Italia

Covid-19 non guarda in faccia a nessuno, colpisce premier e poveracci, famiglie reali e homeless. Non allo stesso modo, però, e non con gli stessi strumenti e la stessa forza ci si può proteggere dal virus. Difficile per un carcerato rispettare le distanze di sicurezza se è costretto a scontare la pena in una cella di 4 metri per 4 insieme ad altri 5 o 6 detenuti. È vero che la rivolta di venti giorni fa in tutte le carceri è stata se non organizzata certo manipolata dalle mafie, ma è altrettanto vero che le condizioni di vita negli istituti di pena sono intollerabili, sia per i 62mila detenuti che pe le guardie carcerarie. Almeno 10mila che hanno meno di 12 mesi di pena da scontare dovrebbero essere mandati ai domiciliari, ma per ora sono tornati a casa solo in 3.500. Ci sono già diversi contagiati e i primi morti, oltre a quelli deceduti nei due giorni della rivolta. Difficile per un rom che vive in un accampamento irregolare lavarsi spesso le mani se non ha neanche l’acqua per bere. Difficile per una lavoratrice del sesso mettere insieme il pranzo con la cena se non può stare nel luogo ‘naturale’ per il suo lavoro: la strada, il marciapiede. Difficile per un migrante africano o macedone, soprattutto se irregolare, andare a raccogliere pomodori se il suo caporale è scomparso insieme al furgone che lo portava dalle baracche nei campi, difficile evadere i controlli di polizia. Così frutta e verdura marciscono per mancanza di forza lavoro, sia quella africana che quella stagionale che per il virus non sta più arrivando dall’Est Europa. Servirebbe una regolarizzazione di massa, seguendo l’esempio portoghese, ma per ora l’unico impegno preso dal governo è il blocco dei rimpatri forzati per gli irregolari. Per non parlare dei senza fissa dimora, gli ultimi della scala sociale visibili solo al volontariato laico e religioso e alle persone di buon cuore. Più si è poveri, più il virus fa male.


L’indice di povertà colloca l’Italia al sesto posto in Europa, un piazzamento che non può non preoccupare. La povertà assoluta e quella relativa sono in forte crescita da anni, la prima affligge il 6,9% delle famiglie pari a 5 milioni di italiani e italiane, quella relativa addirittura il 12,3% delle famiglie. Ed è in forte crescita il fenomeno dei working poor, addirittura del 623% nelle famiglie dove un componente è regolarmente occupato come operaio o impiegato. Per usare le parole del segretario della Cgil Maurizio Landini, chi per vivere è costretto a lavorare non riesce più a vivere del suo lavoro. Nell’articolo di apertura di questa pagina analizziamo gli effetti del coronavirus sui lavoratori dipendenti. Ma è tra i sommersi, irregolari e al nero che il Covid-19 colpisce più duramente. Si tratta di una platea di almeno 3,7 milioni di persone impiegate nell’economia sommersa che vale qualcosa come 192 miliardi di euro, una fetta importante della nostra economia. Si aspetta dal governo un intervento per 3,5 miliardi sotto la voce del reddito di emergenza per dare un po’ di ossigeno a chi non ha il sostegno della cassa integrazione, non ha accesso al reddito di cittadinanza che copre 2 milioni di italiani, né ai 600 euro stanziati dal governo per le partite Iva e i lavoratori autonomi.


Ci sono interi territori nel Mezzogiorno d’Italia in cui una parte più che consistente dell’economia è irregolare. È questo il campo d’azione della criminalità organizzata che ha grandi riserve di danaro e lo fa girare quando gli altri rubinetti, quelli legali, si chiudono, rafforzando così il suo radicamento. Chi presterà danaro a strozzo al piccolo negoziante costretto per due mesi alla chiusura dell’attività? E le mafie sono già pronte a mettere le mani sui fondi che verranno stanziati per la ricostruzione post-virus. Occuparsi dei poveri, dei precari, dei disoccupati prima e più che un dovere umanitario è un investimento obbligatorio per difendere la democrazia e le istituzioni dall’assalto della criminalità organizzata.
Stato centrale, regioni e comuni stanno operando (in modo spesso tutt’altro che armonico) per ridurre gli effetti più devastanti della crisi. La burocrazia rallenta gli interventi, e così c’è già chi spinge per liberarsi, insieme alla burocrazia, di ogni regola. Ma le figure di cui parlavamo all’inizio di questo articolo, uomini e donne invisibili nella nebbia che avvolge le periferie estreme della nostra “civiltà”, restano in larga parte esclusi dai troppo rari salvagenti lanciati per aiutare chi rischia di annegare. La stratificazione sociale e classista è diffusa anche tra gli ultimi, tra i quali troviamo sommersi e salvati. Prostitute e transessuali in coda tra anziani soli, migranti e poveri assoluti nei centri Caritas per un pasto caldo e oggi solo per un pacco alimentare, non possono certo praticare lo smart working; eppure, nei piani alti del mercato del sesso, che fa girare 4 miliardi di euro e coinvolge quasi 100mila tra prostitute e trans, ci sono escort e gigolò che affrontano la crisi con le videochiamate erotiche a pagamento, le più spregiudicate sfidano virus e controlli promettendo a qualche incrocio “disinfettante e niente baci”.


Circensi, arrotini, calderai, cavallari e giostrai, raccoglitori di rame: sono i lavori dei rom, oggi semplicemente non lavori. Sono 70mila con la cittadinanza italiana, un po’ meno quelli stranieri. In 25mila vivono nelle 127 baraccopoli formali, almeno 10mila nei campi improvvisati, sotto i ponti, nei parchi, lungo i greti dei fiumi. Segregati dal coronavirus, recintati, impossibilitati a uscire per cercare da mangiare e aiutati solo dal volontariato. Se esplodesse un contagio in un campo, si saprebbe solo al momento dell’uscita delle bare, troppo tardi per evitare la catastrofe.

Pubblicato il 

09.04.20..

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