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Piñera, la maschera di Pinochet

di

Francesco Bonsaver
José Piñera Echenique, ex ministro della dittatura cilena di Augusto Pinochet, è stato invitato dell'Associazione dei liberisti ticinesi per  parlare a una conferenza sulla privatizzazione del sistema pensionistico implementata da lui stesso in Cile. L'appuntamento previsto per venerdì scorso a Lugano è stato annullato dopo che ignoti hanno reso inutilizzabile la sala della conferenza. Con José Carrasco, esule cileno residente in Ticino, abbiamo discusso delle conseguenze per il popolo cileno della riforma delle pensioni imposta dall'ex ministro Piñera su basi ideologiche liberiste.

José Carrasco, quale fu il ruolo di José Piñera nel regime di Pinochet ?
Con il colpo di stato del 1973, la giunta militare di Augusto Pinochet aveva il compito di annientare con la forza qualsiasi istanza democratica che potesse esprimere un'opposizione sociale: il parlamento, i sindacati, le associazioni civiche, i movimenti studenteschi e l'informazione libera.  Ma non si poteva chiedere a Pinochet di essere anche uno statista, un intellettuale. Per questo gli fu affiancato un gruppo di consiglieri. Per creare un minimo consenso popolare, necessario per mantenere il potere anche alla più feroce dittatura, la giunta cilena aveva bisogno di persone "presentabili" agli occhi dell'opinione pubblica. I giovani figli dell'alta borghesia furono scelti per realizzare la riorganizzazione strutturale della società cilena e imporre un nuovo modello economico. José Piñera era uno di questi.  
Infatti nel 1978 José Piñera divenne ministro del lavoro e della previdenza sociale.
Piñera aveva il compito di privatizzare i settori pubblici e le risorse naturali. Per realizzarlo però, doveva superare l'ostacolo dell'assenza di capitali importanti nel paese. Per costituirli, Piñera privatizzò le pensioni. I soldi dei lavoratori cileni permisero dunque a dei gruppi privati di diventare proprietari di beni che appartenevano a tutti i cileni. Si sono comperati la cosa pubblica con i soldi dei cittadini.
Concretamente, come si realizzò la riforma delle pensioni?
Il sistema pensionistico ideato da Piñera si fonda su due componenti. La prima, il seguro social, garantisce un importo di minima sussistenza. La seconda invece è il seguro professional, ossia la pensione privatizzata simile al secondo pilastro svizzero. Vi sono però delle differenze tra i due modelli. La pensione privata cilena è interamente finanziata dai lavoratori, mentre quella svizzera è equamente divisa tra datore di lavoro e salariato. Un'altra differenza sostanziale è che in Cile non esiste alcun controllo statale sui fondi pensionistici. Con l'attuale crisi finanziaria, molti lavoratori cileni hanno perso buona parte del loro capitale vecchiaia proprio perché non è prevista nessuna garanzia statale. 
È interessante notare come il sistema pensionistico svizzero, diviso fra una parte a gestione pubblica (Avs) e una privata (secondo pilastro) sia stato introdotto nel 1985, pochi anni dopo la realizzazione di un modello simile in Cile…
Sì. Il Cile è stato più volte usato come paese « esemplare » per il mondo intero. Oltre ad essere stato il laboratorio del modello neoliberista prima di esportarlo in tutto il mondo, è stato il primo paese dove la sinistra ha preso il potere attraverso il voto popolare. E per questo punito con il golpe di Pinochet. Il colpo di stato in Cile serviva da monito a tutti gli altri paesi.
Poi arrivò il cosidetto miracolo economico cileno, fondato sulla teoria liberista adottata da Piñera…
Più che miracolo, direi l'illusione. La crescita del Prodotto interno lordo non rispecchia le reali condizioni di vita della popolazione. Per creare un forte consumo interno, i cileni sono stati spinti ad indebitarsi enormemente, grazie alla facilità con cui si poteva ottenere un credito. Il debito pubblico statale è stato trasferito nel debito personale dei cittadini.  Non nascondo che c'è stato anche un miglioramento del benessere materiale della popolazione, ma era il prezzo da pagare per garantire una relativa tranquillità sociale.
La notizia di una conferenza di un ex ministro del regime Pinochet a Lugano quale effetto le ha suscitato?
Non è la persona in quanto tale a disturbarmi, ma il fatto che ci sia chi lo invita, chi lo ascolta e cosa vogliono ottenere da lui. Sono in Svizzera da 35 anni. Sono preoccupato per la mia vita qui, per il futuro della mia pensione, di cosa sarà del secondo pilastro e dell'Avs. Mi fa paura sapere che ci sia un pubblico ad ascoltare un modello teorico che si è dimostrato fallimentare. Soprattutto mi preoccupa che ci siano dei politici attratti da questi modelli.
Il Cile riuscirà un giorno a fare i conti con il suo passato ?
Una ferita si può rimarginare, ma la cicatrice resta. Bisogna riuscire a creare una coscienza nelle nuove generazioni affinché non succeda più. È difficile però farlo in un paese a "democrazia controllata" come il Cile, dove la Costituzione è quella lasciata in eredità dalla giunta di Pinochet e la minaccia delle forze armate è sempre ben presente.


