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Perché non lavoro più in Iran

di

Gianfranco Helbling
L’Iran è tornato ad essere al centro dell’attenzione da quando la sorprendente elezione del radicale e populista Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica islamica, lo scorso giugno, ha posto fine al progetto riformista che Mohammad Khatami aveva avviato nel 1997. Ahmadinejad ha di nuovo acuito il confronto con Stati Uniti e Israele, tanto che un intervento militare americano non può più essere escluso, ma ha pure accresciuto il ripiegamento culturale dell’Iran su se stesso. Lo conferma una notizia minore ma significativa del 19 dicembre, secondo cui il presidente sarebbe intervenuto per proibire le trasmissioni di musica occidentale alla radio e alla tv nazionali: per Ahmadinejad esse devono invece trasmettere «musica nazionale leggera e classica oltre a quella rivoluzionaria, invece della decadente musica occidentale». Cosa ne pensa di questa situazione una delle personalità iraniane più famose nel mondo, il regista cinematografico Abbas Kiarostami? Come sempre molto prudente nelle sue dichiarazioni politiche, in questa intervista, raccolta lo scorso 7 agosto al Festival di Locarno, Kiarostami lascia trasparire tutto il suo disagio. E preferisce parlare di cinema, del suo cinema, che tanto ha contribuito a farci conoscere l’Iran e gli iraniani. E a farceli comunque amare. Abbas Kiarostami, i protagonisti dei suoi film sono spesso confrontati ad un importante e urgente quesito etico. Quando se lo pone: all’inizio della scrittura o in corso d’opera? Quando ho un’idea per un film cerco di formularla in forma di domanda. Parto quindi sempre da una domanda per la quale non ho una risposta precisa. Sviluppo l’idea e la lascio lavorare finché non mi porta ad un finale. Ma non m’importa di trovare una risposta, il finale non deve lasciare tutto chiaro: lascio allo spettatore il compito di capire che cosa volevo dire e di trovare una sua risposta. Noi gente comune non siamo né filosofi né profeti, non possiamo dare risposte. E non siamo nemmeno politicanti. Loro sì che le risposte le conoscono, loro hanno la ricetta della felicità, noi no. Noi abbiamo una domanda eterna che sempre ci accompagna e che cerchiamo di approfondire, dandole la giusta importanza nella nostra vita. Nel suo cinema c’è poca musica. E benché i suoi film siano ambientati in Iran, quasi sempre la musica che lei sceglie è occidentale. Come mai? In genere uso musica classica, che non è né orientale né occidentale. La musica classica è come il cielo: non si può guardarlo e dire a chi appartiene. Cerco di usare dei brani musicali non troppo noti, che non evochino subito un ricordo personale in chi guarda il film. Del resto io non credo molto alla musica nel cinema. È il cinema stesso che deve creare un’interazione fra chi lo fa e chi lo vede. Non mi piace quando in un film si cerca una certa musica per suscitare apposta un’emozione ben precisa nello spettatore: è il film stesso che deve saper emozionare. Per questo uso la musica quasi sempre soltanto nel finale. In genere miei film non hanno mai una fine ben precisa, sono aperti, la storia non si conclude lì: la musica mi serve allora per far capire piano piano che il film sta per finire… Lei è arrivato all’uso del video quasi per caso, in “Il gusto della ciliegia”, ma poi ha usato con grande convinzione le tecnologie digitali ad esempio in “Ten”. È convinto di questi mezzi e li userà ancora più spesso? È stata in effetti una cosa graduale, non studiata precisamente. È capitato che ho terminato un film, “Il gusto della ciliegia”, con il video e che poi l’ho usato anche in film successivi, a partire da “Abc Africa”. È quindi possibile che ci torni anche in futuro. Ma dipende dal soggetto: se non riesco a farlo con il 35 millimetri, allora lo giro in digitale. Tenendo presente che il digitale non va bene per tutto, in ogni circostanza: come la pellicola ha le sue leggi, i suoi condizionamenti. Ma ha anche i suoi pregi. Recentemente ho fatto “Five”, in cui c’è una lunga sequenza girata tutta col chiaro di luna senza luci addizionali: queste riprese sono state