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Piano: prospettiva agricola

di

Fabia Bottani
Addentrandosi nel labirinto verde del Piano di Magadino area ha cercato di trovare risposta alle critiche nei confronti dell'agricoltura locale sollevate la scorsa settimana dal sindaco di Magadino (area n.34, 24 agosto 2007) secondo cui più che di produzione agricola si tratta di "industria". Delusione e amarezza è il sentimento che più dilaga tra i produttori del Piano: «Fa male sentire queste esternazioni», hanno affermato Mario Tognetti titolare dell'azienda agricola bio La Colombera di S. Antonino e Paolo Bassetti, direttore della Federazione ortofrutticola ticinese (Foft) con sede a Cadenazzo.

Mario Tognetti in quanto produttore bio, cosa risponde a chi dice che l'agricoltura ticinese è ormai industriale?
Per quel che riguarda la qualità delle merci ogni produttore è costantemente controllato. Del resto mi risulta che i prodotti siano piuttosto apprezzati dai consumatori, che sono i veri giudici. Spesso, purtroppo, si ignora il nostro sforzo compiuto per dare alla popolazione merce di qualità e nel contempo anche sana. La società deve metterci del suo in favore della produzione e i politici debbono fare delle scelte di pianificazione intelligente... La V95 invece...
Ma chi non produce bio, produce veramente "sostanze tossiche" come sostengono alcuni?
La tendenza della produzione è comunque verso un'agricoltura più ecologica, principio anche sancito nella Costituzione. In passato sono stati commessi errori anche perché si ignoravano le conseguenze dell'uso di certi prodotti e le industrie chimiche ben si sono guardate dall'informare. Chi non fa bio, chi produce nelle cosiddette serre "hors sol" ha un sistema diverso: si produce ogni giorno lo stesso quantitativo, calcolabile, sicuro. Può non piacere. (Ma è comunque un sistema che ha certe garanzie. Basti pensare a quando sono bruciati i copertoni a Riazzino: chi produce in serra ha potuto salvaguardare interamente il prodotto senza che fosse contaminato, ndr): alla fine è poi il consumatore a scegliere.
Ma ci potremmo trovare con un piano "sotto serra" per salvare la nostra agricoltura dal Co2?
Io, che produco bio, parto da un altro punto di vista: cominciamo con il non inquinare così non avremo nemmeno bisogno di costruire le serre. Se ci sarà una strada non solo il bio vivrà delle conseguenze spiacevoli (nelle regole della produzione bio è chiaramente indicato che non sono tollerabili superfici coltivabili nelle vicinanze di zone contaminate da Co2. Qualora ci fosse la strada ci si può chiedere chi rimborserà i contadini che di colpo si troveranno privati dall'etichetta, ndr). I fautori della V95 dicono che occorre scegliere questa soluzione perché permette un collegamento veloce e subito. Forse sottovalutano i ricorsi che potranno fioccare contro questa strada.
Chi vuole la V95 sostiene che lo fa anche per il bene del turismo ticinese. In fondo anche il Piano di Magadino è un luogo turistico con svaghi, agriturismo…
Ci viene detto che senza una strada veloce saremo turisticamente perdenti. Guardando tuttavia altre realtà mi viene da riflettere: il canton Grigioni è praticamente privo di autostrada, molti lo avrebbero dato per spacciato eppure avendo saputo promuovere "comme il faut" le loro ricchezze sono oggi turisticamente vincenti. Lo stesso vale per Zermatt dove nemmeno le auto elettriche sono autorizzate: eppure il turismo funziona. Occorre far capire le ricchezze esistenti sul Piano, i suoi punti di forza: passeggiate, piste ciclabili, fattorie, agriturismo, zone naturali… Una volta capito questo si capisce perché la strada da costruire non è la V95.
