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Plr e Ppd riscrivono la storia

di

Giuseppe Dunghi
Da qualche mese il Ticino intero sembra entrato in una commedia della Domenica popolare intitolata “Il bicentenario”. Nel 2002 la commedia dell’anno era stata, se non sbaglio, “ul mort in cà”. Non si sa quale sarà il tema dell’anno prossimo, ma presumibilmente qualcosa di altrettanto divertente. Le feluche e le divise napoleoniche sono state il soggetto anche di un carro di carnevale. Ma il carnevale intellettuale di Giovanni Merlini e di Fabio Bacchetta-Cattori è ancora più intrigante. L’allegra manipolazione delle idee e la disinvolta riscrittura della storia, a quanto pare, sono praticate non solo negli Stati Uniti di Bush e nell’Italia di Berlusconi, ma anche da noi. A seguito del fallimento delle politiche stataliste e neo-liberiste – ha dichiarato il presidente Ppd in apertura del congresso svoltosi il 15 febbraio – «i cittadini europei e svizzeri guardano con più fiducia alla terza via democristiana». Gli ex conservatori dimenticano o tentano di far dimenticare che sono stati da sempre oppositori viscerali dello Stato liberale, che poi hanno finito per accettare difendendolo contro gli assalti della sinistra. Hanno dunque percorso la prima via, poi con altrettanta convinzione la seconda via, e ora stanno convincendo sé stessi e gli altri che è necessario imboccare la terza via. Bene. Una via al giorno toglie il medico di torno. Il presidente Plrt, su laRegione dell’8 marzo, afferma che i socialisti sono diventati «il partito delle tasse» e respinge l’accusa rivolta da Manuele Bertoli ai liberali di aver “dimissionato” dalle loro responsabilità. Mai accusa è stata più pertinente. Il Partito liberale, fondatore dello Stato moderno, l’ha voluto accentratore e autoritario, sul modello giacobino-napoleonico: tutto il sistema delle imposte e delle tasse, con i suoi elementi negativi (a partire dalla tassa sul macinato nell’Italia del 1868) e positivi (l’imposizione diretta e progressiva, la tassa di successione), porta il marchio liberale. Che questo partito cerchi ora di accreditarsi come il partito del meno Stato e degli sgravi fiscali e ritenga sufficiente per giustificare questa inversione di 180 gradi qualche intervento demagogico sui giornali da parte del suo presidente, è un insulto alla cultura e alla storia. È una “dimissione” non solo dalle responsabilità, ma da tutto il pensiero liberale. Ha ragione lo storico americano della letteratura Edward W. Said: «Là dove io insegno (la Columbia University), filosofi come Hegel o Heidegger, per esempio, vengono studiati nei dipartimenti di letteratura o di storia dell’arte, raramente in filosofia» (da Le Monde diplomatique di questo mese). In duecento anni il Ticino è riuscito a cancellare le idee che erano alla base dell’Atto di Mediazione, e ne è testimonianza la piccola lapide dedicata all’abate Vanelli sul muro privato di una banca in piazza Riforma a Lugano, dimessa e seminascosta. Che cosa hanno a che fare queste considerazioni con il tema della rubrica, il lavoro? C’è un legame. Se si ammette che il rapporto di lavoro salariato è fondante della modernità, allora quando si espunge questa componente dalla storia a poco a poco perdono importanza anche le altre componenti, perché diventano suscettibili di essere manipolate da chi ha interesse a riscrivere il passato per progettare un futuro conforme ai propri interessi. E tutta la storia si trasforma in farsa. Carnevalesca, appunto.

Pubblicato

Venerdì 14 Marzo 2003

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