni di una lotta al numero eccessivo di stranieri. Oggi si ha maggiormente l'impressione che la ragione di tanto odio sia più razziale o meglio ancora, più religiosa e in particolare sia un odio verso la religione islamica, una nuova forma di diversità alla quale alcuni non vogliono concedere spazio in questa piccola Svizzera. Semplici supposizioni?
Che ne pensa Carlos dell'idea Udc di lasciare scegliere ai comuni, ai singoli cittadini chi naturalizzare? «In una società in cui nessuno o quasi conosce i propri vicini di casa come si può chiedere di giudicare la "svizzeritudine" di un qualunque cittadino? (Del resto lo stesso Christoph Blocher in una recente intervista ha ammesso che «più un comune è grande più le decisioni attraverso le urne sono problematiche», pur sostenendo con vigore che «quello che conta è che la decisione di naturalizzazione sia sempre definitiva», ndr) O forse ogni candidato alla naturalizzazione dovrà iniziare a fare una sua campagna elettorale per convincere i concittadini? Per non parlare dell'assenza di giustificazioni: come si fa a sapere dove si è sbagliato per poi migliorare?» conclude.
Domande che restano in sospeso come quella della consigliera nazionale, naturalizzata, Ada Marra: «In caso di rifiuto di naturalizzazione senza possibilità di ricorso né di ottenere la motivazione non vi è forse il rischio di creare nuovi esclusi, messi all'indice dalla società marchiati come "non naturalizzati" e dunque ghettizzati?».

* nome di fantasia

Nemmeno l'Udc vuole le urne

«Le naturalizzazioni decise nel segreto dell'urna non erano una buona soluzione per una città della grandezza di Emmen (27mila abitanti, ndr).» ha affermato Herbert Steffen, Udc, presidente della commissione delle naturalizzazioni cittadina secondo cui «i cittadini non potevano farsi un corretto giudizio sui candidati alla naturalizzazione; un ricorso alle urne avrebbe senso unicamente in comuni di al massimo 300 abitanti». La commissione per le naturalizzazioni di Emmen esamina i dossier e interroga i candidati per valutare le loro conoscenze linguistiche e di civica «Il modo migliore per valutare se una persone è sufficientemente integrata» afferma Steffen «In caso di sospensione o rifiuto di una richiesta spieghiamo al candidato le ragioni della nostra scelta così da permettere loro di rimediare nel migliore dei modi». Nella stessa direzione Esther Betschart, Udc, a capo della commissione naturalizzazioni di Svitto «La procedura attuale è molto più giusta anche se richiede maggiore impegno. Se dovessimo tornare al voto popolare il rischio di respingere tutti i cognomi sgraditi è grande. E non è corretto». Ma non tutti sono dello stesso avviso «Non abbiamo più voce in capitolo. Stiamo vendendo la Svizzera. Alla Coop, per esempio, ora si sente solo parlare hochdeutsch…», afferma una signora.

Linea severa

In Svizzera la "linea dura" in materia di naturalizzazioni arriva con la legge federale sull'acquisizione della nazionalità del '52 che porta da 6 a 12 anni la durata della residenza necessaria per richiedere la naturalizzazione. S'introduce anche un test di competenze. Nell'Ue, gli anni di residenza richiesti sono tra i 4 e i 10. In Australia 2; 5 negli Usa. I test di conoscenze civiche non sono la norma. Dal '92 la Svizzera è invece più clemente autorizzando il mantenimento della doppia nazionalità: cosa invece proibita – a livello europeo – in Austria, Olanda, Bosnia, Spagna, Belgio e Danimarca e Norvegia.

Mito sfatato

Il ritornello è sempre lo stesso: "a volersi naturalizzare sono sempre meno gli italiani e gli spagnoli ma sempre più turchi e africani". Ma è davvero così come racconta l'Udc? Le statistiche fornite dall'Ufficio federale di statistica dicono che sui 46'700 naturalizzati del 2006 il 41, 5 per cento provenivano dai Balcani, il 36 per cento dalla Spagna, dall'Italia (la fetta più grossa con circa 10mila italiani), dal Portogallo, dalla Turchia (circa 2'500), dalla Francia dalla Germania e dall'Austria. I naturalizzati provenienti dall'Africa rappresentano appena il 5,6 per cento; il 12 per cento proveniva invece dall'Asia.

Pubblicato

Venerdì 9 Maggio 2008

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