Ora i contadini si oppongono all'idea di dover sacrificare terreni agricoli per una strada. Nello stesso tempo venite oggi accusati di piangere su un latte già versato. Molte terre le avete infatti già vendute in passato…
Belle parole. In passato chi andò a conquistare l'America promise tesori agli indiani che gli avrebbero venduto le terre. Lo stesso è stato fatto con i contadini, e non solo. Chi faticava a tirare avanti era spinto a vendere i propri terreni in cambio di cifre che potevano sembrare importanti. Ma c'è anche chi le terre se le è comunque tenute, a denti stretti. Tanti hanno ceduto ma non per debolezza bensì per spossatezza sotto tutta un'enorme pressione esterna. E gli espropri sono avvenuti senza che gli agricoltori potessero difendersi. E succede ancora oggi...
E che dire a chi vi critica di avere delle terre che vi limitate a falciare?
Questo pregiudizio è la prova che di agricoltura certe persone non ne sanno molto. Nel tempo si è passati da un'agricoltura di sopravvivenza a un'agricoltura beneficiaria dell'appoggio statale in cui tutti i campi potevano essere coltivati con la quasi certezza che tutta la produzione veniva poi smerciata. Oggi non è più così. Oggi chi produce è confrontato con il mercato che detta la legge. Districarsi è molto più difficile, occorre progettazione per produrre in funzione di quello che si potrà vendere. Ma non solo. Oltre alla produzione occorre gestire il paesaggio. Per ottenere i contributi (cantonali e federali) occorre sottoscrivere un "contratto" con clausole precise anche sulla gestione dei terreni anche nel rispetto della natura. La pianificazione è anche europea: occorre preservare le cosiddette "zone ecologiche di compensazione" per bilanciare  le terre sfruttate in modo intensivo. Idealmente le terre dovrebbero collegare direttamente gli Urali al Portogallo permettendo ad esempio a un grillo di compiere questo percorso senza intoppi; ma se in mezzo seminiamo cemento…
Ma non sarebbe meglio far venire tutto dall'estero, visto quanto impegno richiede l'agricoltura?
Sì, mais dall'Argentina e pomodori dall'Africa. Ma ci si rende conto che questi prodotti dovrebbero restare in loco per nutrire quelle regioni affamate? Non nascondiamoci dietro lo sviluppo rubando poi ad altri pagandoli una miseria. Cosa significa? Che l'agricoltura che vogliamo importare è quella che produce senza impegni sociali di qualità? Basta con questo colonialismo alimentare.
Ma cosa possiamo fare per mantenere in salute il Piano e la sua agricoltura?
Quello che già facciamo anche se non tutti lo sanno. Far vivere l'azienda a 360 gradi: producendo, aprendosi direttamente alla clientela, invitando nei fine settimana le famiglie, facendo dell'agriturismo. Aprirsi al cliente è fondamentale per instaurare un dialogo e dunque capirsi e costruire una reciproca fiducia. Intendiamo far capire cosa significa produrre in Ticino, i costi che ciò implica e perché i nostri prodotti hanno un prezzo ma anche una qualità che può sempre essere verificata. Dobbiamo far capire il nostro valore se vogliamo continuare ad esistere.