possibili soltanto grazie al digitale. Spesso si è accostato il suo nome al neorealismo italiano. Che ne pensa? Sono stato influenzato dal neorealismo italiano, quello dell’epoca in cui era un cinema in un certo senso di opposizione a quello americano. Ma se oggi guardo i film trasmessi da Rai Uno non ci trovo molto di entusiasmante. Perché allora viene a girare in Italia, come ha fatto per il suo ultimo film “Tickets” girato con Loach ed Olmi? Negli ultimi tempi la situazione in Iran è diventata un po’ più difficile e complicata per chi fa il mio mestiere. Mi interessa d’altro canto fare l’esperienza di cosa e come si può filmare in un altro luogo e con un’altra lingua. Ma non ho preso una decisione chiara e definitiva di andare a lavorare in Italia. È una scelta contingente. Aspetto soltanto che le cose migliorino un po’ e tornerò a lavorare in Iran. Il suo cinema è sempre più essenziale nei racconti, nella caratterizzazione dei personaggi, nei mezzi tecnici: da dove viene questa esigenza? Più che una domanda questa è una sintesi e un commento di quel che ho cercato di fare in tutti questi anni. È vero. Quando mi occupo di qualcosa, che sia la fotografia, il cinema, la poesia, la scrittura di una sceneggiatura o altro, concentro tutte le mie attenzioni sull’oggetto del mio interesse. E più mi concentro su ciò che effettivamente mi interessa, più escludo ciò che non mi interessa. Ecco perché divento sempre più essenziale. Lei ha lavorato in molti campi artistici: cinema, poesia, fotografia, pittura. Qual è ora la sua priorità? Il cinema è la mia attività principale, le altre sono attività collaterali. Ma ogni volta che faccio qualcosa mi ci concentro e mi impegno fino in fondo: anche una cosa collaterale quando ci lavoro per me è essenziale. Se in occidente un po’ si ama l’Iran e si conoscono gli iraniani è anche merito suo. È d’accordo? Nei miei film credo che do un’immagine migliore dell’Iran di quanto il mio paese non sia in realtà. È un fatto naturale, la gente fa sempre fatica a riconoscere i propri difetti, ognuno cerca di vedere i suoi lati migliori. Questo succede anche quando si fa del cinema. Io e altri registi iraniani nei nostri film abbiamo quindi dato una rappresentazione della realtà del nostro paese che non è necessariamente vera, che è forse un po’ idealizzata: per questo credo che è possibile che abbiamo contribuito a dare dell’Iran un’immagine un po’ più accettabile di quel che non sia in realtà. Che impatto ha avuto il suo cinema sulla società iraniana? Il mio cinema in Iran non è un prodotto di massa. Lo vede una piccola percentuale di iraniani, intellettuali e appassionati di cinema oppure, negli ultimi tempi, qualche giovane incuriosito dal dvd che trova in negozio. Considero però un mio merito che parecchi registi iraniani più giovani abbiano imparato guardando i miei film a fare del cinema di qualità e abbiano trovato il coraggio di farlo. Il suo è stato un lavoro da pioniere? Il mio solo merito è stato di essere più vecchio di tutti gli altri. Il successo cominciò a Locarno Abbas Kiarostami è l’esponente di punta del cinema iraniano, che ha aperto la strada a registi quali Mohsen e Samira Makhmalbaf, Jafar Panahi, Babak Payami, Ebrahim Furuzesh e molti altri. Ma al successo c’è arrivato tardi, dopo una lunga gavetta nel cinema per i ragazzi e nella grafica. La notorietà internazionale la deve a “Dov’è la casa del mio amico?” (Pardo di bronzo a Locarno ‘89), cui sono seguiti fra gli altri “Close up” (‘90), “E la vita continua...” (‘92), “Sotto gli ulivi” (Premio Rossellini a Cannes ‘94), “Il sapore della ciliegia” (Palma d’oro a Cannes ‘97), “Il vento ci porterà via” (Gran Premio della Giuria a Venezia ‘99), “Abc Africa” (2001), “Ten-Dieci” (2002) e lo sperimentale e visionario “Five-Cinque” (2003). Quest’anno è uscito il suo primo lavoro prodotto fuori dall’Iran, il film a episodi “Tickets” girato con Ermanno Olmi e Ken Loach. Narratore sensibile della società iraniana, Kiarostami con il suo stile essenziale è molto attento al mondo dell’infanzia e alla condizione delle donne.

Pubblicato

Venerdì 23 Dicembre 2005

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