Carrasco, il goal dell'integrazione

José Carrasco è uno delle centinaia di migliaia di cileni costretti ad abbandonare il paese dopo il colpo di stato del 11 settembre del 1973. Nato "nell'emilia rossa" del Cile, la zona mineraria di Coronel, Carrasco all'epoca del "golpe" era un giovane studente liceale, sposato e padre di un bambino. Per la sua attività politica fu arrestato per alcuni giorni la settimana successiva al colpo di stato. Fu incarcerato una seconda volta per un paio di mesi nello stadio di Conception, dove lo torturarono. Rilasciato, riuscì a fuggire dal Cile e raggiungere il Ticino nel 1974 grazie a "Posti Liberi", l'associazione del pastore evangelico Guido Rivoir che, aiutato da molti altri, organizzò il sostegno concreto a centinaia di profughi cileni.
In Ticino, Carrasco lavorò in diversi ambiti: nell'edilizia, in fabbrica e infine in una banca. «La solidarietà dei ticinesi con i rifugiati fu eccezionale. Una cosa impensabile oggi» spiega Carrasco, perfettamente inserito nella realtà locale. «Il vero riconoscimento sociale però arrivò grazie al goal di mio figlio con la maglia del Lugano a San Siro contro l'Inter». Da quella rete in poi, nessuno si azzardò più a definire la famiglia Carrasco «straniera».


Il cile fu un laboratorio del neoliberismo

Josè Piñera non è un professore universitario qualunque. Dal 1978 al 1980 è stato ministro del lavoro e della previdenza sociale e nel 1981 delle miniere, nell'esecutivo della dittatura cilena del generale Augusto Pinochet. Mentre il generale s'incaricava di eliminare fisicamente ogni opposizione sociale, Piñera ebbe il compito di realizzare la dottrina economica fino ad allora solo teorizzata dalla cattedra del professor Milton Friedman dell'Università di Chicago. Friedman, considerato il padre del neoliberismo, scrisse nel 1975 a Pinochet consigliandogli di adottare un programma economico sulla base della sua teoria.
Nella sua carica ministeriale, Piñera ha avuto a disposizione un intero paese azzerato da movimenti sociali, quale laboratorio per realizzare la dottrina neoliberista. Il giovane ministro Piñera potè quindi procedere spedito sugli assi portanti del neoliberismo: riduzione all'osso delle spese pubbliche generate dal ruolo dello stato sociale in favore di una defiscalizzazione, privatizzazione di beni pubblici e risorse naturali, individualizzazione estrema dei rapporti sociali, in particolare relativi al lavoro.


Per saperne di più
Al golpe contro Allende e alla solidarietà dei ticinesi con gli esuli cileni area ha dedicato un dossier nel n. 36 del 5 settembre 2003, cfr. www.area7.ch

Pubblicato

Venerdì 5 Giugno 2009

Edizione cartacea

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