L'esigenza porta alle serre

Paolo Bassetti, ingegnere agronomo, si è avvicinato all'agricoltura nel 2000 quando ha avviato una propria attività a Pianezzo. A lui abbiamo chiesto cosa risponde quando le dicono che vi sono troppe serre?
Le serre sono la conseguenza di un'evoluzione dettata dalla nostra società, e meno da una scelta personale di un singolo agricoltore. Il consumatore oggigiorno richiede sempre più un prodotto di qualità e di aspetto ineccepibile. Sotto la forte pressione del rifiuto della merce, da parte dei negozi, se presenta piccoli difetti di colorazione o di aspetto, gli agricoltori hanno gradualmente abbandonato la coltivazione tradizionale optando per la coltivazione protetta in serra, che dà maggiori garanzie di qualità. Quindi il numero di serre è direttamente o indirettamente una conseguenza delle quotidiane scelte di tutti noi. Oltre allo standard qualitativo, il consumatore richiede primizie anche in periodi in cui tradizionalmente non se ne coltivano. Noi, fin che possiamo, mettiamo dei limiti a queste forzature, ma poi… Se vogliamo tornare ad un'agricoltura di tipo tradizionale, occorre un impegno di tutta la collettività, consumatori compresi.
E a chi dice che l'agricoltura del Piano è ormai zeppa di insetticidi?
Dire che usiamo troppi fertilizzanti è non conoscere la situazione. L'agricoltura del Piano, come quella Svizzera, osserva le direttive della Produzione Integrata, o addirittura dell'agricoltura biologica. Questo comporta l'osservanza di precise regole e il sottostare a periodici controlli aziendali, così come ad analisi di laboratorio su campioni prelevati sui raccolti. L'inadempienza di una qualsiasi direttiva non è sanzionata solamente con eventuali multe, ma priva anche il produttore dal beneficio dei pagamenti diretti della Confederazione. Per quanto riguarda le serre "hors sol", la pianta viene coltivata su un pannello di fibre naturali in cui le viene somministrata una soluzione nutritiva. Per evitare sprechi, le eccedenze non vengono disperse nell'ambiente, ma vengono convogliate in condotte di riciclaggio e poi restituite alla pianta. Ossia con minor spreco rispetto alla concimazione diretta nel terreno dove quello che non è utilizzato dalle piante va nelle falde.
E cosa dice dello spreco energetico che si verifica con il riscaldamento delle serre?
Anche su questo punto vale quanto detto all'inizio: ogni consumatore dovrebbe fare un esame di coscienza di quanto è ecologico nelle sue scelte e nei suoi acquisti. Ogni agricoltore, soprattutto con il continuo calo dei prezzi pagati alla produzione, è ben felice di risparmiare sui costi di carburanti e di altri ausiliari di produzione, i cui prezzi sono per contro sempre in ascesa.
Cosa ne pensa della provocatoria idea di far venire i prodotti dall'Africa?
È una scelta che porta a chiedersi cosa ne sarà del paesaggio che è oggi mantenuto dall'agricoltura. Cosa ci sarebbe al suo posto? Molto probabilmente insediamenti urbani o industrie… E allora chiedo a queste persone dove andrebbero a passeggiare con i loro figli, dove li porterebbero per educarli al legame con la terra, non solo come natura, ma come fonte del nostro quotidiano sostentamento? Inoltre, hanno visto le condizioni di lavoro e di paga che vigono in certi paesi? Non dimentichiamo che nei controlli periodici a cui le nostre aziende sono sottoposte viene anche richiesta l'osservanza degli standard sociali. Fa male – soprattutto quale padre di un giovane la cui vita sarà determinata dalle nostre scelte di oggi – sentire sindaci della nostra regione parlare in questo modo…..
Quanti dei vostri produttori verrebbero toccati dalla strada?
La Foft ha una cinquantina di soci. Direttamente o indirettamente sarebbero tutti toccati da una strada che, con la sua collocazione, inciterebbe l'edificazione, in particolare industriale, tra strada e ferrovia. Se pensiamo che già oggi, attorno alla nostra centrale di raccolta, si può notare uno sviluppo industriale importante con un sempre maggiore via vai di camion, con l'arrivo della strada, cosa ci riserva il domani? Sicuro è che la strada interromperà gli accessi diretti dal Piano alla centrale di raccolta, e che più produttori dovranno entrare nel normale traffico urbano per accedere alla centrale di consegna.
Ma una soluzione diversa dalla V95 siete disposti ad accettarla?
Siamo noi i primi a renderci conto che c'è un problema viario, e che occorre una soluzione. Ma sostenibile, per noi e i nostri figli. Francamente non capisco cosa non va nella Panoramica...

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Venerdì 31 Agosto 2007

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