I miei apprendisti sono quasi tutti svizzeri. Pochissimi sono stranieri e quei pochi sono quasi tutti italiani, tedeschi o francesi.
I miei apprendisti, quando discutono, possono essere definiti, senza troppa preoccupazione di sbagliare, xenofobi.
Ce l'hanno un po' con tutti, con gli "altri", in particolare con i frontalieri e con coloro che provengono dall'est.
Certo, quasi sempre, nella realtà quotidiana, vi è, da parte loro, una solidarietà concreta, una collaborazione attiva con tutti coloro che lavorano al loro fianco, gomito a gomito, una solidarietà assolutamente indipendente dalla nazionalità dei loro colleghi.
Ma quando si discute, quando ci si allontana dall'esperienza diretta per fare astrazione, le cose cambiano e molto.
Nelle mie classi di apprendisti, da diversi anni, ci sono parecchi giovani che ri-cominciano il loro percorso nella scuola professionale con alle spalle una formazione precedente, a volte ottenuta con un apprendistato, a volte raggiunta frequentando scuole a tempo pieno e licei, a volte università.
Se si escludono quelli tra loro che hanno fatto questa scelta per motivi di salute (allergie, ecc.) in passato questi giovani provenivano soprattutto dai settori lavorativi "inflazionati", dove la consistente disoccupazione consigliava loro altre scelte professionali.
Oggi non è più così.
Quest'anno, tra gli altri, ci sono due muratori diplomati che non sono riusciti a trovare nel nostro Cantone un posto di lavoro, nonostante abbiano ottenuto buoni risultati nella formazione e siano rigorosamente svizzeri.
Com'è possibile, visto che nell'edilizia (come nel sociale) si fa un gran parlare di un forte bisogno di personale qualificato locale?  I motivi che raccontano i miei ragazzi tratteggiano un quadro diverso. Avrebbero probabilmente trovato lavoro se avessero accettato di essere assunti come manovali, mentre nessuno era disposto a riconoscer loro, a livello salariale, la loro qualifica. Qualifica che a fatica avrebbero visto riconosciuta solo se avessero potuto dimostrare un'adeguata esperienza professionale, in realtà impossibile da avere, vista la loro giovane età. Infine si chiedeva loro una disponibilità totale a orari di lavoro flessibili e senza regole.
Risultato: per loro, nei cantieri ticinesi, in un buon momento economico per il settore, un posto non c'era e non c'è.
Non è allora difficile fare uno più uno e cucire insieme la xenofobia strisciante dei miei ragazzi con la frustrazione di doversi riqualificare abbandonando un settore in cui, a parole, c'è fame di indigeni qualificati.
E diventa allora più comprensibile (anche se assolutamente non giustificabile e non giustificata di fronte a loro) la loro xenofobia.
Ma perché questi giovani non si sono accorti che esisteva una parte politica, un sindacato, la legge che li potevano affiancare e difendere in questo loro non facile cammino? Perché hanno ascoltato e ascoltano quasi esclusivamente le sirene del populismo e della destra? Perché si sono sentiti spaventosamente soli?
Forse perché, nel nostro Cantone, si parla molto di formazione professionale, ma non si dà quasi mai voce a chi ci vive dentro, ai protagonisti, agli apprendisti e alle loro esperienze. Per questo è importante tentare di rigirare il calzino e leggere il nostro Paese dal loro punto di vista. Per capire e, possibilmente, fare qualcosa! 

Pubblicato il 

28.01.11

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