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Pittura e ideologia

di

Stefano Guerra
Per la seconda volta in un mese pittori e gessatori scioperano nella Svizzera tedesca, nel canton Giura e in Ticino. Rivendicano un nuovo contratto collettivo, il diritto di poter andare in pensione a 62 anni, un aumento salariale. Dopo mesi di tormentate trattative le loro richieste erano state accolte l’11 maggio, quando i vertici dell’Associazione imprenditori pittori e gessatori (Asipg) avevano acconsentito a firmare un nuovo contratto che garantiva pressappoco le stesse condizioni di cui beneficeranno dal 1. luglio i pittori e i gessatori romandi e di Basilea Città. Anzi, proponendo di fissare le rendite all’80 per cento dell’ultimo salario lordo, il presidente dell’Asipg Peter Dreher e il direttore Peter Baeriswyl si erano spinti addirittura oltre quanto chiesto dal Sindacato edilizia & industria, ammettendo così implicitamente che quella del prepensionamento a 62 anni non è una questione finanziaria. Ma se non c’entra il borsellino – e dando per scontato (ma forse non lo è) che Dreher e Baeriswyl non abbiano concesso troppo proprio per farsi poi smentire – come si spiega la sonora bocciatura dell’accordo all’assemblea dell’Asipg della scorsa settimana? Cosa ci fa capire la fronda in seno all’associazione padronale orchestrata da Enrico Ercolani, milionario imprenditore lucernese? Cosa spinge gli imprenditori ad andare incontro alla libera circolazione delle persone senza un contratto che li protegga dalla concorrenza e che scongiuri sul nascere una guerra dei prezzi? Le risposte non vanno cercate solo a Wallisellen, sede dell’Asipg. Non è un caso che il “no” degli impresari pittori e gessatori sia giunto tre giorni dopo la netta bocciatura dell’11esima revisione dell’Avs, strumento scelto dalla destra padronale e politica per tracciare il solco lungo il quale portarci tutti a lavorare fino a 67 anni. Il pensionamento anticipato è ormai diventato un simbolo nello scontro fra i picconatori dello Stato sociale e chi continua a difenderne il ruolo redistributivo. Il settore della pittura e della gessatura assume in quest’ottica un’importanza strategica. Per l’Asipg (e per chi vi sta dietro) bisogna soprattutto evitare di creare un esempio che domani potrebbe essere imitato in altri settori. Settori la cui realtà, dipinta di recente sulle nostre colonne da un impresario pittore ticinese, imporrebbe invece l’abbandono dell’ottusità ideologica e l’adozione del buon senso. Perché già oggi comunque «nella gran maggioranza dei casi, vuoi per motivi di salute, vuoi perché il datore di lavoro li lascia a casa una volta raggiunta una certa età, i pittori non arrivano fino ai 65 anni lavorando».

Pubblicato

Venerdì 28 Maggio 2004

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